Divenire

Eccoti qua. Potresti anche non esserci, ma di nuovo ci sono le note di un piano e una canzone sussurra di te.

Un gatto bianco e nero mi passa davanti e annusa per un attimo l’aria che viene dal mare. Gli si arruffa il pelo. E fa freddo, pare dire guardandomi…poi se ne va a passo lento. Resto solo su una spiaggia attraversata dal vento di gennaio.

Tu tenevi in braccio un gattino bianco e nero, sì. Una vecchia foto dove sorridevi. Tu mi fai male e le mie sconfitte sono segnali stradali su un antico casello d’autostrada in disuso. Chissà cosa è diventato quel gattino ora e come sei tu. Chissà come sono i ricordi che non avrò mai, tutti quei quadri che volevi dipingere, tutti quei racconti da scrivere e tutte quelle carezze.

Ricordi questa spiaggia e questo freddo, questo bisbigliare delle onde e il tuo sorriso che non m’illuminava? Le pagine di libri impossibili che non riuscivamo a girare, i viali grigi e una bicicletta che passava. L’amore che scorreva nelle vene e il telefono che non suonava più. Si accendevano lampioni lontani, sulla strada della costa, ed il faro lampeggiava. Erano tempi diversi.

Tu mi fai male, e non lo sai. Ricordi il freddo che ci avvolgeva e quell’assenza di parole che ci aveva accompagnato per tutto il giorno? Il mondo era in pausa, e le note di un film stonato giravano lentamente sugli schermi di un ristorante con le sedie consumate. Dove qualcuno era stato, comunque, felice. Dove forse qualcuno aveva amato.

Temevo la distanza tra di noi, più della pioggia dell’inverno, il tuo ombrello che si apriva, e il non vederti più. Seguivo le tue tracce e la tua espressione, come un bambino cerca l’arcobaleno dopo il temporale. I fari di un’auto illuminavano altrove e tu seguivi con lo sguardo pensieri nascosti.

Nella piccola casa vicino al mare hai poi sorriso. Un fuoco acceso, il profumo di caffè in cucina, il silenzio è diventato pace e la distanza è svanita. Un maglione che era mio e nient’altro indosso, tu, curiosa di me, le tue gambe nude sul divano, la mia fame di te e di colpo nessun pensiero, un fiume che scorre, una corsa a perdifiato, un tuffo nell’azzurro, tutti i colori ed i desideri che rivivono, le ansie, le tue mani e le mie,  i baci e la soddisfazione di una lunga corsa per arrivare lassù, dove per un attimo non si è soli.

E il gusto di te.

Le vicende di un romanzo impossibile. Il colpo di scena che il regista non ha letto nella sceneggiatura. Tu mi fai male. E chissà se quel gatto lo sa, e se star qui, a guardare queste onde, ha senso, e se queste panchine sono la fine di qualcosa che non è mai diventato mio.

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Sbavature

- Stai sbavando sui miei piedi

- Ma se sono qua seduto al computer, alludi forse a qualcosa in particolare?

- Alludo.

- Si, beh, comunque non è esatto, non sto sbavando solo sui tuoi piedi, ma anche sulle tue gambe e sul tuo culetto.

- Smettila!

- Di far che?

- Sei incorreggibile, impossibile, oh cazzo, abbiamo fatto l’amore tutta la notte.

- Beh non sono io che ho indossato il mio maglione ma tu, ed il punto è che hai indossato solo quello, Vale, eppoi a dirla tutta sto sbavando anche sulle tue labbra, sul tuo collo, sul tuo seno, eheheheh.

- Smettila, cazzo, basta. Dio! Pensi sempre alle stesse cose. Siamo chiusi in questo appartamento da otto giorni, abbiamo fatto l’amore e mangiato, mangiato, dormito e fatto l’amore, abbiamo sperimentato un intero kamasutra, cosa che farebbe la gioia di ogni sessuologo, insomma abbiamo scopato in continuazione, oltre a mangiare e dormire.

- Non è del tutto precisa come descrizione, io ogni tanto mi sono collegato a internet per scaricare le foto e leggermi le mail, e tu hai letto qualche rivista.

- Si vabbeh, Fabri, dio questa tua precisione, sei fissato, dai usciamo a prendere un po’ d’aria, su..

 

Fabrizio si avvicina alla finestra, un sole forte batte sulla persiana socchiusa e lui ha in mente il riff di sunshine of your love, suonato da Clapton, live. Mah chissà perché, non va così bene come aveva pensato, o sperato, erano chiusi in casa, due stanze con bagno, da otto giorni di seguito. Avevano fatto la spesa a sufficienza per molto più di quel tempo e scorta di sigarette..

Lui cucinava e lei faceva i piatti.

Andavano a letto. Ed era estate, caldo umido e pesante, e dall’unica finestra aperta sulla stretta corte rimbombava ogni parola, ogni sospiro, ogni sussurro. E salivano amplificati ai piani superiori,  entravano in tutte le finestre, rovesciandosi sui pudori del vicinato.

Avevano giocato con i loro corpi e con l’immaginazione. A Fabrizio piace farsi le fotografie e piace l’atmosfera, quel bianco e nero sgranato in luce sporca, secondo la moda dell’epoca.

Ora, quella discussione con Valeria, forse inevitabile, forse inutile, di certo difficile, minaccia di andare avanti a lungo. Ma lei ama discutere. Le donne discutono sempre.

Fabrizio fissa un punto indefinito e sta per dire qualcosa, quando bussano alla porta.

Un tizio, in avanti con gli anni, si presenta sulla soglia.

- Scusate, quei rumori.

- Quali rumori?

- Quelli. – risponde il vecchio con un gesto vago della mano e una più definita espressione di disgusto.

- Ma quali?

- Sapete, si sente tutto.

- Tutto?

- Sì tutto – conclude il tizio, che odora un po’ di naftalina, pastina e cavolo lesso.

Poi fa dietrofront e se ne va. Fabrizio chiude la porta. Un brivido di nervoso gli scuote un braccio. Improvvisamente a Vale si inumidiscono gli occhi di pianto, corre in bagno e si chiude dentro.

Lasciano la casa il giorno dopo e, mentre sono indaffarati a caricare la macchina con la poca roba che hanno, dalla finestra del secondo piano un viso maschile li osserva attraverso i vetri non perfettamente puliti. Lui, il vecchio.

Fabrizio alza la mano in un gesto di saluto, d’istinto e il viso immediatamente si ritrae, scompare.

Più che sdegnato, pensa Fabrizio, è come se stesse cercando di non ricordare troppo. Invidia o nostalgia. Ecco, forse era quello, invidia e nostalgia.

 

Mette in moto e chiude la portiera ma Valeria non sale

- Ci vediamo – dice senza sorridere. Distoglie lo sguardo, mette lo zaino in spalla e si incammina lungo muro.

Lui la guarda andarsene e non ci può credere.

Vuole gridarle qualcosa ma cosa?

Valeria allunga il passo e  prima di voltare l’angolo si gira a sorridergli e con la mano apre le cinque dita tese e chiude il pugno, più volte.

Paura, eh? Poi si fa una gran risata e sparisce dietro l’angolo.

Meno male, pensa Fabrizio con sollievo, in fondo poteva considerarla solo una piccola sbavatura.

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Cambio turno

Non sono che l’anima

di un pesce con le ali

volato via dal mare

per annusare le stelle

difficile non è nuotare contro la corrente

ma salire nel cielo

e non trovarci niente.

(Ivano Fossati)

 

Salgo sul metrò a Romolo per dirigermi verso il centro.

Sono le otto di mattina circa.

Oggi ho scelto l’aspetto di una studentessa di scienze politiche, terzo anno. Le mie scarpe da ginnastica fanno un po’ di rumore, mentre cammino sul marciapiede della stazione. Il treno arriva tra tre minuti. Lo dice il display luminoso.

C’è silenzio, la gente ha sonno. Incrocio i miei pensieri.

 

Io ho sentito il rumore della pioggia che cadeva e la solitudine dei giorni d’inverno.

Ho percorso marciapiedi vuoti e mi sono fermata a incroci sconosciuti. In mezzo a gente perduta di cinismo ho bevuto i miei caffè sfogliando un vecchio giornale, mentre la televisione parlava di tutto e di niente.

Ho vagato sotto la luce dei lampioni di viali anonimi, osservando le macchine passare scrutavo i volti di chi teneva il volante per cercare inutilmente un motivo o una ragione di sconfitta, un pretesto per dirmi che così era andata e così doveva andare.

Ho perso tutte le parole pensate, quelle scritte e quelle sussurrate. Senza nulla da dire, senza lettere da mettere in ordine e fogli bianchi da riempire, limiti e confini vaghi, incerte corrispondenze, pagine scritte a metà, incerti fiori di camelie rosa bruciati dal gelo tardivo.

Ho visto stingersi i colori e scendere il buio nella stanza piena di polvere dove consumavo le mie sigarette, le mie ore in bianco e nero, una remota pellicola proiettata in cinema di periferia.

Il mio compito è  attendere e ascoltare, aprire un ingresso e porgere una mano. Le parole perdute, le inibizioni negate, la fiducia tradita e i desideri non detti.L’acqua che scorre piano sotto il terreno e rose rosse che crescono, carte di un mazzo che si mischiano su un tavolo e TIR che sfrecciano davanti alla mia auto ferma ad un stop.

Dimmi, dimmi quale è la direzione? Dove è la via e a quale condizione?

Dimmi dimmi i pensieri nascosti che devo trovare, le sorgenti d’acqua pura da svelare, quali frutti raccogliere. Dove sono le parole cercate e amate, le logiche scadute che regolano queste terre di mezzo.

Parlatemi, vi prego, nella notte che sta per finire.

 

La ragazza che aspetta vicino a me è preoccupata. Ha prestato gli appunti a un compagno di università e lui non li ha ancora restituiti. Ha l’esame di macroeconomia tra una settimana, mi pare, e non sente pronta. Ha bisogno di consultare quegli appunti, il prima possibile ,e oggi spera di ritrovare quel ragazzo in biblioteca per chiederglieli. Mi guarda incuriosita, non mi ha mai visto prima lì, e per un attimo si chiede se c’ero in aula, in mensa, in biblioteca.

Poi torna ai suoi pensieri, non sono solo gli appunti a portarla a cercare quel ragazzo. E’  felice di averlo conosciuto. Lui le sembra sensibile. Un giorno le ha scritto un biglietto e lei ci ripensa in continuazione. Lo conserva nel portafoglio

Esiste al mondo un qualcosa che lega due persone che va oltre l’amore…e che anche se puo’ sembrare piu’ superficiale per me è qualcosa di piu’ tenero e segreto.

L’amicizia nasconde piccole pagine senza frontiere, inibizioni e segreti (che a volte siamo costretti a tenere nascosti in un rapporto d’amore).

Mi volto, salgo sul treno, ci si spintona un po’. Io cambio vettura e accanto a me si siede una impiegata molto carina, i tacchi alti e la gonna molto corta, che legge una rivista di moda. Immagina di tornare a casa e togliere quelle scarpe che già le fanno male. Oggi il capo ha tre riunioni e lei continuerà ad andare avanti e indietro, è stanca di quella vita, ma sta cercando di avere un bambino insieme a suo marito e non vede l’ora. Avrà un bambino e starà a casa.

 

Cadorna.

Mi alzo e scendo, vado a prendere la rossa in direzione Duomo. Entro insieme ad una donna che dimostra sui quaranta, è triste, quasi disperata, ma molto determinata.

Si dirige al lavoro, comprendo che fa le pulizie in un grande magazzino in centro e che nel pomeriggio andrà a San Vittore, a trovare il marito. E’ arrabbiata con lui perché beve troppo, diventa violento, poi finisce sempre dentro per piccoli furti e lei se la deve cavare da sola con i tre bambini. Meno male che qualcuno, non so chi, la aiuta. Mi concentro. So che non mollerà, piange dentro ma ce la farà, le lacrime le scendono nell’intimo come parole sussurrate: cosa dirai stavolta? Che avevi solo buone intenzioni? Che va tutto per il meglio? Certo che è così, come no. I pochi soldi che io guadagno continuano a cadere nella tua bocca piena di falsità. Se sempre lo stesso. Parli senza sentimenti, no non ti credo. Non ti importa niente. Non ti importa niente.

 

Lascio il treno a duomo e cambio direzione, e mentre scendo le scale per l’altro binario, lo sento che è in fondo al marciapiede. L’ho incontrato già altre volte, è lui. E’ disperato, ha perso il lavoro e non sa che fare, anche la moglie l’ ha lasciato con i suoi debiti portando via i bambini. In genere vaga senza sosta e senza meta. Ma stamattina è peggio, la situazione è critica, il buio è cupo, la notte stende la sua mano, i pensieri corrono rapidi, troppo rapidi, Dio mio dammi la forza, dammi la velocità, dammi il cuore, dammi la volontà!

Mi precipito sul marciapiede per andargli accanto e sfiorarlo, devo fargli sentire la carezza lieve del vento che attraversa i campi di grano, il rumore della pioggia che cade, le tracce di una vita e di un amore.

Sta arrivando il treno. Non ce la faccio, Dio io non ce la faccio!

Lui si butta sui binari proprio davanti al treno, il guidatore inchioda stridendo i freni ma non c’è nulla da fare, non c’è nulla da fare. Non resta nulla.

La gente grida, c’è chi piange e anche io piango, respiro le mie lacrime avvolta nel mio silenzioso, doloroso stupore, la solitudine della sconfitta.

Quando mi riprendo realizzo che è il terzo da inizio anno, anche questo non sono riuscito a confortarlo in tempo. Esco dalla stazione, sulla scala mobile mentre arrivano di corsa i vigili e la polizia.

Devo chiamare Gabriele subito.

E’ troppo pesante per me, questo incarico è durato troppo, io sento tutti i pensieri, le paure, i timori, i dolori, le sofferenze e le gioie della gente.

Ma non ce la faccio più, adesso gli racconto tutto e spero che acconsenta a un cambio turno. Gabriele lo sa che è difficile, ma si fida di me, ed io ho bisogno di una pausa.

Anche gli angeli rifiatano, a volte.

E io, ho proprio bisogno di rifiatare.

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Quello che è

Pubblicherò nelle prossime settimane una serie di “racconti”, o meglio appunti di viaggio, note, sensazioni annotate, pezzi sparsi di composizioni non curate in modo particolare, che fanno parte del puzzle del mio lavoro di scrittura. Questo è il primo.

Non capisco perché sei venuta. Mi guardi e sento freddo, in questa stazione che non so chiamare per nome.

Ti volti a guardare un uomo con una valigia pesante, e continui a dirmi di sì, senza ascoltare.
Ci sono pochi centimetri tra le mie mani e le tue mani, tra le nostre labbra, ma non ho anche la caparbietà di percorrere quello spazio.
Il tuo silenzio che rimbomba e le mani in tasca. Non te ne importa niente. Non ho più nulla da bere ma, prima che tu mi rimproveri, ricorda che ho sempre bevuto solo acqua.
Mi guardi ed è come se non ci fossi. Sei ad anni luce da qua, e la distanza fisica tra di noi è un fiume di sogni delusi. Pagine non scritte, e quadri dipinti a metà.
E’ un ponte non costruito. Irreperibile.
Il bacio che  vorrei darti (perché?), vola lontano.
Sfiorami, ti prego.
Sono ancora così stupido da implorarti, ma non così tanto da dirtelo di nuovo.
Il mio treno è pronto e le valigie sono piene.
Potrebbero essere vuote, e sarebbe la stessa cosa.
Ti accendi una sigaretta e sorridi al primo che passa. Non te ne importa niente e non ascolti, soprattutto non senti più nulla.
Rivedo per un attimo il tuo corpo nudo che dorme accanto a me. Il tuo respiro tranquillo e le tue belle gambe.
Una ragazza sembra appena arrivata lì e passa affannata con lo zaino: mi chiede se quello è il treno giusto per lei. Tu giri la testa dall’altra parte mentre le rispondo, e intanto mi domando quale era il treno ed il binario giusto per noi.
Lei ha gli occhi azzurri e mi sorride. Mi ringrazia e si gira per andarsene. Tu hai gli occhi verdi e il vento ti muove i capelli che mi sfiorano, per un istante.
Mi saluti come un estraneo, e, mentre ti arriva un SMS, persino sghignazzi.
Andavamo in bicicletta lungo il fiume, d’autunno, la domenica mattina. Le strade erano vuote di gente e tu sorridevi, mentre le ruote crepitavano le foglie sparse per l’asfalto. Sui sentieri sterrati mi sfidavi a correre ridendo.
Dove stai andando, ora? Mi guardi e non sento niente.
Realizzo, con superficiale lentezza, con la profondità veloce che solo giornate come queste possono offrire. Comprendo la compagnia e la solitudine, intuisco l’indifferenza e la differenza.
Ci dicevamo parole, ma non parlavamo più.
Abbiamo sbagliato in due, voltando pagine diverse.
Le illusioni che ci siamo venduti cancelleranno i nostri pochi ricordi.
Resta una bottiglia vuota, e un viaggio da percorrere, terre incerte, e intercapedini, vuote, da superare.
Un contenitore con poche inutili goccioline da buttare.
E una partenza da una stazione chiamata sconfitta.
O quello che è.
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VASCO LUBRANO in “Biùtifarmami” . Una nuova avventura in ebook.

Esce domani nei principali store online, nella collana degli ebook targati MilanoNera, diretta da Paolo Roversi, una nuova avventura di Vasco Lubrano, il protagonista di “Niente, tranne la pioggia”.
Un racconto a prezzo convenientissimo per la vostra estate.
Un uomo fatto lesso nella sauna di un centro benessere. Il sovrintendente Lubrano è stranito, perplesso. E il suo proverbiale mal di testa non lo molla finchè non risolve il mistero, che mistero poi non è. Dopo “Niente, tranne la pioggia”, Vasco Lubrano è ancora all’opera tra le nefandezze della provincia lombarda.

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Le recensioni e i commenti su “Niente, tranne la pioggia”

Sul mio nuovo romanzo, “Niente, tranne la pioggia” sono usciti, a un paio di mesi dalla pubblicazione del libro, alcune recensioni e commenti. Persone che conosco, che sono in contatto qui su FB, su aNobii, che ho incontrato alle presentazioni, o su IBS. Ringrazio tutti coloro che mi fanno sapere le loro impressioni, o che semplicemente le rendono pubbliche in qualche parte del web. Con un piccolo editore (di elevatissima qualità) e senza grandi “amicizie” nel mondo dell’editoria, la più grande speranza che un autore per farsi leggere risiede nel passaparola di chi legge e commenta. Quindi grazie ancora, anche a chi ne scriverà in futuro.

Non sono solito commentare quello che viene scritto sui miei romanzi (per i tre romanzi ormai si parla di decine di recensioni e centinaia di commenti, nel web), amo molto leggere e rifletterci sopra, e constatare il ripetersi di quella che chiamo “la magia” del raccontare e leggere storie: nello scrivere un romanzo ci si mettono delle cose e poi queste ti vengono restituite dai lettori, in parte o in tutto, reintrepretate, rivissute, filtrate in modo personale, sempre questo processo sorprendendomi e meravigliandomi per l’arricchimento che mi dona. E’ questa la parte più bella del raccontare storie, la restituzione di chi legge e dichiara le proprie emozioni, impressioni, sentimenti, a volte svelando al narratore stesso elementi del romanzo che l’autore pensava fossero meno importanti, o comunque non prevalenti.

Però mi ha colpito negli ultimi giorni la recensione del Killer Mantovano, Marco Piva, comparsa sul glorioso blog de “I corpi freddi”, gruppo di appassionati lettori nato prima in aNobii e poi sviluppatosi con una serie di attività legate al mondo dei libri (blog, commenti, interviste tra cui alcune prestigiosissime come quella in video a Andrea Camilleri e tante altre, organizzazione di rassegne e presentazioni e altro ancora).
Mi ha colpito non tanto per il giudizio, che non discuto mai, e perchè ogni giudizio (dalla stroncatura all’esaltazione) è lecito, quanto per la presentazione del romanzo. Tanto è vero che leggendo un commento a questa recensione, credo di Cristina Greco, che diceva “la trama mi sa di già letto e visto”, ho pensato che se non conoscessi il romanzo e avessi letto solo questa recensione, sarei stato d’accordissimo con il commento di Cristina che ho appena riportato.

Mi ha colpito infatti che nella presentazione del romanzo la trama sia stata presentata in modo parziale e che i temi presentati siano “immigrazione, prostituzione, riciclaggio del denaro sporco, criminalità organizzata e affari politici”.
Letta così sembra davvero un “già visto, già letto”. Mi è dispiaciuto che non sia stato notato che il viaggio della disperazione e della speranza che fanno queste ragazze per venire in Italia (per poi scoprire di essere state vendute e costrette a prostituirsi), volevo farlo vivere al lettore in prima persona (e pensavo di esserci riuscito)
Mi ha colpito che nulla si dica della colonna sonora del romanzo, di cui molto mi è stato chiesto, per esempio nell’intervista sul blog RAI RADIODUE o su Vorrei , che è colonna portante della storia, tanto è vero che uno dei protagonisti, anch’esso non citato, è un chitarrista prog che viene direttamente dagli anni ’70, e che le canzoni citate accompagnano alcuni dei temi del romanzo (l’amicizia, la fragilità della condizione umana, la disumanità del nostro modo di essere). Affari politici, poi mi sembra che siano veramente un elemento trascurabile, nel mondo narrativo che ho costruito.

Mi ha colpito che sia sfuggita la parte metanarrativa, gli omaggi a King, alla Vargas e in particolare nel finale, che viene definito da “Corpi freddi” come un finale “in sordina”, dove c’è un omaggio a Wu Ming e al Moby Dick di  Melville. Certamente un omaggio presuntuoso e scritto maluccio, ma in ogni caso un tentativo, per un finale che parte con la cattura e la tortura di Lubrano, la vendetta di un altro personaggio verso uno dei cattivi, prosegue con un crescendo di violenza in cui esplodono le lotte intestine alla criminalità organizzata e si conclude appunto con questo omaggio metaletterario. Non è stato colto, e certamente è demerito mio (e stimolo a far meglio) anche se altri lo hanno colto, quando ad esempio “Temperamente” scrive che “Niente tranne la pioggia va oltre l’essere un mero giallo” o quando Pegasus scrive “un noir che seppur assumendo come date tutte le caratteristiche consuetudinarie del genere – dallo sbirro melanconico e che trascura la fidanzata fino all’insensibilità dei vertici di governo e alla miopia della stampa, sempre e comunque in stile Studio Aperto – racconta una storia complessa, su più livelli, di periferia e di emarginazione.”

Il tentativo, o la velleità probabilmente, era quella di scrivere, in un mondo in cui si continua a dire “ci sono troppi noir, ci sono troppi gialli, il noir è morto eccetera” un romanzo più completo, oltre i confini della copertina gialla e del “giallismo”in cui appunto ci sono più livelli di lettura e più elementi, quelli che qua ho cercato di rappresentare (la colonna sonora, la metanarrazione, la complessità della condizione, le sfaccettature del male, l’indifferenza).
Spiace che non sia stato colto.
Spero di far meglio con il prossimo romanzo, e grazie per l’attenzione.
Il Lettore è sempre il Re.

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Bruja! – Conversazione con LILLI LUINI

Lilli Luini, classe ’57, da Varese. Scrive anche con Maurizio Lanteri, che le propose un romanzo a quattro mani, uscito poi con il titolo “La forgia del diavolo”. Il loro ultimo lavoro è “Bruja” (Todaro editore), finalista al Premio NEBBIA GIALLA 2011.

Il 22 giugno, domani sera, con Lilli Luini saremo a Erba, alla LIBRERIA DI VIA VOLTA per presentare “Bruja” di Lilli Luini e Maurizio Lanteri, e “Niente, tranne la pioggia“, entrambi editi da Todaro editore.

Scrivere in coppia non è una pratica molto diffusa tra gli scrittori. Come è andata?

È andata che lui ha letto un mio vecchio lavoro e mi ha proposto di scrivere un romanzo insieme. Ho detto di no, mi sembrava una cosa impossibile, poi ci ho ripensato e ho detto perché no? Abbiamo scritto La forgia del diavolo, senza esserci mai visti. A metà libro gli ho dato il mio numero di telefono. Quando è finito ho accettato di incontrarlo. Ci eravamo divertiti così tanto, in quei mesi, che abbiamo continuato a scrivere insieme.

Scrivere con un uomo permette di vedere il mondo da punti di vista diversi? E in che modo?

Sicuramente sì. Uomini e donne vedono le cose in maniera diversa e strutturano anche il pensiero in maniera diversa. La maggior parte delle nostre discussioni su personaggi e trama vengono da qui, ognuno di noi due si scontra con questa differenza. È difficile accettare che una cosa che per te ha grande rilievo, per il sesso opposto non ne abbia minimamente. Inventando vite e storie, e discutendone, abbiamo fatto delle belle scoperte.

“Quando scrivo devo aver già sentito le voci dei luoghi di cui scriverò”. Spiegaci.

Quando scrivo, mi immergo completamente, sono nel personaggio, con lui cammino, respiro, penso. Camminare a Praga oppure a Miami Beach non è la stessa cosa, non senti gli stessi suoni, non respiri la stesa aria, non ti parla lo stesso passato, lì hanno vissuto persone diverse in modi diversi. Quindi il tuo “dentro” è differente e dà vita a pensieri strutturati in maniera diversa. Oltre a vedere cose diverse, avere sensazioni diverse. L’aria, l’odore, la sensazione di essere lì e non in un altro luogo non me la posso inventare. La devo sentire su di me.

Perchè “Un giorno perfetto” di Melania Mazzucco è il libro che avresti voluto scrivere tu?

Perché ha tutto quello che mi piace in un romanzo: un microcosmo che rappresenta benissimo la nostra epoca, una tensione che non cade mai, profondità psicologica e grande empatia. E poi ci sono i temi che più mi interessano: la vacuità dei rapporti interpersonali che contraddistingue la nostra epoca, il percorso dalla normalità alla follia e l’incapacità di agire di fronte alla psicopatologia di un congiunto, che è causa di tutte le grandi tragedie familiari che ci snocciola la cronaca nera.

Parliamo di Bruja. Quale è l’idea che sta alla base del romanzo?

Quando scrivo, la mia intenzione è solo quella di raccontare una storia di questo mondo. In questo, Maurizio e io siamo uguali: non partiamo mai da un’idea, da una teoria. Partiamo dall’osservazione della realtà e mettiamo in campo un personaggio. In questo caso è stato Jacopo, uno di quei quarantenni che ancora vivono con i genitori e non hanno deciso cosa faranno da grandi. L’abbiamo messo in una situazione complicata dicendogli “vediamo come te la cavi”. Poi, siccome appunto raccontiamo storie del nostro mondo, saltano fuori i temi del nostro mondo. Non solo la corruzione e gli scandali, ma anche la paura dei sentimenti delle generazioni più giovani, che si risolve nella ricerca di rapporti superficiali e disimpegnati. Che ovviamente non danno nemmeno  un’ora di felicità.

“Brüja” vuol dire “brucia” in quasi tutti i dialetti liguri; togliendo i due puntini dalla prima vocale ci resta “bruja”, la parola spagnola per “strega. E’ un gioco di parole voluto o un caso?

Vorrei risponderti che è un gioco di parole pensato e voluto, ma in verità è un caso. Il romanzo è nato da un racconto scritto nel 2005 per un concorso a tema sulle streghe. Il grido Brucia l’abbiamo tradotto in dialetto della Val Tanaro perché lì si svolgeva la scena finale del racconto. Dopo, una volta visto scritto, abbiamo visto il gioco. E ovviamente ci è piaciuto. Anche all’editore, che ha scelto questo titolo tra i tre che avevamo proposto.

Una trama complessa e una struttura narrativa non semplice. Perché questa scelta?

Sulla trama, è venuta da sé, si è complicata e si è schiarita. A un certo punto mi son chiesta anch’io perché una storia così, che sostanzialmente ripercorre sessant’anni della nostra storia. Mi sono risposta che forse era la storia che avevo sempre voluto raccontare e per caso era uscita ora, con questi personaggi. Riguardo alla struttura, i sono un’istintiva. Maurizio è più razionale, ma in queste cose tende a darmi fiducia. Ecco, io credo che ogni storia voglia essere raccontata in un certo modo e non un altro. E finché non scopri questo modo, quello che scrivi viene fuori con difficoltà, a spizzichi. Appena trovi la voce, ecco che tutto fluisce con grande facilità. A volte le dita non stanno dietro alle idee, per intenderci. Ma deve esserci la voce giusta, il modo giusto di narrarla.

Perché scrivi?

Sinceramente non lo so. Ci sono momenti divertenti, ma prosciuga. C’è un sacco di lavoro dietro, e quando si ha anche un lavoro vero, otto ore d’ufficio, diventa davvero un impegno. Ma non saprei farne a meno. Ho trovato questa via per far uscire quel condominio di voci e persone che avevo in testa fin da bambina. Credevo di essere l’unica al mondo, e di essere pazza, finché non ho incontrato altra gente con un condominio in testa. E scrivevano tutti.

Cosa stai leggendo in questi giorni.

Noir e gialli italiani, in particolare i finalisti del premio Nebbia gialla. Non perché tra i finalisti ci sia anche Bruja, però. Da qualche anno leggo sempre i finalisti dei premi, man mano che escono le candidature. Mi piace studiare l’evoluzione della narrativa, come cambia la scrittura e  il nostro gusto di lettori. Nell’ambito di un premio dedicato al giallo e noir, poi, è particolarmente interessante vedere la diversità degli approcci al genere, c’è chi segue la tradizione e chi invece si lancia in esperienze nuove. Comunque l’ultimissimo, finito stamattina, è stato Alla fine di un giorno noioso di Massimo Carlotto. Grandissima scrittura, tesa e asciutta come piace a me.

Che musica ascolti.

Dipende. Classica e qualcosa di rock mentre scrivo. Ho un pessimo rapporto con il rock, mi ci sono intestardita e lo sto studiando da un anno. Con risultati che non mi soddisfano, perché in gran parte continua a respingermi. Per intenderci, riesco a scrivere con Pink Floyd e King Crimson, ma se attacco Emerson Lake & Palmer o Queen mi innervosisco subito. In macchina, quando sono sola, invece mi piace cantarci sopra. Quindi ascolto musica leggera italiana oppure lirica. So tutta La Traviata, me l’ha insegnata mio nonno. Nei viaggi lunghi, in camper, invece io e mio marito portiamo De André, Nomadi, Guccini e Vecchioni. Zucchero e Vasco, anche.

Cosa stai facendo adesso.

Sto scrivendo un nuovo romanzo. Sempre con i protagonisti di Bruja. Il primo tentativo di serialità, insomma. Ormai è quasi finito, almeno in prima stesura. Anche questo è un romanzo complesso, con la stessa struttura narrativa. Devo dire che ci ha prosciugato più degli altri. Raccontare questo mondo schizofrenico sta diventando veramente difficile.

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Le presentazioni di giugno di “Niente, tranne la pioggia”

Dopo le belle serate di maggio sono apparsi numerosi i commenti di chi ha letto il romanzo, su IBS. E il romanzo piace!

Ecco i prossimi appuntamenti “live”

APPUNTAMENTO A SORPRESA CON PINKETTS & CAPPI IL 9 GIUGNO PER “NIENTE, TRANNE LA PIOGGIA”
L’appuntamento del giovedì dalle 20.30 a Milano con Andrea G. Pinketts & Andrea Carlo Cappi questa settimana, il giorno 9, è al BAMBU’, v.F.Crispi 2, dalle 20.30, dove i due prodi scrittori presentano Sergio Paoli cioé me e il mio nuovo romanzo NIENTE TRANNE LA PIOGGIA (TODARO).

Gli altri appuntamenti di giugno di “Niente, tranne la pioggia”

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“Niente, tranne la pioggia” a Lugano, 19 maggio

Ecco alcune foto della bella serata di Lugano, alla COOP City, con Ambretta Sampietro, Lilli Luini e Salvo Barone.

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“Niente, tranne la pioggia” al Salone OFF, Torino, 15 maggio

Ecco qua un po’ di foto, con Alessandro Bastasi, Rosa Mogliasso, Enrico Pandiani e Paolo Roversi.

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