“Mi ha detto che non sono un uomo felice e per questo sono sceso dalla macchina. Ha tirato a indovinare, sai cosa ci vuole? Ho quarant’anni, sono sposato. Mi sono già giocato metà della mia vita. I prossimi decenni? Declino, vecchiaia, persone che mi metteranno da parte. Non sono un uomo felice. Certo che non sono un uomo felice. Nessuno alla mia età è un uomo felice” (Non fare la cosa giusta, Perdisa Pop)
Alessandro Berselli, classe ’65, da Bologna. Umorista e scrittore, gli ultimi romanzi che ha
pubblicato, tutti, sono “Io non sono come voi” (Pendragon, 2007), con Perdisa Pop “Cattivo”nel 2009, e nel 2010 “Non fare la cosa giusta”.
Senti ma tra il 1965 e il 2007 cos’hai fatto?
Mi sono allenato. Ho creato i presupposti per. Ho lavorato sul lato oscuro. Mi sono creato un’attitudine dark. Devo continuare?
“Non fare la cosa giusta”. Perché e percome.
Non fare la cosa giusta perché sono stanco delle regole, della vita come gli altri ci hanno detto che debba essere. In fondo è così Claudio Roveri, il protagonista del libro. Uno stanco dei codici, di fare quello che è giusto fare, di comportarsi a dovere. E’ l’autopsia di un uomo che entra in crisi e decide di coltivare la parte sovversiva del proprio essere. Sarà la sua rovina.
Sul tuo sito c’è scritto che i tuoi personaggi sono spesso “mediocri e falliti protagonisti borderline”. E’ vero? E perché?
Mi piacciono i losers, gli sconfitti. Quelli che collezionano bilanci esistenziali sconfortanti senza riuscire a capire dove hanno sbagliato. I perdenti. Coloro che non hanno mai in mano le carte giuste ma che, nonostante tutto, continuano a giocare. Non c’è un’umanità edificante nei miei libri. C’è gente ributtante, persone che non vorremmo mai incontrare. Ma alla quale lo scrittore si affeziona. E vorrebbe che lo stesso facessero i suoi lettori.
Come definisci i tuoi romanzi?
Non amo le definizioni. So che è una affermazione banale, ma quando scrivi non ti fai tutte queste seghe mentali, tipo sto scrivendo un noir oppure no. A me piacciono le atmosfere malate, i personaggi soffocanti. La banalità del male. La dimensione nera chiaramente c’è, ma il lato investigativo, ad esempio, non mi interessa. Io parlo di cervelli che smettono di funzionare come dovrebbero. O che forse non hanno mai funzionato.
Quando ci siamo conosciuti a Bologna tu sei stato così gentile da leggere in pubblico alcune pagine del mio “Ladro di Sogni”. Sei anche attore o è solo un hobby?
Hobby, assolutamente. Sono un lettore dilettante, lo faccio solo per gli amici e a volte per me stesso. Cerco di drammatizzare perché credo che la lettura, se non ha un po’ di teatro intorno, sia una pratica letale, mortifera. Il tuo libro si prestava tantissimo ad essere letto in quel modo.
Hai detto che ti piacciono “le spirali avvolgenti piuttosto che le accelerazioni”. Puoi spiegarci?
Scrittura come il sesso. Senza fretta. Lunghi preliminari e prendere velocità solo quando si è vicini alla fine. Il lettore deve sentirsi come dentro una specie di gorgo. Le acque all’inizio ti fanno girare piano, ma quando arrivi al centro vai giù in un attimo. E affoghi.
Credo che ogni lettore cerchi una parte di sè in quello che legge. Che ne dici? Tu che ci metti di te in quel che scrivi?
Sai che non lo so. Ti vorrei dire tanto perché scrivere è un po’ una seduta di autoanalisi, ma poi mi rendo conto che non è solo così. Spesso si scrive non solo per esorcizzare, ma anche semplicemente perché si ha una storia da raccontare e si ha bisogno di farlo. Poi è chiaro che molte cose tue, spesso quelle più sepolte, vengono fuori. Ma a volte siamo anche solo degli osservatori dell’esterno. Del tutto che ci sta intorno.
“Leggi mille pagine e scrivine una.” Che ne pensi? 
D’accordissimo. Carver diceva che se per dire una cosa bastano dieci parole, non usarne quindici o venti. Usane dieci. Sono contrario alla zavorra, a quello che non serve. Bisogna essere essenziali, pulire, limare. Andare al nucleo e farsi bastare quello.
La prima cosa che hai scritto e che hai fatto leggere a qualcuno, e cosa ti hanno detto.
Anni novanta, lettere al condominio. Una rubrica su COMIX di un tizio che spediva missive a tutti i suoi vicini massacrandoli con storie senza senso. Sono andato al COSTANZO SHOW con quella roba. Umorismo nerissimo. Mi sono divertito molto.
Rock in tutte le sue accezioni e declinazioni. Dal punk al progressive, dall’hard rock alla sperimentale. Non sopporto il jazz e la musica latino americana. Quella finta allegria, le trombe. Non la reggo.
A cosa stai lavorando?
Nuovo libro. Un sabato sera di follia, un gioco pericoloso che finisce male. Storia narrata da cinque prospettive diverse, tante quante sono le protagoniste. Titolo provvisorio NEVERMIND, evidente tributo ai NIRVANA.
Cosa stai leggendo?
Sto finendo IO TI TROVERO’ di Shane Stevens. Ottocento pagine. Decisamente troppe. Carver se la sarebbe cavata con meno della metà.
Che stai facendo.
Pensavo di farmi un bicchiere di vino. Mi fai compagnia?
Certo! Prosit!



grazie fratello sergio!!!
A te!