Non basta mettere in campo i buoni e i cattivi – Conversazione con Sacha Naspini

Sacha Naspini da Grosseto, classe ’76. In libreria in questi giorni con “Noir Désir – Né vincitori, né vinti”, Monografia sulla band francese Noir Désir (Gruppo Perdisa Editore). Lo scorso anno ha pubblicato “I Cariolanti” (Elliot).

Cominciamo dall’ultima uscita “Noir Désir”. Perché e percome. E di cosa parla.

Ciao. È nato per caso, Luigi Bernardi un giorno ha intuito la mia passione per questo gruppo francese, stava progettando la nuova collana Rumore Bianco di Perdisa. Era gennaio di quest’anno, a un certo punto m’ha sparato la proposta: Che, ti va di scrivere un libro sui Noir Désir? Me l’avesse chiesto su qualsiasi altra cosa, forse avrei rifiutato. Ma questa band. Ha significato e significa molto per me, quasi fin dagli esordi (diciamo un decennio dopo, perché all’epoca ero un bambino), fino al fatto di Vilnius, che ho vissuto malissimo. Un po’ di tempo fa provai a buttare fuori quel malessere in un racconto lungo, intitolato Des visages des figures, uscì per Il foglio. Fu straziante sotto molti aspetti assistere a quella tragedia. Per me – per milioni di ragazzi nel mondo – Bertand Cantat era un vero punto di riferimento: perfettamente schierato e in grado di unire potenza, rabbia, poesia e vene di profondità assolute nelle sue canzoni. E quel gruppo, venuto fuori dalle cantine di Bordeaux, che viveva un po’ il “grande sogno”…

Poi, all’apice del successo, la morte di Marie Trintignant.

Una cosa devastante. All’inizio ero quasi tentato di saltare quella parte, riducendola a una serie di articoli ripresi pari pari, stop. Perché questo è un libro sui Noir Désir, non su Bertrand Cantat. Ma lui è comunque il fuoco, il centro nevralgico di tutto, nel bene e purtroppo anche nel male. Inoltre mi sembrava giusto provare a dare al fatto una risonanza più dettagliata, che fornisca a chi ne ha voglia qualche elemento in più per capire, fin dove è possibile, cosa è successo quella notte del 26 luglio 2003. Questo libro potrebbe anche essere definito una sorta di “monografia romanzata” o qualcosa del genere. Racconto la storia di questo gruppo con una voce che sulla pagina non avevo mai sperimentato: la mia, semplicemente, questa di quando parlo senza obblighi narrativi. Luigi Bernardi mi ha commissionato questo testo a gennaio. I Noir Désir, dopo il fatto di Vilnius, la galera di Bertrand e il mattatoio mediatico, erano fermi da un bel po’ di anni. Mi ha fatto strano apprendere la notizia che Cantat tornava sul palco pochi giorni prima dell’uscita di questa pubblicazione. Una specie di appuntamento al buio, tra me e questo gruppo. Un appuntamento che non ci siamo mai dati, e che abbiamo rispettato spaccando il secondo. Insomma, una cosa così.

Hai intenzione di proseguire fuori dal mondo della narrativa o tornerai a pubblicare romanzi?

No, il mio mondo è la narrativa e non ci piove. Ho pubblicato sei romanzi, un tascabile e un sacco di racconti. Questo per Perdisa è il mio primo lavoro “fuori dalle righe”. Per il 2011 sono previsti vari progetti grossi, e un altro romanzo, appunto. Anche per il 2012 ci sono in ballo alcune cose importanti. Naturalmente non escludo che trasversalmente possa lavorare ad altri testi, fa parte del lavoro. A patto che possa usare la voce che mi pare, come nel caso dei Noir Dez – poi può piacere o no. È l’unica condizione imprescindibile. Mi serve per tenermi nelle briglie che voglio io, senza pensarmi un puttanone sfaticato che se la vende a poco, neanche per una virgola.

Visto che parliamo di musica, dicci cosa ascolti, cosa ascoltavi e cosa ascolterai.

Su cosa ascoltavo e che ascolto è impossibile dirlo qui, in poche parole. Su quello che ascolterò, lo stesso: e io che ne so. Ma di sicuro so quel che non ascolto e che non ascolterò mai: le robette da Radio Emozioni & Allegria, della serie “Amore mi manchi” e “Il mondo è bello trallallà”. Mi fanno schifo quasi tutte le robe pop cantate da una voce bella che non dice niente. In un certo senso, mi fa schifo anche chi le ascolta. Ma mi fanno comodo, perché s’imbambolano là dentro e se ne fregano del sottobosco. Così io mi ascolto le mie cose e mi sembrano rare davvero, quasi solo mie.

Su “I Cariolanti” un lettore ha scritto (vedi in IBS) “Questa è la storia di una bestia, non è un horror, non è thriller, non è nient’altro che la storia umana di una bestia tramite la quale, Naspini, con la sua scrittura riesce a giustificare gli atti più malvagi. Bel libro, l’ho letto in una notte e io non leggo mai la notte, specie 158 pagine di fila poi.” Parliamo della bestia, intanto.

I Cariolanti è la storia di Bastiano. I Cariolanti, alla fine, è un libro che parla dell’esigenza umana, animale, di trovare un posto nel mondo. È un libro sulla fame, sia quella strettamente fisica che quella dei sentimenti, di un’identità negata. Chi nasce “di traverso” è scomodo. Bastiano affronta un’esistenza di privazioni – in tutti i sensi – e alla fine il suo percorso è circolare, obbligato. Ma ci prova, con tutte le forze. La “bestia” non ha niente a che vedere con la violenza gratuita. La bestia siamo noi, nella nostra parte più scoperta e libera. Nella stragrande maggioranza dei casi siamo tutti belli soddisfatti di venire a patti con quelle esigenze profonde, che poi dimentichiamo.

Ci facciamo del male.

Sai, i compromessi. Al giorno d’oggi “fare compromessi” te la fanno passare come una qualità alta. Forse è così, però capitata sempre più spesso di vedere persone intristite dalla vita, e mi pare veramente assurdo, perché il premio finale di questa passeggiata nel mondo è la morte. Bastiano cerca l’adattamento in tutti i modi, ma alla fine si arrende, perché lui viene dal buio, con una sua storia precisa, e non riesce a trovare gli strumenti per incastrarsi nella realtà che ha intorno. La bestia, in fondo, è solo un fatto umano.

Parliamo del lettore e di quello che ha scritto. Ti inorgoglisce? Cosa pensi dei tuoi lettori, in genere?

Nel caso specifico mi inorgoglisce particolarmente, perché hai beccato (sono andato a vedere) un collega scrittore che stimo molto. Alessandro Cascio ha una visione precisa della letteratura e il momento che sta vivendo in Italia. Per il resto, incontrare chi mi legge in giro per l’Italia è una cosa che a volte mi sbalordisce: m’è capitato di conoscere persone che si sono sparate delle ore di macchina per assistere a quaranta minuti di presentazione. A me le presentazioni non piacciono molto, uno perché non sono bravo a parlare in pubblico, due perché alla fine mi sembrano anche un po’ ridicole. Poi sono timido da morire.

A chi lo dici. Già hai scritto, poi devi anche fare lo show.

Ecco, mi piacerebbe di più se il cosiddetto “incontro con l’autore” fosse una specie di gran buffet dove non sono messo in evidenza. Magari uno stanzone dove ce ne stiamo a chiacchierare e a berci qualcosa, con un po’ di musica. Tutte le volte che mi trovo a sedere su un palco o qualcosa del genere, mi viene da pensare: e a questi che gli racconto, ora. Potessi scegliere, gli canterei più volentieri una canzone. A parte questo, ricevo mail e messaggi privati quasi ogni giorno. Come fa a non piacerti una cosa del genere. Sono incoraggiamenti costanti, che mi permettono di non spegnermi mai.

Cosa ti interessa comunicare?

Non te lo so dire. Ti rispondo un’altra volta al contrario: so quel che non m’interessa comunicare: messaggi disonesti, per esempio. Alla fine, quel che mi preme, è scrivere buone storie. Con una voce mia. Cercando di starmene bene al riparo da qualsiasi “marchio”, più che posso.

Io credo che il lettore si meriti di avere davanti degli spazi aperti, mondi dove possa entrare e provare a sentirli suoi. Credo che ogni lettore cerchi una parte di sé in quello che legge. Che ne dici?

Il “lettore” è una massa vaga. Quando scrivo ci sono naturalmente due occhi: uno mio, imperativo, e uno che guarda fuori, al modo in cui potrebbero essere recepite le pagine che butto giù. La seconda lente è chiaramente in secondo piano, ma non esclusa – magari la porto in prima posizione nella rilettura. Scrivere un libro a volte mi fa pensare a una specie di esibizione unica, la prima di uno spettacolo. Solo che lo fai da dietro le scene, dalla parte più buia. Quello che dici comunque è vero: uno che scrive regala un mondo, devi essere bravo a saperlo amministrare, a tirarci dentro la gente per i capelli e farcela stare attaccata, col naso sulla pagina. Ma senza barare. Non c’è niente di peggio di un lettore che ti dona il suo tempo (i suoi soldi, anche), e che poi chiude il libro sentendosi vagamente preso per il culo. A parte quelli che se la vanno a cercare spudoratamente, e allora se lo meritano.

“Credo che la scrittura debba fare male, scoprire i nervi e provocare cortocircuiti. Gli scrittori sono troppo indulgenti con il mondo intorno, cercano la fama e il profitto, una fetta di torta qualsiasi. A me interessa illuminare zone di buio, con le mie storie, i miei personaggi, il mio stile. Dentro quel buio ci sono anch’io, ci siamo tutti noi.” Lo dice Luigi Bernardi. Che ne pensi?

Che fa bene a dirlo. A mio avviso un libro che fa male è più utile di qualsiasi altra lettura consolatoria. Vale lo stesso per i film, la musica, l’arte in genere. È proprio un certo taglio d’autore che in Italia a volte fatica a salire a galla, insieme a quelle prospettive stilistiche trasversali – che non toccano i generi; che magari stanno sulla voce. Poi, in questo preciso periodo storico, sembra che gli scrittori cosiddetti “noir” detengano lo scettro di cui parla Bernardi, quando dice “illuminare zone d’ombra”. Per me, sono giallisti e scrittori di polizieschi e di thriller che con l’etichetta “noir” si sentono un po’ più fichi e allora si fanno le foto con il sigaro o la pipa in bocca. Commissari, finali rassicuranti, serial killer. Queste cose qua. Per me, un libro Nero è un’altra cosa. Come scrivevo di recente da qualche parte su Internet, non basta buttare all’aria ettolitri di budella e far fumare un sacco di sigarette a un ispettore depresso che va avanti a psicofarmaci. Non basta mettere in campo i buoni e i cattivi. È la suggestione generale, il punto di vista. Il piglio di raccontare il nero con il nero, magari senza quelle orribili strizzatine d’occhio nei finali. Anche un grande libro d’amore che finisce bene può essere così. Wu Ming, in un recente articolo collettivo a cura di Marilù Oliva, scrive una cosa che secondo me centra il bersaglio: “Chi oggi scrive o vuole scrivere narrativa onirica, strana, erotica, ambivalente e crudele, farebbe bene a navigare al largo dell’etichetta”.

Non ti hanno rotto un po’ le palle le etichette? A me da tempo.

Sarebbe bello se l’etichetta di un autore tornasse a essere semplicemente il nome che ha.

L’orrore del quotidiano, la mostruosità della normalità, l’abisso dell’inquietudine che quando si spalanca genera i mostri della violenza. Quale è il vero orrore? “Chi l’ha visto” o il parrucchino di Berlusconi?

Il vero orrore è la massa che continua a muoversi inebetita verso una certa direzione. Chi l’ha visto e Berlusconi fanno parte del solito meccanismo: addormentarti – o fingono di riscattarti. Nel frattempo ti tengono per le palle, perché tu hai da pensare alla rata del mutuo, quella della macchina. Se bevi un bicchiere di vino e vai da casa tua a quella della tua ragazza, è probabile che ti fanno dimenticare la patente per un pezzo. I semafori che ti succhiano i soldi sul giallo. Le strade che ti succhiano i soldi nei rettilinei di chilometri con il limite di cinquanta. La radio passa Waka Waka e Alejandro. Nei momenti di libertà apri un giornale e devi leggerne dieci per capire che cazzo sta succedendo davvero. Accendi la televisione e la scelta è tra il niente dei telequiz, il niente dei TG e il niente dei talkshow e dei talent, i reality. Intanto passano le pubblicità e sono tutti belli e stanno bene. Domenica gioca l’Inter. I ragazzini che se ne stanno davanti alle consolle come degli zombie con le mascelle cadenti. La gente che va a sentirsi viva a Sharm per una settimana. L’anno scorso è successo un mezzo finimondo per il vaccino contro l’H1N1, quest’anno lo inseriscono dentro a quello stagionale e se non vuoi beccarti la febbre, ti fai buttare dentro anche quello, senza che nessuno ti abbia chiesto niente. Perché sei troppo incasinato con mille cose, quel che ti interessa è avere i soldi per arrivare a fine mese e magari andare a far finta di essere un po’ cool in un locale il sabato sera con un beverone rosa in mano. Tutto questo solo per buttare lì due o tre cose, banalizzando. Con una specie di fotografia così, cosa ti sfugge esattamente dell’accezione “vero orrore”? Forse, il problema è che di violenza ne esce fuori troppo poca. Intendo quella costruttiva, delle idee, prima dell’esasperazione.

Un autore o un libro che ami alla follia.

Ecco un’altra domanda impossibile. Ti dico solo che sto finendo l’ultimo di Nick Cave. Che bastardo. Non si accontenta di scrivere canzoni della madonna, fa pulito intorno anche con i libri. Che bastardo. La morte di Bunny Monroe. Fenomenale.

La prima cosa che hai scritto e che hai fatto leggere a qualcuno, e cosa ti hanno detto.

È stato un romanzo strampalato, il primo che riuscii a chiudere un po’ d’anni fa. Una roba illeggibile, naturalmente. La mia ragazza dell’epoca lo fece rilegare e me ne regalò tre copie. E poi mi disse: «Se non continui a scrivere, ti lascio». Poi ci siamo lasciati lo stesso. Comunque quello dopo l’ho pubblicato.

Che stai facendo?

Appena abbiamo finito qui, vado a farmi una corsa. Stasera faccio il giro lungo.

Io lo faccio domattina, se la baracca regge. 12 km. E tu?

Seee, dodici chilometri. Pazzo. Per me una quarantina di minuti, al massimo un’ora. Corsa tranquilla, da crociera. C’era uno che diceva: «Facciamoci del bene, sì. Ma fino a un certo punto».

About sergio

Sergio Paoli, classe ’64, nasce a Viareggio e vive in Brianza. Ha appena pubblicato "Niente, tranne la pioggia" con Todaro Editore. "Wil guardò il vecchio amico negli occhi, abbastanza a lungo perché Lubrano notasse i segni del tempo, gli stessi che lo attraversavano senza pietà. Diventiamo tutti più soli, pensò, più soli e ci perdiamo su qualche spiaggia in un pomeriggio d’agosto, su qualche piazza avvolta dalla nebbia, o chissà dove. E non ci ritroviamo più. Ti serve un amico, ma non sempre è lì. E allora è la fine." Marito, padre, quadro aziendale e sindacalista CGIL, ogni tanto scrive qualcosa. Ha pubblicato racconti in raccolte sue e insieme con altri autori, e su qualche sito web (come quello della scrittrice Barbara Garlaschelli). I suoi romanzi precedenti sono: “Ladro di sogni” (2009) e “Monza delle delizie” (2010), finalista al 4° Festival Mediterraneo del Giallo e del Noir di Sassari. Ama la pizza, il rock e i buoni romanzi. http://www.sergiopaoli.com su Facebook http://www.facebook.com/sergio.paoli su Anobii: http://www.anobii.com/sergiopaoli/books su Twitter https://twitter.com/sergiopaoli http://www.todaroeditore.com
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6 Responses to Non basta mettere in campo i buoni e i cattivi – Conversazione con Sacha Naspini

  1. BodyCold says:

    “….A chi lo dici. Già hai scritto, poi devi anche fare lo show….”
    fa ridere st’ affermazione pensando che poi quando i libri escono le date per le presentazioni poi vengono chieste dagli stessi autori….
    bah

    • sergio says:

      Lo “show” potrebbe essere inteso male (come è avvenuto in altri contesti). Per me le presentazioni sono belle, utili e necessarie per l’incontro con i lettori. Non amo la spettacolarizzazione anche delle presentazioni, che rischia di distogliere dai contenuti del libro presentato, da qui la parola show. Se la parola “show” dà fastidio chiedo ufficialmente scusa a tutti i miei lettori. Chi mi segue sa bene quanto sia stretto il rapporto (siamo anche pochini in realtà, quindi è anche facile ^_^), e ringrazio Enzo, per avermi segnalato la cosa.

  2. Pingback: Intervista «

  3. Noir Desir, nè vincitori nè vinti,
    se lo leggi al contrario è narrato in francese,
    se lo lasci accanto allo stereo di casa, dopo un po’ suona anche.
    Compratelo … dicono che alcune copie, se le mettete tra le gambe … ma no, perchè svelare tutto.
    E’ uno dei migliori libri sui Noir Desir che siano usciti negli ultimi dieci anni e … io li ho letti tutti in tutte le lingue.

  4. Cinzia says:

    Ho letto l’intervista sino alla fine con molto piacere. Confesso che non conosco il gruppo e mi attiverò subito per saperne di più, in attesa di leggere i tuoi nuovi lavori…
    Poi ti ho scritto in privato su un paio di cose.
    In bocca al lupo per tutto.

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