La Deutsche Bank e lo sterminio degli ebrei \5

Hermann Josef Abs

Hermann Josef Abs era l’amministratore delegato di Deutsche Bank incaricato di seguire il processo di “arianizzazione”. Elegante e diplomatico, proveniente da una famiglia rigidamente cattolica di Bonn, Abs entrò nel consiglio della banca nel 1937 e vi rimase fino al termine della guerra. Nel 1957 ne divenne direttore, carica che mantenne fino al 1967, quando fu nominato Presidente Onorario.

Subito dopo il suo ingresso nell’istituto si occupò personalmente dell’acquisizione di una grande banca berlinese, la Mendelssohn, e di altre transazioni riguardanti importanti aziende manifatturiere.

Hermann Abs ricavò dalle transazioni cospicui vantaggi sia per sé che per i propri familiari: nel caso del complesso minerario di proprietà della famiglia Petscheck, che si estendeva anche in Boemia, riuscì ad ottenere per il padre, che già deteneva il 12% delle azioni, la quota azionaria del 50%, rilevando le azioni a un prezzo più basso di quello di mercato.

Tra le tante cariche ricoperte, Abs sedeva anche nel consiglio dei supervisori della IG Farben, azienda nella quale la Deutsche Bank deteneva circa il 38% delle quote azionarie, per un capitale complessivo di 1,5 miliardi di euro attuali. La IG Farben era la più importante industria chimica tedesca: formatasi negli anni venti da un agglomerato di aziende chimiche che operavano in stretta collaborazione tra di loro, negli anni trenta era un colosso del settore e poteva vantare importanti joint-venture con multinazionali americane quali la Standard Oil di John Rockfeller. La politica autarchica ne favorì ulteriormente lo sviluppo poiché il regime nazista cercò di compensare il calo delle importazioni di materie prime da oltreoceano promuovendo la produzione di surrogati sintetici delle stesse.

Nel marzo del 1941, quando era ormai chiaro che la guerra sarebbe durata molto più a lungo del previsto, il regime decise di riorganizzare l’economia restringendo il ruolo del settore pubblico e puntando a  potenziare il settore privato: l’obiettivo era creare un’economia fondata su grandi imprese private, la cui produzione fosse pianificata dallo Stato. Il primo passo in questa direzione fu fondare un’azienda petrolifera che gestisse le risorse del sottosuolo nei territori appena occupati dell’Europa dell’Est e che si impegnasse a commercializzare il carburante prodotto. L’azienda si chiamò Kontinentale Öl e i dirigenti di Deutsche Bank e di IG Farben ebbero un’influenza fondamentale nello sceglierne gli organi dirigenti. La Kontinentale Öl fece abbondante uso di manodopera forzata perché le funzioni da essa svolte (estrazione di greggio, costruzione di oleodotti etc…) erano considerate vitali nel rimettere in moto l’economia tedesca, dopo anni nei quali il ruolo centrale nel sistema produttivo era toccato alla ReichsWerke Hermann Göring, un conglomerato industriale di proprietà pubblica che aveva realizzato una serie imponente di infrastrutture quali porti, ponti, strade, autostrade, ferrovie, stazioni e fortificazioni militari.

Oro confiscato ai deportati

Ora però era giunto il momento di incrementare la produzione per far fronte al prolungato sforzo bellico e le imprese private, attraverso un sistema di quote imposto dallo Stato, furono stimolate ad utilizzare gli impianti al massimo delle loro possibilità.

Il problema era che gran parte della manodopera maschile di origine tedesca in quel momento si trovava al fronte, pertanto l’unica soluzione per aumentare la produzione fu utilizzare gli internati nei campi di concentramento.

Le SS, che gestivano il sistema dei campi, si occuparono di procurare la manodopera forzata alle singole imprese, le quali pagavano per questo servizio versando un affitto giornaliero per ogni lavoratore impiegato, il quale non percepiva alcuno stipendio per la sua opera. Nei rari casi in cui il lavoratore percepiva qualche forma di salario, questo veniva confiscato dalle SS che attraverso le requisizioni e le ruberie effettuate in tempo di guerra costruirono un vero e proprio impero economico.

Le banche a loro volta incoraggiarono l’utilizzo di schiavi nei luoghi di lavoro perché erano ansiose di recuperare gli ingenti prestiti fatti negli anni precedenti alle aziende per aiutarle a ingrandirsi e a ristrutturarsi, magari acquisendo impianti espropriati a proprietari di origine ebraica. Gli istituti di credito detenevano partecipazioni azionarie delle imprese che finanziavano e visto che, a causa della guerra, i consumi erano sensibilmente calati, l’unica speranza per rilanciare l’economia privata e riprendere a fare profitti era costituita dall’incremento delle spese militari. Rappresentanti delle banche erano presenti nei consigli di amministrazione e di supervisione delle principali imprese: Hermann Abs, per fare un esempio, sedeva nei consigli di ben quaranta aziende tra le quali, oltre a IG Farben, figuravano Siemens, Volkswagen, Degussa, Krupp, Daimler-Benz, Allianz e BMW.

File di cadaveri ritrovati all’apertura di un lager

L’avviamento è sempre un’operazione complessa che richiede molto denaro e molti sforzi. L’utilizzo di manodopera gratuita agevolò notevolmente il ricollocamento sul mercato delle aziende appena ristrutturate e minimizzò i rischi relativi all’avviamento d’impresa. Così, l’interesse economico di banchieri e imprenditori si incontrò con la volontà politica di Hitler di sterminare il maggior numero di lavoratori possibile, che si trattasse di ebrei, zingari, oppositori politici oppure prigionieri di guerra.

I manager delle aziende venivano invitati a recarsi personalmente nei lager per scegliere il personale da impiegare. Questo, una volta selezionato, veniva fatto lavorare in condizioni disumane, al freddo, con poco cibo e orari estenuanti, in modo da spremerne il massimo rendimento possibile. Quando il lavoratore, ormai stremato e incapace di svolgere qualsiasi funzione utile al processo produttivo, si accasciava a terra in mezzo alle linee di produzione, veniva letteralmente raccolto dalle SS e trasportato verso le camere a gas per la definitiva eliminazione.

In totale furono oltre dodici milioni gli individui eliminati all’interno del circuito campo di concentramento – fabbrica – camera a gas: oltre ai sei milioni di ebrei, al mezzo milione di rom e al milione e mezzo di oppositori politici di varia estrazione, ci furono circa tre milioni di prigionieri di guerra sovietici e altri due milioni di civili rastrellati in gran parte nei territori conquistati dell’Europa dell’Est, i cosiddetti “OstArbeitern”.

Adolescenti internati in un campo di concentramento

Il processo di Norimberga contro i vertici della IG Farben provò che Hermann Abs era presente alle riunioni del consiglio dei supervisori quando questo, in due occasioni distinte, il 2 luglio del 1941 e il 30 maggio del 1942, votò all’unanimità un’ordine del giorno che ingiungeva ai manager della compagnia di fare tutti gli sforzi possibili per ottenere lavoratori stranieri e prigionieri di guerra da impiegare nel complesso in costruzione presso il campo di Auschwitz.

Nel febbraio del 1999, in seguito alle pressioni del Congresso Mondiale Ebraico, alcuni storici trovarono negli archivi della Deutsche Bank la prova che la banca aveva finanziato la costruzione del campo di sterminio: gli archivisti, infatti, trovarono una descrizione dettagliata di un mutuo erogato alle imprese che edificarono le strutture destinate a ospitare la polizia di sicurezza del campo, le “Waffen-SS Auschwitz,”. Dall’archivio della banca saltarono fuori anche le pratiche di altri mutui erogati ad imprese che costruirono i loro impianti adiacenti al campo di Auschwitz, per poter sfruttare il lavoro degli internati. I dirigenti della IG Farben erano talmente entusiasti della prospettiva di utilizzare manodopera gratuita che vollero costruire un loro campo ad alcuni chilometri da quello principale, a Monowitz, a fianco dello stabilimento per la produzione di gomma sintetica e la Deutsche Bank finanziò l’iniziativa.

L’aspettativa di vita di coloro che lavoravano nell’impianto di Monowitz non superava i tre o quattro mesi, perché i turni di lavoro erano massacranti e i lavoratori costantemente denutriti. Nelle miniere vicino al campo le cose andavano persino peggio perché in questi casi l’aspettativa di vita era solo di un mese. Quando gli internati non erano più giudicati abili al lavoro venivano “spediti a Birkenau”, come si legge sui registri dell’azienda, e passati nelle camere a gas. (continua)

Categoria Numero di vittime Fonte
Ebrei 5,9 milioni  Dawidowicz, LucyThe War Against the Jews, Bantam, 1986,
Prigionieri di guerra sovietici 2–3 milioni Berenbaum, Michael. The World Must Know,
United States Holocaust Memorial Museum, 2006
Polacchi non Ebrei 1,8–2 milioni Poles: Victims of the Nazi Era
Rom e Sinti 220.000-500.000  “Sinti and Roma”
Disabili e Pentecostali 200.000–250.000  Deaf People in Hitler’s Europe
Massoni 80.000–200.000 Hodapp, Christopher, Freemasons for Dummies, For Dummies, 2005
Omosessuali 5.000–15.000 The Holocaust Chronicle, Publications International Ltd., p. 108
Testimoni di Geova 2.500–5.000 Shulman, William L., A State of Terror: Germany 1933–1939, Bayside, New York, Holocaust Resource Center and Archives.
Dissidenti politici 1-1,5 milioni
Slavi 1-2,5 milioni Dawidowicz, LucyThe War Against the Jews, Bantam, 1986,
Totale 12,25 – 17,37 milioni
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One Response to La Deutsche Bank e lo sterminio degli ebrei \5

  1. trasloco says:

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