“Brezze e vele sul mare dei pensieri da nulla.
Ma che spinta imparare cos’è mai una fanciulla”.
Giorgio Caproni
“Brezze e vele sul mare dei pensieri da nulla.
Ma che spinta imparare cos’è mai una fanciulla”.
Giorgio Caproni
E va bene, Milano. Mi hai innamorato nuovamente di te. Saranno stati i pianoforti, gli incontri, le biciclette, il sole, gli alberi, i palazzi non so.
Passato è l’inverno, che fosse del nostro scontento ancora non ci è chiaro, e se i percorsi ci hanno portato a essere a un punto che sembra fermo, forse è proprio nel centro dell’immobilità che si annida la trasformazione. Perché per un tuffo ci vuole slancio, e per un salto una rincorsa.
Nella notte si muovono rapide scariche elettriche, ma non una goccia cade nel cerchio in mezzo agli alberi mentre le note di un pianoforte rimbalzano sulla facciata dell’antico palazzo lanciate come pietre verso il cielo. Seduta a gambe incrociate nell’erba, la ragazza alza gli occhi verso le statue in cima al palazzo, e verso gli alberi, e poi li abbassa dentro di sé, fin nel cuore dello stomaco.
Quando l’ultima nota si perde nel nulla, intorno ricomincia il vocio degli usignoli.
Forse i Maya avevano ragione.
Guardando l’immobilità della sua tenda bianca, vela ammainata nel tempo che non scorre, la ragazza ha la sensazione che qualcosa stia finendo, come un’epoca, come un tempo, che non sa definire ma che abbraccia gli anni che l’hanno portata qui.
D’intorno ci sono illuminazioni. E da qualche parte i germogli di qualcosa che lotta per uscire, squarci che portano a verità che sembra di poter afferrare ma se ne vanno in niente. Coincidenze. Assonanze.
Da qualche giorno la stessa Milano le sembra ferma, addormentata, silenziosa, irreale, come altrove. Le vie guardate dai finestrini dell’autobus scorrono come dietro a un vetro fattosi limpido d’un tratto, mentre anche i balconi liberty sembrano rivelarsi al suo sguardo per la prima volta. E per la prima volta i suoi piedi sembrano affondare nelle foglie gialle che ricoprono con garbo i marciapiedi, ad attutire il rumore dei suoi passi.
Prendiamo il divano azzurro di questa casa nuova: in questa domenica di fine novembre chi ci è passato sembra seduto accaduto a chi non l’ha mai visto né mai lo vedrà, persone che il tempo s’è mangiato, e altre che hanno lasciato questo mondo.
La ragazza non sa dire se sia allucinazione, premonizione, fantasia, incantamento, ma vuole ricordarsi di questo istante immobile nel tempo che verrà.
Uno sciame di ragazzini con la giacca slacciata e il viso arrossato travolge i loro passi in rincorsa ululando “Salve Prof”. Giò li saluta e sorride.
La via del borgo è stretta, si cammina in fila indiana, la ragazza guarda alle spalle l’amico e il suo passo, le mani nelle tasche come sempre. Conoscersi, ed esserci, da quattordici anni è un bene prezioso, vuol dire riconoscere piccoli mutamenti nel passo, nella voce, nel volto. Vuol dire capire senza parole. Il passo di Giò è sempre lo stesso di quello che attraversava i cortili dell’Università, ma adesso ondeggia di meno, è più sicuro e diretto. E’ il passo di un uomo.
La ragazza pensa a quanto è bello il tempo che scorre quando lo misuriamo con il metro di ciò e di chi resta.
Giò ride e continua:
La ragazza lo guarda pensierosa, di sotto in su.
La ragazza sorride, e pensa che da questa prospettiva San Martino è un po’ un capodanno, e che questo nuovo contratto lo vuole fare con se stessa, perchè in questo odore dolciastro di castagne cotte e vino caldo è bello pensare a un nuovo inizio.
Per chi vive in collina o alle pendici dei monti, si sa, l’autunno è tempo di raccolta. Di funghi, tartufi o castagne. Se non piove, s’intende.
Per chi vive a Milano l’autunno è tempo del rosseggiar della Martesana, dei sottili tappeti di foglie su via Cadore, delle castagne nei vialetti del parco, qualunque parco, quello più vicino. E’ tempo di abbondanti piogge e stivali di gomma. Di cieli limpidi e notti pungenti. Di caffetterie che si riempiono la domenica mattina.
In autunno la tentazione di scappare dalla metropoli è forte, come in tutte le altre stagioni del resto. Qualche volta, però, meglio declinare gli inviti degli amici lontani, e fermarsi a consumare le proprie ore vuote in queste contrade. Perchè anche Milano ha i suoi funghi, e non sono solo quelli, roventi, che si moltiplicano ai primi freddi tra i tavolini dei bar all’aperto in ora d’aperitivo, ustionandoci sezioni del viso e della schiena mentre consumiamo il nostro drink e la nostra ora felice.
“Agaricus Bitorquis”.
La ragazza tira fuori il naso dalla sciarpa blu di lana pesante fatta a mano, avvolta a doppio giro su collo e viso e, come un piccolo segugio, punta sguardo e narici verso il basso.
“Agaricus che?”
“Agaricus Bitorquis.” La voce di Jack è bassa e ferma: non rivela sorpresa ma compiacimento. Il suo dito è puntato verso un cappello bianco e carnoso che spunta dal cemento, spaccato tutt’intorno.
“Sembrerebbe un fungo. Ma non può. Non crescono i funghi a Milano” si dice la ragazza, in cuore però divertita a quella idea bislacca.
Ma Jack non ha dubbi. “È un prataiolo inconfondibile. Talvolta cresce nel cemento, sull’asfalto stradale, lo demolisce letteralmente.”
“Ma dai, non siamo mica in Marcovaldo!”
“E invece sì. E’ commestibile. E anche buono, ma per ovvi motivi meglio evitare quelli che crescono in città.”
“Così tu sei un Agaricus. Agaricus Bitorquis…” La ragazza si accovaccia e, mentre la sciarpa blu finisce per metà riversa sull’asfalto, avvicina gli occhi al cappello bianco, fino a sfiorare con la mano il gambo cilindrico.
“E cresci dentro il cemento, e poi buchi l’asfalto per divenir ciò che sei”.
Sorride. Sospira. “Non è sempre facile, Agaricus, lo so, bucare il cemento e guardar ciò che abbiamo conficcato giù giù, in fondo al cuore”.
I tacchi di Teresa schiacciano gusci di castagne e foglie secche costeggiando i cancelli che delimitano il cortile della sua vecchia scuola. Teresa si ferma e guarda dentro: i ciliegi hanno ancora le foglie, anche quest’anno non si arrendono a perderle in fretta. Ma dentro l’aula a guardarli cambiare forma e colore, quest’anno non c’è lei. Si sa, la scuola italiana è così, un anno di qui un anno di là. E sono altri gli alberi su cui posa gli occhi durante le sue lezioni, e sono anche altri gli occhi dei suoi alunni, più tranquilli e devoti, ma questa è un’altra storia.
I tacchi di Teresa schiacciano gusci di castagne e foglie croccanti entrando nel grande parco con la Palazzina Liberty nel centro. Teresa si siede su una panchina, respirando forte. In questo momento vorrebbe trovarsi in un bosco d’autunno. In questo momento vorrebbe andare a tartufi coi suoi amici dei colli. In questo momento vorrebbe misurare il suo respiro su salite scoscese e farsi strada nell’intrico di rami verso una luce che si infiltra più in là. Ma i giri complicati dei suoi anni l’hanno condotta qui ed è qui che lei oggi respira.
D’un tratto una macchia di colore rosso le viene addosso, sfrecciando in curva e inchiodando con stridor di freni.
Rodriguez la guarda da sotto in su con i suoi occhi color nocciola stretti in un rimprovero. C’è rabbia e orgoglio.
Rodriguez dagli eterni abbandoni, suoi e degli altri.
Rodriguez le si siede accanto, giocando a schiacciare con il piede i ricci caduti dagli alberi.
Rodriguez così giovane e così crudele.

Teresa sorride piano.
Le strette nocciole che Rodriguez ha per occhi si riempiono di lacrime.
Teresa si chiede che cosa abbia di così rassicurante questa enorme massa d’acqua che chiamiamo Oceano quando ci divide da un passato che non abbiamo ancora del tutto digerito.
Ma in fondo non importa, perché quello che ne resta sono solo mostri marini che scompaiono col navigare. Qualcuno di loro, poi, vorrebbe solo regalarci una perla, ma noi non lo sappiamo.
Quando la ragazza apre la porta di casa per uscire, una nuvola bianca l’avvolge.
Oltre quella nebbia d’intonaco, un operaio tutto vestito di bianco le sorride, e solleva con gentilezza il telo di plastica con cui aveva coperto la porta d’ingresso.
“Mi scusi, abbiamo incominciato i lavori…”.
“Non si preoccupi. Buona giornata!”.
Il vecchio ascensore in legno è tutto impacchettato, così come le ringhiere delle scale, e le altre porte. La ragazza solleva lo sguardo al soffitto che sovrasta l’ultimo piano: al di sotto degli strati d’intonaco scavati si intravede il celeste di una colorazione antica, forse quella originaria, degli anni Trenta, e una greca, tutt’attorno.
“Chissà perché l’hanno coperta…” pensa la ragazza.
Scendendo le scale con passo veloce, lo sguardo si posa lungo le pareti. Dappertutto, mura scrostate e scavate dal paziente lavoro di uno scalpello. Sembrano ferite aperte, sembra di veder grattata un’anima, lì sotto.
Le luci fredde inondano il bianco tutt’intorno, accompagnando gli occhi della ragazza fino all’atrio, dove una lastra di marmo colorato sembra far capolino oltre lo scavo.
Quanti strati d’intonaco e calcestruzzo bisogna sollevare, quanta polvere e quante crepe, prima di trovare l’anima di un palazzo antico?
E quanti strati d’intonaco e calcestruzzo, polvere e crepe, bisogna grattare e scavare prima di raggiungere la noce che racchiude ciò che siamo?
Non potremo evitare che i sedimenti degli anni si affastellino intorno alle pareti delle nostre vene, ma forse, ogni tanto, dovremmo provare a grattarli via, perché il cuore pulsi più leggero.
http://hotmag.me/mitrenta/2011/10/22/per-quattro-voci-in-un-pomeriggio-d%E2%80%99autunno/
Sette mesi dopo. Perché sembra non accada nulla. E invece no.
TERESA
“Ultimi giorni in questa scuola. Più di tutto mi mancherà questo ciliegio. Perché avevo dimenticato che vuol dire un albero lungo quattro stagioni a cambiar forma molte volte, e io con lui”.
È una delle ultime mattine di maggio. I suoi alunni scrivono del girovagare di Ulisse, ma gli occhi di Teresa sono rapiti dai piccoli grumi di ciliegia che macchiano a morbillo le foglie verdi del ciliegio. Talvolta, ma bisogna aspettare e guardare con pazienza, un merlo sfreccia, ruba una ciliegia e fugge via. Non sono ancora mature le ciliegie, ma forse al merlo non importa.
“Il merlo è un animale intelligente” – Teresa ricorda di aver sentito dire, ed era autunno – “perché va dove c’è da mangiare”. Non siamo tutti un po’ merli, a cercar dove si può ciò di cui abbiamo bisogno, che sia per fame, per amore o per diletto?
MIRANDA
“Più di tutto mi sorprende il mio influire sulle cose. Davvero sono io che ho deciso il colore delle pareti di questa casa? Che ho scelto cubature, complementi, piastrelle, intonachi e vario altro?”
Più di tutto ci sorprende il nostro mutare. Miranda osserva braccia montare l’ultimo tassello: la sua grande libreria. Così, dopo mesi e mesi si è tolta ogni alibi: ogni angolo di questa nuova casa le assomiglia. Non è più tempo di fuggire, almeno non per il volgere delle prossime stagioni.
“Così alla fine questa casa l’ho riempita. Non l’ho affittata né rivenduta, non sono partita né sparita, ma col passo del gambero e l’incedere della formica le ho tolto il candore dalle pareti e la luce dalle stanze, per prepararla ad accogliere il disordine dei miei giorni”.
RAGAZZA
La ragazza sorseggia un caffè lungo, osservando i treni passare da un terrazzino affacciato di profilo su uno scorcio obliquo della Stazione Centrale. Vicino, ma non troppo. Vicino abbastanza da sentire ogni tanto l’eco degli annunci dell’altoparlante. La voce metallica le porta un po’ attutiti orari, destinazioni, nomi di città: molti hanno per lei un senso e una storia, ma stamattina non conta. Perché osservare la stazione di Milano dall’alto e da lontano, è come osservare da un punto fisso il movimento, e la ragazza a questo non è avvezza.
“Perché guardar passare i treni da qui è come osservare il mare dalla riva, guardare le vele andare e venire restandosene in porto e, anche per un giorno soltanto, sentirsi ferma senza averne dispiacere”.
AZZURRA
“Io non ho ancora capito se la rotta ce la scegliamo o sceglie noi. Io non ho ancora capito quale sia la mia, quella di Teresa, di Miranda o della Ragazza, ma talvolta, guardandomi alle spalle, mi sembra che tutto vada come deve nostro malgrado, e che le case e le persone e le andature e i colpi di vento abbiano una loro logica precisa, che ci sfugge ma che ci appartiene”.
Teresa guarda fuori dalla finestra dell’aula i rami secchi del cortile ricoperti di piccole increspature. Sembrano spine, e invece sono gemme. A guardarle dalla cattedra, oltre la fila di banchi e le vetrate, sembra possano pungere la vista oltre che il tatto, ma le gemme non graffiano se sfiorate con le mani. Eppure Teresa può giurare che fino a ieri non c’erano: troppe volte i suoi occhi si sono posati su quei rami e ci sono rimasti impigliati i suoi pensieri, per non accorgersi di quelle prime increspature. A volte Teresa pensa che avrebbe dovuto studiare biologia: c’è qualcosa di rassicurante nell’investigare la vita e le sue forme: un vecchio professore, anni fa, deve averle detto che nessuno più di un biologo è vicino a un romanziere.
“Prof.! Prof.! Prof., ho finito, posso consegnare?” È possibile che Arianna, terzo banco fila di destra, la stia chiamando invano da un po’…
“Prof., che fa, si distrae?” la guarda Rodriguez di traverso.
“Sputa la cicca, Rodriguez” Teresa ricambia il suo sguardo storto.
Rodriguez si alza molleggiando fino al cestino, e sputando fa canestro.
“Lo sa che prima il prof. di scienze ci ha portato in cortile a guardare i rami? Dice che ci sono le genne”.
“Gemme, Rodriguez, gemme”.
“Sì, quelle lì”.
“Le stavo guardando. Non c’erano ieri, almeno credo.”
Riccardo alza la mano.
“Dimmi, Giusti”.
“Il prof. di scienze ci ha spiegato che esistono diversi tipi di gemme. Posso ripeterglielo?”.
“Ripeti”.
“Bella prof.!” le fa eco Rodriguez “Sono forti le gemme, sembrano chiodi, e invece sono fiori”.
E Riccardo Giusti incomincia a cantilenare, ondeggiando lentamente la testa bionda.
“Le gemme non sono tutte uguali e possiamo distinguerle per l’organo che originano, l’aspetto, lo sviluppo o altri fattori. Alcune gemme producono rami laterali o foglie; altre producono fiori e frutti; altre, dette miste, possono far nascere sia foglie che rami che fiori, a volte anche frutti”.
Riccardo tira il fiato, e poi continua ondeggiando…
“Per quanto riguarda lo sviluppo, alcune gemme si schiudono nello stesso anno in cui si formano; altre si svilupperanno l’anno successivo, e per questo si chiamano dormienti; altre ancora, le latenti, dopo molto tempo. Le gemme cieche sono incapaci di svilupparsi. Le gemme avventizie, invece, si sviluppano in casi eccezionali e d’improvviso, magari per un eccesso di linfa”.
La testa di Riccardo ondeggia ancora, mentre Teresa si domanda a quali gemme appartengano i suoi amori.
Ci sono strade che cerchiamo per anni, senza trovarle mai. Ci sono strade in cui ci imbattiamo per caso, per scoprire poi che il caso era necessità, e che dovevamo comunque passare di là. Ci sono strade che riscopriamo identiche a sé dopo molto tempo, altre i cui contorni evaporano in un giorno soltanto. Ci sono strade che cambiano nome dopo un incrocio, e confondono. Alcune da percorrere in fretta, altre da accarezzare piano.
Le strade private dovrebbero essere proibite: una strada è un viaggio che non si può negare a nessuno. Le strade senza uscita hanno un fascino strano se, ignari della loro incompiutezza, le percorriamo con tempo e fatica, salvo scoprire poi che non andavano da nessuna parte, e così torniamo indietro, ma camminando al contrario siamo già in una strada nuova e diversa.
Perché non ci sono soltanto linee rette, e la parte più saporita della vita è fatta di zig zag e ci sorprende impreparati. E perché le strade sono come le passioni: diverse geometrie, identici meccanismi. O forse sono come i rami di un albero, che conducono lontano dal tronco senza staccarsene mai.
Cosa cerchiamo davvero quando andiamo per strada? Nient’altro, io dico, che la strada.