Bruja! – Conversazione con LILLI LUINI

Lilli Luini, classe ’57, da Varese. Scrive anche con Maurizio Lanteri, che le propose un romanzo a quattro mani, uscito poi con il titolo “La forgia del diavolo”. Il loro ultimo lavoro è “Bruja” (Todaro editore), finalista al Premio NEBBIA GIALLA 2011.

Il 22 giugno, domani sera, con Lilli Luini saremo a Erba, alla LIBRERIA DI VIA VOLTA per presentare “Bruja” di Lilli Luini e Maurizio Lanteri, e “Niente, tranne la pioggia“, entrambi editi da Todaro editore.

Scrivere in coppia non è una pratica molto diffusa tra gli scrittori. Come è andata?

È andata che lui ha letto un mio vecchio lavoro e mi ha proposto di scrivere un romanzo insieme. Ho detto di no, mi sembrava una cosa impossibile, poi ci ho ripensato e ho detto perché no? Abbiamo scritto La forgia del diavolo, senza esserci mai visti. A metà libro gli ho dato il mio numero di telefono. Quando è finito ho accettato di incontrarlo. Ci eravamo divertiti così tanto, in quei mesi, che abbiamo continuato a scrivere insieme.

Scrivere con un uomo permette di vedere il mondo da punti di vista diversi? E in che modo?

Sicuramente sì. Uomini e donne vedono le cose in maniera diversa e strutturano anche il pensiero in maniera diversa. La maggior parte delle nostre discussioni su personaggi e trama vengono da qui, ognuno di noi due si scontra con questa differenza. È difficile accettare che una cosa che per te ha grande rilievo, per il sesso opposto non ne abbia minimamente. Inventando vite e storie, e discutendone, abbiamo fatto delle belle scoperte.

“Quando scrivo devo aver già sentito le voci dei luoghi di cui scriverò”. Spiegaci.

Quando scrivo, mi immergo completamente, sono nel personaggio, con lui cammino, respiro, penso. Camminare a Praga oppure a Miami Beach non è la stessa cosa, non senti gli stessi suoni, non respiri la stesa aria, non ti parla lo stesso passato, lì hanno vissuto persone diverse in modi diversi. Quindi il tuo “dentro” è differente e dà vita a pensieri strutturati in maniera diversa. Oltre a vedere cose diverse, avere sensazioni diverse. L’aria, l’odore, la sensazione di essere lì e non in un altro luogo non me la posso inventare. La devo sentire su di me.

Perchè “Un giorno perfetto” di Melania Mazzucco è il libro che avresti voluto scrivere tu?

Perché ha tutto quello che mi piace in un romanzo: un microcosmo che rappresenta benissimo la nostra epoca, una tensione che non cade mai, profondità psicologica e grande empatia. E poi ci sono i temi che più mi interessano: la vacuità dei rapporti interpersonali che contraddistingue la nostra epoca, il percorso dalla normalità alla follia e l’incapacità di agire di fronte alla psicopatologia di un congiunto, che è causa di tutte le grandi tragedie familiari che ci snocciola la cronaca nera.

Parliamo di Bruja. Quale è l’idea che sta alla base del romanzo?

Quando scrivo, la mia intenzione è solo quella di raccontare una storia di questo mondo. In questo, Maurizio e io siamo uguali: non partiamo mai da un’idea, da una teoria. Partiamo dall’osservazione della realtà e mettiamo in campo un personaggio. In questo caso è stato Jacopo, uno di quei quarantenni che ancora vivono con i genitori e non hanno deciso cosa faranno da grandi. L’abbiamo messo in una situazione complicata dicendogli “vediamo come te la cavi”. Poi, siccome appunto raccontiamo storie del nostro mondo, saltano fuori i temi del nostro mondo. Non solo la corruzione e gli scandali, ma anche la paura dei sentimenti delle generazioni più giovani, che si risolve nella ricerca di rapporti superficiali e disimpegnati. Che ovviamente non danno nemmeno  un’ora di felicità.

“Brüja” vuol dire “brucia” in quasi tutti i dialetti liguri; togliendo i due puntini dalla prima vocale ci resta “bruja”, la parola spagnola per “strega. E’ un gioco di parole voluto o un caso?

Vorrei risponderti che è un gioco di parole pensato e voluto, ma in verità è un caso. Il romanzo è nato da un racconto scritto nel 2005 per un concorso a tema sulle streghe. Il grido Brucia l’abbiamo tradotto in dialetto della Val Tanaro perché lì si svolgeva la scena finale del racconto. Dopo, una volta visto scritto, abbiamo visto il gioco. E ovviamente ci è piaciuto. Anche all’editore, che ha scelto questo titolo tra i tre che avevamo proposto.

Una trama complessa e una struttura narrativa non semplice. Perché questa scelta?

Sulla trama, è venuta da sé, si è complicata e si è schiarita. A un certo punto mi son chiesta anch’io perché una storia così, che sostanzialmente ripercorre sessant’anni della nostra storia. Mi sono risposta che forse era la storia che avevo sempre voluto raccontare e per caso era uscita ora, con questi personaggi. Riguardo alla struttura, i sono un’istintiva. Maurizio è più razionale, ma in queste cose tende a darmi fiducia. Ecco, io credo che ogni storia voglia essere raccontata in un certo modo e non un altro. E finché non scopri questo modo, quello che scrivi viene fuori con difficoltà, a spizzichi. Appena trovi la voce, ecco che tutto fluisce con grande facilità. A volte le dita non stanno dietro alle idee, per intenderci. Ma deve esserci la voce giusta, il modo giusto di narrarla.

Perché scrivi?

Sinceramente non lo so. Ci sono momenti divertenti, ma prosciuga. C’è un sacco di lavoro dietro, e quando si ha anche un lavoro vero, otto ore d’ufficio, diventa davvero un impegno. Ma non saprei farne a meno. Ho trovato questa via per far uscire quel condominio di voci e persone che avevo in testa fin da bambina. Credevo di essere l’unica al mondo, e di essere pazza, finché non ho incontrato altra gente con un condominio in testa. E scrivevano tutti.

Cosa stai leggendo in questi giorni.

Noir e gialli italiani, in particolare i finalisti del premio Nebbia gialla. Non perché tra i finalisti ci sia anche Bruja, però. Da qualche anno leggo sempre i finalisti dei premi, man mano che escono le candidature. Mi piace studiare l’evoluzione della narrativa, come cambia la scrittura e  il nostro gusto di lettori. Nell’ambito di un premio dedicato al giallo e noir, poi, è particolarmente interessante vedere la diversità degli approcci al genere, c’è chi segue la tradizione e chi invece si lancia in esperienze nuove. Comunque l’ultimissimo, finito stamattina, è stato Alla fine di un giorno noioso di Massimo Carlotto. Grandissima scrittura, tesa e asciutta come piace a me.

Che musica ascolti.

Dipende. Classica e qualcosa di rock mentre scrivo. Ho un pessimo rapporto con il rock, mi ci sono intestardita e lo sto studiando da un anno. Con risultati che non mi soddisfano, perché in gran parte continua a respingermi. Per intenderci, riesco a scrivere con Pink Floyd e King Crimson, ma se attacco Emerson Lake & Palmer o Queen mi innervosisco subito. In macchina, quando sono sola, invece mi piace cantarci sopra. Quindi ascolto musica leggera italiana oppure lirica. So tutta La Traviata, me l’ha insegnata mio nonno. Nei viaggi lunghi, in camper, invece io e mio marito portiamo De André, Nomadi, Guccini e Vecchioni. Zucchero e Vasco, anche.

Cosa stai facendo adesso.

Sto scrivendo un nuovo romanzo. Sempre con i protagonisti di Bruja. Il primo tentativo di serialità, insomma. Ormai è quasi finito, almeno in prima stesura. Anche questo è un romanzo complesso, con la stessa struttura narrativa. Devo dire che ci ha prosciugato più degli altri. Raccontare questo mondo schizofrenico sta diventando veramente difficile.

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