IL THRILLER DELLA DOMENICA:IL DIRETTORE DI NOTTE

il direttore di notte per blog
IL DIRETTORE DI NOTTE
Finalmente un adattamento da un romanzo di le carré che mi piace. Dopo le quantomeno deludenti prove di La Spia e Il traditore Tipo che già venivano da romanzi non esattamente riusciti, questa miniserie inglese in sei puntate da circa 50’ minuti tratta da un romanzo del 1993 ancora di buona qualità, trovo un prodotto che riesce a intrigarmi e nello stesso tempo recupera le parti migliori di le Carré. Intendiamoci, le cose migliori sono gli adattamenti della Talpa di Alfredson del 2012 e gli sceneggiati anni ’80 con Alec Guinnes. Questo nuovo prodotto, però, ha le qualità per piacermi. Intendiamoci, resto dell’idea che Le Carré abbia dato il meglio di sé nei romanzi in cui parlava di quella Guerra Fredda che aveva vissuto personalmente mentre dopo il 91 si sia trovato in un mondo nuovo in cui non si muove completamente a suo agio e nel quale si documenta, a volte con qualche luogo comune, come tutti noi altri autori di spy story. Mi è piaciuto il Direttore di notte versione BBC? Certamente. Più del romanzo che trovai discreto ma non travolgente. Non per nulla le Carré è produttore esecutivo e certamente ha dato il suo placet ma non scrive. E, sinceramente, è meglio così. Al contrario di La Spia e del Traditore tipo qui ci sono tutti i canoni del filone nella sua chiave più moderna e riuscita (ehm… anche quella di Segretissimo, se devo dire). A volte sembra quasi più una storia di Daniel Silva che del “vecchio” John. Di fatto, se ben ci guardiamo gli elementi ci sono tutti. L’agente riottoso richiamato in servizio (per fortuna non il solito piagnone depresso…) che per vendicare una donna seppur brevemente amata accetta di fare l’infiltrato in una organizzazione di trafficanti d’armi. Il nemico che questa volta (men male) è cattivo davvero, Roper, trafficante d’armi, spietato e violento ma, al tempo stesso simpatica canaglia grazie all’interpretazione di Hugh Laurie che, dopo il dottor House sa come accattivarsi il pubblico giocando sull’ambiguità. È comunque un avversario da odiare, non ha scuse, né giustificazioni e questo dà nerbo alla storia. Poi c’è il suo sgherro personale, il piccoletto Corky (Tom Hollander), gay ma “duro”, sospettoso e malvagio. La bella Jed (oggetto del desiderio di protagonista, antagonista e pubblico, i sicari secondari, gli arabi cattivi, i funzionari corrotti dell’MI6 che sembrano manichini e vien voglia di sputargli in faccia appena li vedi. Poi i buoni succedanei, in questo caso una non giovanissima e non avvenente signora incinta (Angela Burr) che se vuole ha più grinta di tutti (e spara pure!), il buon nero americano (David Harewood) che, avendo già fatto la sua parte in Homeland e in Spooks conosce il mestiere. Intorno ville magnifiche a Maiorca (probabilmente vicino a casa di Cappi!), grandi alberghi al Cairo, la magia di Istanbul, la maestosità della Vauxhall di Londra sede dei Servizi e campi di contractor al confine tra Turchia e Siria. Vi sembra che ci sia un accumulo di luoghi comuni? Questi, fatevene una ragione, sono gli elementi narrativi della spy story contemporanea, letteraria e cinematografica di successo. In realtà l’adatta mente è abbastanza infedele al libro che si perdeva in una serie di sentieri secondari e non arrivava a una fine secca e chiara come lo sceneggiato. Qui vediamo Jonathan Pine (Tom Hiddelston, sbarbato e irrobustito che si addestra per Kong Skull Island e forse per 007) che dà corpo a un bel personaggio. Ferito nell’animo ma deciso. Passato militare, a volte impenetrabile, dotato di sangue freddo e capace di far fuori a mani nude i più fetenti di tutti senza battere ciglio (ci piace…altrimenti avrebbe fatto meglio a fare un altro lavoro). La storia poi si dipana secondo un canovaccio non imprevedibile ma reso piacevole da scenografie interne ed esterne dettagliate, glamour quanto basta per rientrare nel genere (anche la sigla è molto bondiana). Se proprio devo essere sincero qualche momento un poì più movimentato, non sarebbe stato inutile. Soprattutto nelal prima parte l’azione avviene quasi tutta fuori scena. Alla narrazione avrebbe giovato un minimo di dinamicità in più, come dicevo, soprattutto nell’avvio che rischia di addormentare alcuni spettatori. Poi, però, la storia si riprende, ci offre quella dose di sesso e violenza che ci aspettiamo e soprattutto arriva a un finale certo, dovei buoni sono i buoni e i cattivi sono i cattivi. Dopotutto sempre narrativa popolare è i retroscena del traffico internazione le d’armi con tutte le sue porcate avallate dai governi occidentali, non è cosa segreta. Lo sapeva de Villiers e, modestamente, anche l’autore del Professionista. Tutto sta come si racconta una storia. E questa è raccontata bene.

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