Sandro Pertini, una cravatta rossa tra le camicie nere.

Per ricordare la Festa della Liberazione e il sacrificio di tanti partigiani che hanno pagato con la loro vita l’impegno per restituire all’Italia la democrazia e le libertà perdute, ho deciso di pubblicare qui un mio articolo del 2001 uscito sul portale www.storiaXXIsecolo.it

E’ la storia di un grande Presidente della Repubblica e di un grande partigiano, Sandro Pertini.

“Io lasciai l’Italia nel 1926. La mia vita si è svolta prima all’Università di Genova, poi a quella di Firenze, quindi come professionista a Savona. Il mio studio fu devastato due o tre volte. Vidi un Paese di violenti, gli anni Venti furono il periodo della sopraffazione fascista. Molti erano intimiditi da quelle violenze e sostenevano che non si dovevano provocare i fascisti, per non indurli a infierire. Questo non è mai stato il mio atteggiamento.

Sono stato bastonato perché il Primo Maggio andavo in giro con una cravatta rossa. Sono stato mandato all’Ospedale perché, nella ricorrenza della sua morte, ho appeso alle mura di Savona una corona di alloro in memoria di Giacomo Matteotti. Sono stato arrestato per aver diffuso un giornale significativo: “Sotto il barbaro dominio fascista”.

Ho vissuto i miei vent’anni così e non me ne pento.”

Così si legge fra le testimonianze e gli scritti lasciati dal Presidente più amato dagli italiani in Sandro Pertini, combattente per la libertà, a cura di S. Caretti e M. degl’Innocenti, Piero Lacaita Editore, 1996, p. 21.

Alessandro Pertini nacque a Stella in provincia di Savona, il 25 settembre 1896.

Di famiglia benestante, frequentò dapprima il Collegio dei salesiani “Don Bosco” di Varazze, poi il Liceo “Chiabrera” di Savona.

Negli anni dell’adolescenza si avvicinò agli ideali del socialismo riformista turatiano, grazie all’influsso politico, che ricevette dall’ insegnante di Filosofia, Adelchi Baratono, già collaboratore di Filippo Turati e della compagna di questi Anna Kuliscioff nella rivista “Critica Sociale”.

Il ricordo degli anni del Liceo e delle frequentazioni con gli ambienti degli operai genovesi sarà di sostegno e di conforto nell’animo indomito del giovane Pertini, durante gli anni dell’esilio e del carcere.

Nel 1924, profondamente turbato per il barbaro assassinio del Deputato socialista Giacomo Matteotti, il giovane Pertini chiese (ed ottenne) la tessera del Partito Socialista Unitario, del quale l’uomo politico era stato Segretario.

Il 23 maggio 1925 venne tratto in arresto, perché sorpreso a distribuire un foglio di propaganda avversa al regime, dal titolo: Sotto il barbaro dominio fascista.

Questo episodio gli procurò l’ostilità, le perquisizioni e una condanna a otto mesi di carcere, provvedimenti, attraverso i quali dittatura fascista iniziava a condurre inesorabilmente al “silenzio” tutte le voci del dissenso.

[…]Torniamo alle spedizioni fasciste. Qualcuno di voi ne ha personalmente conosciuto il danno. Voglio ricordare –ciascuno reca la propria esperienza personale- la distruzione del mio studio a Savona. La distruzione venne fatta in questo modo: un avvocato di Savona […] alla testa di altri manigoldi, tutti avanzi di galera, penetrò nel nostro studio; costoro, col pugnale alla mano, cominciarono a tagliare le poltrone di cuoio. Questo egregio Avvocato li redarguì: <<Non siate scemi, non è così che potete gettare a terra uno studio: bisogna distruggere le pratiche>>. E così tutte le pratiche vennero strappate ad una ad una.”

Con queste parole Pertini rievoca, durante una seduta alla Camera dei Deputati (23/02/1955) i soprusi subiti per il suo attivismo politico, ostile al regime.

Nel 1926 la dittatura fascista sopprime l’ultimo baluardo delle istituzioni democratiche parlamentari, sciogliendo tutti i partiti politici e decretando la decadenza dal mandato dei 120 deputati antifascisti. Giornali, periodici e pubblicazioni avverse al regime vengono soppressi. In concomitanza, viene istituito il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato (organo competente per i crimini politici, contro le cui sentenze non era consentito il ricorso in appello) e viene introdotto un nuovo provvedimento di pubblica sicurezza, il cosiddetto “confino di polizia”; trattasi di domicilio coatto in piccole isole.

In quello stesso anno il giovane Avvocato Pertini fu condannato dal Tribunale Speciale a 5 anni di confino. Insieme ad altri illustri latitanti organizzò, nella notte del 12/12/1926 una rocambolesca fuga in motoscafo dal porto di Savona, per trovare riparo in Corsica.

“Sono le 10 di sera. Si sale sul motoscafo. Si parte. Il cielo è tutto stellato. Io guardo la mia città, ove sono cresciuto ed ove ho iniziato la mia lotta da uomo libero. Penso a mia madre. Carlo Rosselli si china su Turati e lo bacia. A bordo abbiamo per fortuna due bravi uomini di mare, Dabove e Oxilia. […] Al largo veniamo investiti da un furioso vento di libeccio. Ondate su ondate si rovesciano sul motoscafo. […] Al mattino del 13 dicembre ci apparve la Corsica. […]Alle 10 entriamo nel porto di Calvi.[…] I corsi pensavano si trattasse di una spedizione fascista. Già allora il fascismo, nella sua follia, andava rivendicando Nizza, Savoia e la Corsica. Scendemmo a terra inzuppati d’acqua. Fummo dai gendarmi condotti alla Capitaneria. Ci fanno sedere come tanti imputati, dinanzi al Comandante della Capitaneria, il quale come prima cosa, ci chiede chi è il capitano del motoscafo. Ci guardammo l’un l’altro perplessi, nessuno di noi aveva pensato a questa formalità. Ma Turati si alza e dice: <<Moi, Filippo Turati>>. A quel nome i volti dei gendarmi francesi, come per incanto, si rasserenano.[…] Turati chiedeva al governo di Francia asilo politico per sé e per me[…] Le autorità di Calvi furono invitate a darci tutta l’assistenza di cui avevamo bisogno[…] Turati, ricordo, voleva indurre Rosselli a sostare con noi, a non far ritorno in Italia. Ma vane furono le nostre insistenze. Così giunse l’ora del distacco. Carlo Rosselli, Parri, Oxilia, Dabove, Bojancè, Ameglio, il giovane meccanico del motoscafo, decisero di ripartire. Ricordo questa partenza come fosse avvenuta ieri. Ci abbracciammo senza pronunciare parola e cercando di trattenere la commozione, che saliva dai nostri animi. Ed io mi rivedo a fianco del Maestro, sul molo e attorno a noi muta sta la gente di Calvi. Il motoscafo si stacca. Rosselli toglie il tricolore che avevamo issato a bordo e lo agita. E’ l’estremo saluto della Patria per Turati e anche per me. Rimanemmo sul molo, finché potemmo vedere i nostri compagni. Turati aveva gli occhi velati dalle lacrime. […[ E’ difficile dire oggi, senza sciupare tutto con parole povere, quello che accadeva in noi in quel momento. […] Ci sedemmo su una panchina. Che silenzio intorno a noi. Io ascoltavo il mio dolore e quello del Maestro. Ad un tratto egli si mise a dire sottovoce versi da lui fatti nella sua giovinezza. Erano commosse parole di poesia, che lo riportavano indietro, negli anni alle sue prime lotte per il socialismo, insieme alla compagna della sua vita: Anna Kuliscioff. […]<< Questa partenza, -mi disse-, è necessaria non v’è dubbio. […]Tu sei giovane e tornerai in Italia, fatta finalmente libera. Io sono vecchio, ritornerò, ma su un vagone funebre”.

Questa la toccante testimonianza dell’espatrio in Corsica, narrata dallo stesso Pertini.

Mentre Parri e C. Rosselli vengono arrestati al loro rientro in Italia, Turati e Pertini si trasferiscono in Francia. A Parigi, poi a Nizza, il giovane esule si guadagna di che vivere, accettando lavori umili, quali il “laveur de taxis” (lavatore di taxi), l’”ouvrier maçon” (manovale muratore) e il “peintre en batiment” (verniciatore di porte e persiane). Da Nizza Pertini viene espulso nel 1929, perché la gendarmeria locale scopre la sua stazione radio clandestina, dalla quale mandava messaggi in Italia.

Con Turati, Treves e Buozzi si stabilisce in Svizzera, dove si procura il passaporto falso per rientrare in Italia, “per dare una ragione alla nostra vita”, come lo stesso Pertini dichiara nel fitto carteggio epistolare, che tiene con Turati. “Da un anno –Maestro- siamo in esilio e ogni buona ed alta speranza che qui con me avevo portata, va oggi morendo nel mio cuore. Mi guardo attorno e non vedo che dei poveri naufraghi. […] E di là vengono voci, che sembrano chiamare noi […] Ed io ho paura di non sapere resistere a questo richiamo –Maestro-, sento la nostalgia della mia terra, della lotta, che conducevo nell’ombra, nella piccola Savona, sotto un continuo pericolo…”

Funzionari antifascisti del Ministero degli Esteri, dunque, procurano passaporti falsi per il rientro in Italia di Pertini, Turati e Treves.

Il 16 aprile del 1929 il giovane socialista viene riconosciuto da un avvocato savonese, mentre stava attendendo un amico antifascista, nei pressi della Torre di Pisa. Segnalato, poi inseguito da un gruppo di militi, viene arrestato e condannato ad 11 anni di reclusione dal Tribunale Speciale di Difesa dello Stato. Pertini accoglie la sentenza al grido: “Viva il socialismo, abbasso il fascismo”.

Dal Regina Coeli di Roma l’irriducibile antifascista scrive alla madre (23/12/1929): “Mia buona mamma, sono riuscito a procurarmi un pezzo di lapis e un po’ di carta e tento di scriverti, nonostante questi maledetti ferri, che mi stringono i polsi. Voglio che ti giungano i miei auguri per il nuovo anno…”

Da Roma viene trasferito dapprima a Napoli, poi nel carcere di Turi, in provincia di Bari, dove stringe una fraterna amicizia con un altro insigne antifascista, Antonio Gramsci.

“Un giorno mi trasferiscono, perché ho preso le difese di Gramsci (gravemente debilitato dal carcere duro)…e glielo dico: <<Gramsci, mi rincresce, devo andare…mi rincresce lasciare Turi…perché lascio te e la tua compagnia…con te io avevo sempre da imparare qualcosa, Gramsci…>>. Così, nel corso di un’intervista del 1982 a Enzo Biagi, Pertini documenta il suo trasferimento nel carcere di Pianosa. Come si legge nella laconica ricostruzione biografica, pubblicata sul Sito del Quirinale, Pertini sconta i primi sette anni di carcere, poi viene assegnato al confino per otto anni. Nonostante l’aggravarsi delle condizioni di salute, respinge la richiesta di grazia, presentata dalla madre, “perché, mamma, nella vita talvolta è necessario saper lottare, non solo senza paura, ma anche senza speranza. E così oggi lotto io, mamma. Lasciatemi qui in carcere con la mia fede […].” Nella piccola isola di Ventotene Pertini sconta gli anni del confino di polizia, insieme a molti altri compagni socialisti e comunisti, tra i quali Terracini, Fancello, Scoccimarro, Secchia e Spinelli.

“Noi laggiù vivevamo secondo regole immutate, che dovevano essere rispettate con rigore: si poteva uscire dagli stanzoni, dove alloggiavamo dalle 3 alle 50 persone, verso le otto del mattino; bisognava rientrare per le otto di sera. Non si doveva superare un certo limite, appunto il confino.” Questa è la descrizione sulla vita dei confinati politici, che viene resa dallo stesso Pertini in un’intervista ad Enzo Biagi per La Stampa (7/08/1973).

Il 25 luglio 1943 la radio diffonde la notizia delle dimissioni di Mussolini, il quale in realtà era stato arrestato dai carabinieri e trasportato a bordo di un’autoambulanza. Il governo viene affidato al Maresciallo Badoglio. Pertini e i compagni al confino, vengono liberati nell’agosto dello stesso anno. Tuttavia, per un tentativo di evasione, quando ancora era in carcere al Regina Coeli, viene nuovamente arrestato dalle SS. Benché gli fosse stata inflitta la condanna capitale, la sentenza non verrà mai eseguita. Nel 1944 Pertini riesce ad evadere dal carcere con Saragat e riprende “l’opera di combattente audacissimo della Resistenza”, in qualità di responsabile del Comitato di Liberazione Nazionale per l’Alta Italia (C.L.N.A.I.), grazie alla quale viene insignito della medaglia d’oro al valore militare.

L’attività giornalistica e quella parlamentare caratterizzeranno l’impegno, negli anni del dopo-guerra, del “Presidente dei viventi e non dei burocrati”; così Prezzolini definì Pertini .

Per tre volte ha assunto la direzione dell’Avanti. E’ stato eletto Deputato per sei legislature consecutive. L’elezione a Presidente della Repubblica è giunta il 08/07/1978.

Marzio Breda sul Corriere della Sera del 20/02/2000 sostiene che la gente lo adorava, mentre la politica lo criticava, “anche perché si pagava il biglietto d’aereo, andava a sciare con il Papa, festeggiava come un qualsiasi tifoso la nazionale di calcio, vegliava l’agonia di un bimbo e di Berlinguer”.

Peter Nichols del Times definisce il periodo in cui Pertini ricoprì la massima carica dello Stato, con queste parole: “Per la prima volta in Italia la gente sente dire da uno che sta molto in alto, quello che dicono i vicini di casa”.

Sandro Pertini, “il combattente per la libertà” è deceduto a Roma il 24 febbraio 1990.

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Ho 43 anni, vivo a Ferrara e ho la fortuna di lavorare al mare. Conosco il Delta del Po quasi quanto la mia Città. Amo andare alla scoperta di luoghi, mostre, eventi eno-gastronomici per trasferire con la scrittura emozioni, racconti di vita e ricordi. Da buona emiliana non disdegno la buona tavola e mi diletto a girare per sagre, fiere ed eventi a tema.
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