Ho imparato che il tempo è bellezza

E tornando a casa in bicicletta, a zig zag tra le pozzanghere nel cinguettare del parco, la ragazza ha il cuor leggero.

E pensa che quando la vita corre, bisogna lasciarsi portare.

E pensa che Milano prima o poi mantiene le sue promesse. Solo che lo fa a modo suo.

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Occhi di ragazza

A volte bisogna andare lontano. Questa è la breve storia di una domenica mattina a Palermo.

La ragazza è fuggita, tutto nonostante, nella stanza dei nonni, nell’unica casa e nell’unica città in cui ritorna da quand’era bambina. Il legno verde dell’armadio, del cassettone, della scrivania e del letto galleggiano nella luce di scirocco che attraversa e muove le tende bianche.

Anche gli occhi di sua nonna sono verdi, ma di un verde diverso, liquido e caldo. E un filo è la sua voce mentre sussurra di Palermo com’era, di guerra e di pace, di figli e nipoti, delle storie di sempre. Ma oggi tutto è appena un accenno, un rinvio a racconti già fatti. Anche la ragazza parla piano, per risparmiare ossigeno, per non disturbare.

“Che poi tutto è andato bene.”

“Si nonna, tutto è andato bene. E come sono belli i tuoi occhi”

“Sono occhi vecchi di quasi cent’anni”

“No, nonna, sono occhi di ragazza”

“Occhi di ragazza, come la canzone, la conosci tu?”

“La vuoi sentire?”

Bastano pochi minuti perché dallo smartphone se ne alzino le note.

Ora gli occhi verdi di due ragazze si stanno guardando. E ogni parola di questa canzone è vera per sempre.

occhi di ragazza

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Il giorno in cui la ragazza accompagnò la fidanzata di un suo ex a comprare le scarpe da sposa

La ragazza ricorderà questo giorno come il giorno in cui accompagnò la fidanzata di un suo ex a comprare le scarpe da sposa. E che cosa più di questo può dare il senso del tempo e del come talvolta le cose sanno andare bene da sé?

Nelle strade arroventate di Brera in una vigilia di solstizio che è già piena estate, due ragazze se ne vanno di vetrina in vetrina. Come dentro a una scatola di variopinti Ladurée, ragazza e amica appiccicano gli occhi a tacchi multicolore, ma poi si concentrano sul bianco color ghiaccio o color panna o color latte delle scarpe da sposa.

La commessa numero 1 è cordiale, il negozio raffinato, tra il raso e la pelle si preferisce la pelle. E il decolleté spuntato.

La commessa numero 2 è logorroica e un po’ svampita, il negozio retrò, tra il raso e la pelle si preferisce il raso. Tappezzato di Swarovski.

Amica “Anche no”

Ragazza “Anche se…”

Amica “Certo che a questo prezzo… quasi quasi… un paio di Jimmy Choo…”

La commessa numero 3 è inesperta, il negozio commerciale e affollato, tra il raso e la pelle non si preferisce nulla.

La commessa numero 4 è alla mano, il negozio modaiolo ma non troppo, tra il raso e la pelle si preferisce la pelle. E il tacco 10. E il modello Chanel spuntato.

Il commesso numero 5 è un uomo, uno di quelli che le future spose le riconosce dal loro ingresso nel negozio, e che consiglia di indossare un paio di autoreggenti sotto il vestito per la cerimonia. L’amica si rimira nello specchio indecisa tra pelle e raso, ma potrebbe andare all’altare a piedi nudi alta e bella com’è.  Le spose nel negozio sono tre, tutte innamorate dello stesso paio di scarpe della stessa misura, e tutte indecise.

Commesso “Ma perché vi sposate tutte?”

Amica “Oh no il cellulare… L’ho dimenticato nel negozio numero 2…”

Ragazza “Allora il tuo inconscio voleva gli swarovski!”

Amica “Pure questa… Domani voglio un post su MilanoTrenta!”

Commesso “Cioè?”

Amica “Sai, la mia amica è una scrittrice…”

Ragazza “Ma vaaa… E’ un gioco…”

Commesso “E tu, MilanoTrenta, non ti sposi?”

Ragazza “E perché? Vuoi vendere anche a me un paio di scarpette di raso?”

Amica “Eh sì, prima o poi… guarda, al matrimonio ti presentiamo…”

Ragazza “Ma no! Ma cos’è in questi giorni, una gara? Vogliono tutti trovarmi un fidanzato, ma io quello che cerco non è un fidanzato…”

Commesso “Ah sì? E che cos’è?”

Ragazza “Non lo so ancora. O forse sì. Qualcuno con cui sia bello ogni giorno parlare e camminare e ridere e giocare e cucinare e viaggiare e dormire e… Con passione, si intende”

Commesso “mmm molto difficile… molto più facile un tradizionale fidanzato!”

Ragazza “Lo so, c’è ancora da camminare…”

Amica “E allora anche per te un nuovo paio di scarpe!”

Commesso “Ma sì, e nel frattempo, di che ti preoccupi? Milano è di noi single”

A ciascuno le sue scarpe. A ciascuno il suo desiderio.

Camminando verso l’aperitivo del Jamaica, l’amica ha due paia di scarpe da sposa, praticamente identiche, con qualche centimetro di tacco e un’apertura sul tallone di differenza. “Così scelgo con calma…”

Anche la ragazza ha un paio di scarpe nuove. Con tacco medioalto ma comodo, per camminare a lungo nella metropoli, e con plateau sfizioso ma stabile, per non inciampare agli incroci della vita dopo uno Sbagliato di troppo.

Dicevamo.

A ciascuno le sue scarpe. A ciascuno il suo destino.

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Cos’è mai una fanciulla

“Brezze e vele sul mare dei pensieri da nulla.

Ma che spinta imparare cos’è mai una fanciulla”.

Giorgio Caproni

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Nottepianomilano

E va bene, Milano. Mi hai innamorato nuovamente di te. Saranno stati i pianoforti, gli incontri, le biciclette, il sole, gli alberi, i palazzi non so.

Passato è l’inverno, che fosse del nostro scontento ancora non ci è chiaro, e se i percorsi ci hanno portato a essere a un punto che sembra fermo, forse è proprio nel centro dell’immobilità che si annida la trasformazione. Perché per un tuffo ci vuole slancio, e per un salto una rincorsa.

Nella notte si muovono rapide scariche elettriche, ma non una goccia cade nel cerchio in mezzo agli alberi mentre le note di un pianoforte rimbalzano sulla facciata dell’antico palazzo lanciate come pietre verso il cielo. Seduta a gambe incrociate nell’erba, la ragazza alza gli occhi verso le statue in cima al palazzo, e verso gli alberi, e poi li abbassa dentro di sé, fin nel cuore dello stomaco.

Quando l’ultima nota si perde nel nulla, intorno ricomincia il vocio degli usignoli.

 

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Come d’autunno. Sugli alberi le foglie.

Forse i Maya avevano ragione.

Guardando l’immobilità della sua tenda bianca, vela ammainata nel tempo che non scorre, la ragazza ha la sensazione che qualcosa stia finendo, come un’epoca, come un tempo, che non sa definire ma che abbraccia gli anni che l’hanno portata qui.

D’intorno ci sono illuminazioni. E da qualche parte i germogli di qualcosa che lotta per uscire, squarci che portano a verità che sembra di poter afferrare ma se ne vanno in niente. Coincidenze. Assonanze.

Da qualche giorno la stessa Milano le sembra ferma, addormentata, silenziosa, irreale, come altrove. Le vie guardate dai finestrini dell’autobus scorrono come dietro a un vetro fattosi limpido d’un tratto, mentre anche i balconi liberty sembrano rivelarsi al suo sguardo per la prima volta. E per la prima volta i suoi piedi sembrano affondare nelle foglie gialle che ricoprono con garbo i marciapiedi, ad attutire il rumore dei suoi passi.

Prendiamo il divano azzurro di questa casa nuova: in questa domenica di fine novembre chi ci è passato sembra seduto accaduto a chi non l’ha mai visto né mai lo vedrà, persone che il tempo s’è mangiato, e altre che hanno lasciato questo mondo.

La ragazza non sa dire se sia allucinazione, premonizione, fantasia, incantamento, ma vuole ricordarsi di questo istante immobile nel tempo che verrà.

foto di Giuliana Flor Ilarda

 

 

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va l’aspro odor dei vini l’anime a rallegrar

  • “…io lo so perché tanto
    di stelle per l’aria tranquilla
    arde e cade, perché sì gran pianto
    nel concavo cielo favilla
    …”
  • Ma no, Ragazza, no, quello è un altro santo e un altro poeta…
  • Non è San Martino, Giò?
  • Ma no, quello è San Lorenzo di Pascoli…
  • Ragazza, da te non me l’aspettavo…
  • Però ci stava bene, è un po’ come mi sento…
  • Non è vero, tu ci giri attorno al perchè si gran pianto nel concavo cielo favilla…
  • Dai, Giò, quanto sei prof.! Ti sto prendendo in giro… Lo so, lo so, San Martino è quella della nebbia agli irti colli, delle vie del borgo, dell’aspro odor dei vini l’anime a rallegrar…
  • E forse non è un caso che tu sia venuta a trovarci proprio oggi… – la interrompe Giò col sorriso di chi la conosce da sempre – Ci sono i colli, il borgo, il vino, lo spiedo e i cacciatori…
  • E gli esuli pensieri?
  • Quelli non mancano mai, Ragazza, lo so…

Uno sciame di ragazzini con la giacca slacciata e il viso arrossato travolge i loro passi in rincorsa ululando “Salve Prof”. Giò li saluta e sorride.

La via del borgo è stretta, si cammina in fila indiana, la ragazza guarda alle spalle l’amico e il suo passo, le mani nelle tasche come sempre. Conoscersi, ed esserci, da quattordici anni è un bene prezioso, vuol dire riconoscere piccoli mutamenti nel passo, nella voce, nel volto. Vuol dire capire senza parole. Il passo di Giò è sempre lo stesso di quello che attraversava i cortili dell’Università, ma adesso ondeggia di meno, è più sicuro e diretto. E’ il passo di un uomo.

La ragazza pensa a quanto è bello il tempo che scorre quando lo misuriamo con il metro di ciò e di chi resta.

  • Lo sai, Ragazza, che “fare San Martino” vuol dire traslocare??
  • Nooo, con tutti i traslochi che ho fatto nella vita… Quanti San Martino!

Giò ride e continua:

  • Nella tradizione contadina a inizio novembre si chiudevano i contratti agricoli: molti braccianti lasciavano la cascina in cui avevano lavorato per trasferirsi da un’altra parte…

La ragazza lo guarda pensierosa, di sotto in su.

  • E per tradizione, ci si trasferiva proprio il giorno di San Martino… mentre in molti borghi si organizzavano sagre e mercati, e contadini e proprietari si ritrovavano nelle piazze per stipulare i nuovi contratti…

La ragazza sorride, e pensa che da questa prospettiva San Martino è un po’ un capodanno, e che questo nuovo contratto lo vuole fare con se stessa, perchè in questo odore dolciastro di castagne cotte e vino caldo è bello pensare a un nuovo inizio.

  • Incipit Vita Nova, direbbe Dante – esclama la ragazza.
  • Incipit Vita Nova. – sorride Giò.
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Agaricus B.

Per chi vive in collina o alle pendici dei monti, si sa, l’autunno è tempo di raccolta. Di funghi, tartufi o castagne. Se non piove, s’intende.

Per chi vive a Milano l’autunno è tempo del rosseggiar della Martesana, dei sottili tappeti di foglie su via Cadore, delle castagne nei vialetti del parco, qualunque parco, quello più vicino. E’ tempo di abbondanti piogge e stivali di gomma. Di cieli limpidi e notti pungenti. Di caffetterie che si riempiono la domenica mattina.

In autunno la tentazione di scappare dalla metropoli è forte, come in tutte le altre stagioni del resto. Qualche volta, però, meglio declinare gli inviti degli amici lontani, e fermarsi a consumare le proprie ore vuote in queste contrade. Perchè anche Milano ha i suoi funghi, e non sono solo quelli, roventi, che si moltiplicano ai primi freddi tra i tavolini dei bar all’aperto in ora d’aperitivo, ustionandoci sezioni del viso e della schiena mentre consumiamo il nostro drink e la nostra ora felice.

“Agaricus Bitorquis”.

La ragazza tira fuori il naso dalla sciarpa blu di lana pesante fatta a mano, avvolta a doppio giro su collo e viso e, come un piccolo segugio, punta sguardo e narici verso il basso.

“Agaricus che?”

“Agaricus Bitorquis.” La voce di Jack è bassa e ferma: non rivela sorpresa ma compiacimento. Il suo dito è puntato verso un cappello bianco e carnoso che spunta dal cemento, spaccato tutt’intorno.

“Sembrerebbe un fungo. Ma non può. Non crescono i funghi a Milano” si dice la ragazza, in cuore però divertita a quella idea bislacca.

Ma Jack non ha dubbi. “È un prataiolo inconfondibile. Talvolta cresce nel cemento, sull’asfalto stradale, lo demolisce letteralmente.”

 

“Ma dai, non siamo mica in Marcovaldo!”

“E invece sì. E’ commestibile. E anche buono, ma per ovvi motivi meglio evitare quelli che crescono in città.”

“Così tu sei un Agaricus. Agaricus Bitorquis…” La ragazza si accovaccia e, mentre la sciarpa blu finisce per metà riversa sull’asfalto, avvicina gli occhi al cappello bianco, fino a sfiorare con la mano il gambo cilindrico.

“E cresci dentro il cemento, e poi buchi l’asfalto per divenir ciò che sei”.

Sorride. Sospira. “Non è sempre facile, Agaricus, lo so, bucare il cemento e guardar ciò che abbiamo conficcato giù giù, in fondo al cuore”.

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Di castagne, di oceani e di mostri

I tacchi di Teresa schiacciano gusci di castagne e foglie secche costeggiando i cancelli che delimitano il cortile della sua vecchia scuola. Teresa si ferma e guarda dentro: i ciliegi hanno ancora le foglie, anche quest’anno non si arrendono a perderle in fretta. Ma dentro l’aula a guardarli cambiare forma e colore, quest’anno non c’è lei. Si sa, la scuola italiana è così, un anno di qui un anno di là. E sono altri gli alberi su cui posa gli occhi durante le sue lezioni, e sono anche altri gli occhi dei suoi alunni, più tranquilli e devoti, ma questa è un’altra storia.

I tacchi di Teresa schiacciano gusci di castagne e foglie croccanti entrando nel grande parco con la Palazzina Liberty nel centro. Teresa si siede su una panchina, respirando forte. In questo momento vorrebbe trovarsi in un bosco d’autunno. In questo momento vorrebbe andare a tartufi coi suoi amici dei colli. In questo momento vorrebbe misurare il suo respiro su salite scoscese e farsi strada nell’intrico di rami verso una luce che si infiltra più in là. Ma i giri complicati dei suoi anni l’hanno condotta qui ed è qui che lei oggi respira.

D’un tratto una macchia di colore rosso le viene addosso, sfrecciando in curva e inchiodando con stridor di freni.

  • Prof!
  • Rodriguez! E tu che ci fai qua? Non dovresti essere a scuola?
  • Ho bigiato Prof! Glielo dico, ecchissene, tanto lei non può più farmi niente!
  • Rodriguez però non devi farlo, sai che…
  • Prof, ma lei perché se n’è andata?

Rodriguez la guarda da sotto in su con i suoi occhi color nocciola stretti in un rimprovero. C’è rabbia e orgoglio.

  • Lo sappiamo sa, che è andata da quelli del centro. Non le piacevamo noi, facevamo troppo casino!
  • Rodriguez no…
  • Però con lei eravamo tranqui, Prof…

Rodriguez dagli eterni abbandoni, suoi e degli altri.

  • Rodriguez non dipende da noi insegnanti, va così, un anno trovi la cattedra libera e un anno no. Io sarei tornata volentieri.

Rodriguez le si siede accanto, giocando a schiacciare con il piede i ricci caduti dagli alberi.

  • Ma tu devi andare a scuola Rodriguez. Che ci fai qui da solo?
  • E lei, Prof, che ci fa qui da sola?
  • Rodriguez tu sei dell’Ecuador, vero?
  • Prof, lo sa, non ne parlo.
  • Lo so.
  • E lei è stata in Argentina vero, vero, vero?
  • Non ne parlo, Rodriguez…

Rodriguez così giovane e così crudele.

  • Vede Prof, meglio non parlare dell’emisfero astrale.
  • Australe, Rodriguez, non astrale, si dice australe!
  • Va bé, di quella cosa là…
  • Sai che è proprio nel tuo paese che i due emisferi si dividono, Rodriguez? Si chiama Ecuador proprio perché ci passa l’equatore…
  • Lo so, prof, ma equatore si scrive con la QU!

Teresa sorride piano.

  • Prof da bambino ho fatto una foto a cavalcioni dell’equatore, con mio padre…

Le strette nocciole che Rodriguez ha per occhi si riempiono di lacrime.

  • Lascia stare Rodriguez, lascia stare, è passato.
  • C’è di mezzo tanto mare, prof, e qui si sta al sicuro.
  • Si chiama oceano, Rodriguez, oceano Atlantico… Ma hai ragione Rodriguez, hai ragione tu. Però vai a scuola, adesso, fammi il piacere, dai…

Teresa si chiede che cosa abbia di così rassicurante questa enorme massa d’acqua che chiamiamo Oceano quando ci divide da un passato che non abbiamo ancora del tutto digerito.

Ma in fondo non importa, perché quello che ne resta sono solo mostri marini che scompaiono col navigare. Qualcuno di loro, poi, vorrebbe solo regalarci una perla, ma noi non lo sappiamo.

 

 

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D’intonaco

Quando la ragazza apre la porta di casa per uscire, una nuvola bianca l’avvolge.

Oltre quella nebbia d’intonaco, un operaio tutto vestito di bianco le sorride, e solleva con gentilezza il telo di plastica con cui aveva coperto la porta d’ingresso.

“Mi scusi, abbiamo incominciato i lavori…”.

“Non si preoccupi. Buona giornata!”.

Il vecchio ascensore in legno è tutto impacchettato, così come le ringhiere delle scale, e le altre porte. La ragazza solleva lo sguardo al soffitto che sovrasta l’ultimo piano: al di sotto degli strati d’intonaco scavati si intravede il celeste di una colorazione antica, forse quella originaria, degli anni Trenta, e una greca, tutt’attorno.

“Chissà perché l’hanno coperta…” pensa la ragazza.

Scendendo le scale con passo veloce, lo sguardo si posa lungo le pareti. Dappertutto, mura scrostate e scavate dal paziente lavoro di uno scalpello. Sembrano ferite aperte, sembra di veder grattata un’anima, lì sotto.

Le luci fredde inondano il bianco tutt’intorno, accompagnando gli occhi della ragazza fino all’atrio, dove una lastra di marmo colorato sembra far capolino oltre lo scavo.

Quanti strati d’intonaco e calcestruzzo bisogna sollevare, quanta polvere e quante crepe, prima di trovare l’anima di un palazzo antico?

E quanti strati d’intonaco e calcestruzzo, polvere e crepe, bisogna grattare e scavare prima di raggiungere la noce che racchiude ciò che siamo?

Non potremo evitare che i sedimenti degli anni si affastellino intorno alle pareti delle nostre vene, ma forse, ogni tanto, dovremmo provare a grattarli via, perché il cuore pulsi più leggero.

 

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