INTERVISTA A GIANNI DETTORI, IL RITRATTISTA DELLA GRAZIA COME PUNTO DI FORZA

Duecentonovantesimo-post_Intervista-Gianni-Dettori-foto1Compagni di viaggio, cultori: del bello, della grazia, delle sensazioni sia forti sia delicate che rendono il viaggio della vita unico, per ognuno di noi, un esemplare unico per noi stessi e per gli altri.

Torniamo in compagnia di Gianni Dettori, già presentato nell’articolo precedente.

Di seguito l’intervista esclusiva, cui le parole introduttive sarebbero di troppo per questa giovane promessa strepitosa sia nelle fotografie da lui progettate e realizzate sia dal pensiero che accompagna la sua arte.

 

  1. Cominciamo col parlare del mezzo con cui esprimi la tua arte. Qual’è la macchina fotografica che meglio esprime lo stile di Gianni Dettori?

Ciao Isabella, ti ringrazio subito per esserti interessata a me e alla mia fotografia.

La macchina fotografica che più esprime il mio stile è il mio occhio, la mia idea. Il mezzo fotografico ormai per me non conta più. Tutti ormai posseggono una reflex e tutti ormai fanno foto con gli smartphones. Ho visto delle belle foto fatte anche con il telefono, per cui il mezzo ormai è una cosa futile. Io, per esempio, uso una Sony a6300, ma andrebbe comunque bene una Nikon d3100. Certo, se parliamo di livello tecnico, una macchina fotografica che tiene gli ISO più di un’altra mi permetterebbe di fare foto di notte migliori sicuramente di una che non regge gli ISO alti, ma la fotografia notturna in questo momento mi appartiene poco, per cui il mezzo fotografico non lo reputo così importante. Da poco però ho acquistato una macchina analogica e ho iniziato a scattare a rullino: veramente una bella esperienza. Siamo abituati a fare la foto e a vederla sul momento, un po’ come la fotografia istantanea della Polaroid ai vecchi tempi. Con il rullino bisogna aspettare lo sviluppo. Quella è la parte più interessante, almeno secondo me. L’attesa di vedere il tuo risultato e l’emozione nel vederlo compiuto sono una cosa che il mezzo fotografico digitale odierno a mio parere non ti può dare, anche se per alcuni versi rimango sempre “pro digitale”. La cosa che differenzia la mia fotografia è l’utilizzo e la modifica del colore per cercare di dare il mood più giusto che, secondo me, deve comunicare quella determinata fotografia. Per modificare il colore però ho bisogno comunque di un programma che mi permetta di farlo e per poterlo fare ho bisogno di una fotografia digitale.

  1. Rimanendo sul piano tecnico, quale particolare della macchina fotografica ti ha portato alla scelta di quel determinato modello?

Rimanendo sul piano tecnico, io ho sempre scattato con Nikon, ma da circa un anno sono passato a Sony. La cosa che più mi piace è che ha una nitidezza che la Nikon non offre, considerando che comunque avevo un modello pro (NIKON D800). Anche la gamma colore e leggermente più fredda, per cui riesco a gestire meglio in post produzione la color correction, rispetto alla Nikon che variava sempre tra il giallo e il verde.

  1. I primi piani e i ritratti femminili firmano la carta d’identità dell’arte fotografica di Gianni Dettori.

Più  dell’impatto visivo puramente estetico, la bellezza della figura femminile traspare dalle emozioni, dalla complicità dei soggetti ritratti, da dettagli quasi invisibili che, pur bagaglio di un passato non perfetto, trovano il loro posto nel mondo in una cornice naturale che esprime splendore.

Si potrebbe parlare di una ricerca dello splendore dell’anima, dell’essere umano e della natura, attraverso l’obiettivo?

Assolutamente sì. Cerco sempre di far trasparire lo splendore dell’anima, dell’essere umano e della natura attraverso il mio obiettivo, o per lo meno spero di riuscirci sempre. Il fatto che nei miei ritratti ci siano sempre delle figure femminili invece richiama molto l’estetica. Beh, la fotografia è estetica, a mio parere. I tratti della donna sono molto più delicati rispetto a quelli maschili, che al contrario invece sono molto duri e forti. Ho fatto alcuni ritratti maschili, ma rilasciano in me sempre qualche dubbio. Mi sembra quasi una foto non completa di quel tocco in più che invece gli occhi di una donna mi saprebbero dare. La donna è anche una figura molto sottovalutata, poiché a mio parere anche se può avere dei tratti molto delicati, gli si può leggere negli occhi la forza che un uomo non ha.

  1. La luce viene rivisitata in modo differente in funzione del soggetto e dell’ambiente ritratti. Sia in ambito fotografico sia su una scala più ampia, per te che cos’è la luce?

La luce per me è la cosa più importante nel mondo della fotografia. D’altronde lo dice la parola stessa: scrivere con la luce. Ogni giorno quando esco di casa è la cosa che più mi attrae. Vedo i riflessi nei palazzi, la luce all’alba o al tramonto, la cerco ovunque e ovunque ci vedo una fotografia. Non riesco più  a uscire e non pensare “ah, vedi, con questa luce in questo punto ci starebbe una foto”. La luce però può essere anche un doppio gioco: usare la luce, per esempio, per accedere all’oscurità. Nel caso della mia fotografia questa cosa è molto presente perché le mie foto hanno comunque un mood molto triste. Per cui sì, mi servo della luce, però per mostrare anche quel lato di tristezza che c’è in ognuno di noi. A volte sui social vedo ragazze che fanno selfie, che pubblicano foto sempre col sorriso mentre in fondo in qualcuna c’è una grande tristezza. Mi piace avere un rapporto diretto con la ragazza con cui scatto proprio per questo motivo, per capire un po’ la sua anima, e quasi sempre si arriva a parlare di un problema, che a me poi, piace mettere in LUCE attraverso la mia fotografia.

  1. Quali maestri della fotografia rivestono un ruolo di ispirazione e di continuum tecnico?

Beh, sicuramente uno dei miei preferiti è Helmut Newton. Ha ispirato molto la mia fotografia, ma non tanto a livello tecnico, anche perché naturalmente è un maestro della pellicola e io uso principalmente il digitale, e anche il mio modo di inquadrare i soggetti è diverso. Mi sono ispirato però in questi ultimi decenni soprattutto a due figure molto importanti della scena italiana fotografica che sono Marta Bevacqua e Alessio Albi. A 11 anni, quando presi la prima macchina fotografica, mi piaceva fare le foto di surf. Il problema è che anche io surfavo, per cui quando c’erano le onde entravo in acqua e dimenticavo la macchina fotografica. Per cui iniziai nei periodi di calma a fotografare principalmente il mare, quindi paesaggista. Dopo un breve periodo questa fotografia risultò per me molto dispendiosa a livelli di denaro, ma anche di tempo. Iniziai allora a fotografare la figura femminile poiché nei primi anni di Instagram vidi delle foto del fotografo Roberto Girardi: un nudo bellissimo molto simile a quello di Helmut Newton, tutte foto in bianco e nero. Questa fotografia però non mi dava tanto. Un giorno, per caso, vidi una foto di Marta Bevacqua e subito dopo una di Alessio Albi. È stato lì che provai un’emozione talmente forte nel vederle che dissi: “ecco, questa è la mia fotografia, anche io voglio dare queste emozioni alla gente, a modo mio”. Anche a livello di tecnica mi sono ispirato a loro. C’è anche un’altra figura importante nella mia fotografia ed è quella di Riccardo Melosu con cui poi sono diventato molto amico e con cui ho fatto anche diversi lavori. Nella parte tecnica lui mi ha dato una grandissima mano e glie ne sarò sempre grato.

  1. Negli ultimi decenni la fotografia è diventata uno dei mezzi globalmente più adottati per la comunicazione. Per Gianni Dettori la fotografia congela un attimo, come un ricordo del passato, oppure crea un continuum, che foto dopo foto racconta una vita intera?

Per me la fotografia congela un’attimo. Quell’attimo è lì, in quel momento. È un attimo che non può essere domani, fra un mese o dieci anni. A volte però potrebbe creare un continuum fotografico, come per esempio i classici album di famiglia. Ma non è quello il mio scopo. La fotografia si avvicina di più al continuum nel campo commerciale anche, dove oggi faccio una foto alla modella con quegli indumenti per far sì che in futuro qualcuno la veda e acquisti quel prodotto. Ancora non mi sono avvicinato a questo mondo anche se è il modo migliore per lavorare con la fotografia. Ancore prediligo congelare l’attimo.

  1. Tanto quanto i soggetti ritratti, per te lo spettatore riveste un ruolo primario, infatti chi ti conosce sa bene che attendi che sia l’osservatore a dare una propria interpretazione. Potrebbe trattarsi di una ricerca delle innumerevoli sfaccettature che caratterizza l’essere umano?

Certo, ed è anche per questo che do libera interpretazione alle mie fotografie. Ho fatto delle piccole mostre in passato e non ho mai pensato di mettere affianco il titolo o il senso che aveva per me quella foto. Mi piace sentire i diversi pareri degli spettatori e mi piace osservare come ognuno di loro risponda diversamente alla vista di una mia foto. Dai loro pareri, nascono in me sempre nuove idee da cui posso attingere per poi farne dei nuovi lavori. Le varie sfaccettature dell’essere umano sono infinite, ognuno ha un suo modo di vedere: quindi, perché non farne di questo un tesoro?

  1. Il Gianni Dettori di oggi come vede il futuro di Gianni Dettori tra dieci, vent’anni?

Mi piace pensare che un giorno avrò un mio studio di fotografia, video e grafica nel mio paese. Tendiamo sempre a scappare dalla nostra terra, quando invece possiamo potenziarla. Mi piacerebbe comunque poter viaggiare per fare delle mostre, ormai è facile spostarsi con un aereo per allestirle e ritornare a casa in pochi giorni. Però ci sono due sogni nel cassetto a cui punto tanto e spero di arrivarci un giorno. Una cosa che mi appassiona molto oltre la fotografia è anche il cinema. Le due cose viaggiano insieme anche perché la mia fotografia si rifà molto a quest’ultimo. Per cui chissà, magari riuscirò un giorno a realizzarli.

Una semplice frase scritta da Paulo Coelho può racchiudere un mondo di sensazioni e segreti e può accostarsi alla giusta prospettiva per scoprire un vero artista: “Apri gli occhi e guarda”.

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