DOSSIER YAKUZA-SPARATORIE A SHINJUKU


Nel migliore dei mondi possibili questa serie di pezzi sulla Yakuza e sulle forze speciali francesi sarebbero state inserite nell’introduzione del PROFESSIONISTA STORY03. La realtà è che il momento impone di risparmiare su tutto, la carta in primis… per cui ho preferito che fosse pubblicata integralmente la parte narrativa. Nel giro di qualche puntata accompagneremo la permanenza in edicola del volume con una serie di approfondimenti ,alcuni dei quali parzialmente editi in edizioni precedenti, altri scritti appositamente. Mi auguro che vi facciano piacere.
Tutto questo fa parte di quell’attività, squisitamente gratuita, che si definisce ‘autopromozione’. Una fase irrinunciabile del lavoro del narratore.
Nel 1995 quando scrissi la terza avventura di Chance Renard avevo appena scoperto uno di quei filoni narrativi capaci di stimolare al meglio l’inventiva di uno scrittore.
Da sempre, come viaggiatore, praticante di arti marziali, appassionato d’Oriente mi ero interessato all’Asia e soprattutto al Giappone. Conoscevo i romanzi di Lustbader della serie Ninja, avevo visto decine di volte Yakuza di Pollack e apprezzato Black Rain di Scott, letto il saggio Yakusa di Kaplan e Yasbro sulla mafia giapponese e, soprattutto, avevo divorato i romanzi di Marc Olden sul Giappone, Giri, Gai-Jin, Da-isho (tutti, ahimè, inediti ma che consiglio di recuperare a qualsiasi appassionato). Ne avevo persino tradotto uno, Kisaeng, pubblicato su Segretissimo. Ero ben preparato ed ero deciso a svolgere l’ultimo (per il momento) confronto tra Chance e il Marsigliese in Giappone, paese nel quale ero stato di passaggio non molto tempo prima e nel quale sarei tornato per un periodo più lungo in seguito.
Qualche mese prima (più o meno all’epoca di iniziare il romanzo) mi trovavo a Parigi e, durante una delle mie abituali incursioni tra librerie e videoteche, trovai una cassetta in Secam (che potevo vedere solo in bianco e nero quindi) di Hard Boiled di John Woo. Sulle riviste francesi avevo letto gran bene di questo regista, in Italia era già uscito Hard Target con Van Damme (che nel film si chiamava Chance…) e mi era anche piaciuto. Ma tutti mi assicuravano che il ‘vero’ John Woo era un’altra cosa, che bisognava vedere i film del periodo hongkonghese per rendersene conto… Insomma finché non ebbi per le mani quella videocassetta mi sentii menomato. Tornato a Milano mi predisposi a una visione senza troppe aspettative, per la verità all’epoca non avevo un gran concetto del cinema di Hong Kong, legato a ricordi di film fracassoni dove non c’era storia e i protagonisti se le suonavano dal primo minuto all’ultimo senza suscitare in me (che pure ero un praticante di arti marziali appassionato) grandi emozioni. Il film cominciò. A tre minuti dall’inizio lo scontro nella sala da tè con Chow Yun Fat che spara a due mani, pallottole al rallentatore, nuvole di pulviscolo e coriandoli di carta (visivamente eccezionali anche se assolutamente non motivati), una violenza iperrealistica. Rimasi a bocca aperta. Una folgorazione. Certo Woo s’ispirava alle sparatorie di Peckinpah e al romanticismo di Melville (due registi che già facevano parte della mia mitologia personale) ma qui c’era una forza, un’energia che mi parvero nuove. E poi la cornice orientale. Insomma fu un colpo di fulmine e l’inizio di una prolifica – e costosa – stagione alla ricerca di tutto il cinema di Hong Kong che mi capitasse sotto tiro. Tutto questo, è giusto dirlo, in un’epoca non sospetta, quando il Far East film festival di Udine era ancora di là da venire e nessun critico si ricordava neppure che Hong Kong era il terzo paese produttore di film del mondo. Creativamente fu uno shock, avrei addirittura voluto cambiare la trama del romanzo per poter citare la sparatoria finale di quel film, 45 minuti di fuoco ininterrotto in un ospedale. Invece ne venne fuori la scena d’inizio di questo romanzo che originalmente volevo chiamare Gunplay a Shinjuku, con un’allusione alla denominazione data a questo genere di film noir made in Hong Kong sulle riviste specializzate inglesi. In casa editrice non capivano e il titolo diventò un ben più banale Appuntamento a Shinjuku. Era comunque un’avventura solida, attuale ai tempi perché gli attentati dell’Aum Shinkiryo nelle metropolitane giapponesi erano appena avvenuti e poi c’era questo confronto a distanza con il Marsigliese che, è il manipolatore di tutto, ma non si vede mai, un concetto molto giapponese. La verità era che Auguste Volfoni anche quella volta ce l’avrebbe fatta e sarebbe tornato un paio di romanzi dopo addirittura giovane, protagonista di un lungo flashback durante la Seconda guerra mondiale (Il grande colpo del Marsigliese). Nel loro confronto giapponese mi piacque l’idea di questo super cattivo, incombente e immanente che Chance insegue senza mai riuscire fisicamente a vedere. Alla fine ne esce vincitore ma c’è un tarlo che continua a rodergli dentro. È forse l’elemento più noir, in una vicenda che, all’epoca, era ancora molto bondiana. La serie si era assestata, io ero entrato di più nel personaggio, insomma il romanzo che uscì allora era già maturo, un ‘esempio di stile e struttura di ottima narrativa popolare’, come ebbe a dire Carlo Oliva. Pur perseguendo la mia personale ricerca sul cinema di Hong Kong (ne uscì un libro che ufficialmente parlava di Bruce Lee ma che fu anche la scusa per un viaggio nella ex colonia e un’indagine sul suo cinema marziale e non e che in seguito fu ristampato con il titolo di Dragons forever), la storia del Professionista seguì poi l’idea originale. Anche qui in tempi non sospetti mi procurai versioni originali sottotitolate dei film di Kitano, in particolare Boiling Heat e Violent Cop, opere interessanti ma piuttosto fredde, poco… colorite, rispetto al film di Pollack o all’immagine che avevo del Giappone degli Yakuza. Ne ricavai però la figura di Takeshi ‘beat’ Kitano, nel mio romanzo capo della Squadra Speciale. Poi la storia seguiva altri miei interessi, il Medio Oriente, i crimini economici alla base del terrorismo. In Giappone tornai nel ’98 e quel viaggio mi suggerì una seconda avventura di Chance ambientata nell’impero del Sol Levante (Marea Rossa) nella quale appariva ancora un personaggio che avevo molto amato nel primo libro, Mimy Oshima, il Fiore Velenoso del servizio antiterrorismo nipponico. Anche lei veniva dal cinema di Hong Kong anche se s’ispirava a due attrici giapponesi. Sin dal nome mi ricordava Yukari Oshima, una stuntman diventata attrice nonché consorte di un attore della colonia, ma soprattutto allieva di Sonny Chiba che molti ricorderanno nei panni di Hatto Hanzori in Kill Bill di Tarantino ma che in Giappone era già famossissimo negli anni ’70.
Io ne avevo sentito parlare sempre su una rivista francese nella quale se ne magnificavano le doti di stuntman e di karateka, allievo del mitico Mas Oyama, l’uomo che inventò il Karate della Suprema Verità, dove si combatte senza protezioni, con il contatto pieno. Ho avuto modo di conoscere e praticare questo stile durante uno stage in Olanda e di vederne campionati a Parigi e sale di allenamento a Kyoto. Sinceramente il Karate che avevo praticato io con il controllo dei colpi era roba da signorine… quello che aveva formato Chiba richiede un… fisico bestiale. Niente pugni in faccia, ma si colpisce duro su tutto il corpo con il rischio di fratturarsi i propri arti. Insomma la signorina Yukari Oshima aveva tutte le carte in regola per fare carriera. Ora c’è una cosa che occorre sapere del cinema di Hong Kong: è l’ambiente più politicamente scorretto che conosca. Ciccioni, omosessuali, donne brutte, persone che presentano anche lievi difetti fisici sono costantemente alla berlina e non solo nel mo lei tau, una specie di commedia slapstick, ma anche nei film seri dove per abitudine culturale in una scena ci si sbudella e in quella dopo si ride per buffonate scatologiche. Ovviamente i gway-lo, gli stranieri hanno un posto particolare nell’iconografia cinematografica locale, soprattutto i giapponesi che (direi con qualche ragione) sono vittime di tutti gli strali del malumore locale.
Per farla breve ci sono solo tre attrici (a parte Cinthya Rothrock ma quella è un’altra storia perché era amica di Jackie Chan…) che hanno lavorato stabilmente nel cinema d’azione di Hong Kong. Una è inglese, Emily Crawford una cameriera londinese di Battersea, che un giorno ha deciso di tentare la fortuna in Oriente e due sono giapponesi. La prima è Yukari Oshima (soprannominata The Osh) e l’altra era Michiko Nishiwaki, avvenente culturista e lottatrice di catch. Nessuna delle tre ha mai rivestito un ruolo positivo. Contro le intrepide e pudiche poliziotte cinesi (Sibelle Hu, Moon Lee, Michelle Yeoh prima di diventare una diva a fianco di Brosnan in 007) c’era bisogno di una terrorista, sadica, un po’ puttana disposta a spogliarsi? Nessun problema le tre gway lo erano pronte per ogni occasione. Nasceva così il filone Femme fatale del quale, manco a dirlo, diventai un fanatico collezionista.
Mimy Oshima nacque dalla constatazione che la vera Oshima era davvero brava. Per chi avesse la possibilità (ormai non è così difficile procurarsi un DVD di Hong Kong) consiglierei di vedere la scena finale di Angeli d’acciaio (Iron Angels in originale, ma il film ebbe anche una circolazione in video in Italia) che faceva il verso alle Charlie’s Angels, prima ancora che se ne realizzasse un film. Nella scena finale Yukari Oshima affrontava i due angeli cinesi (Moon Lee ed Eliane Liu) in un duello di rara ferocia. Me la ricordo ancora con il viso pesto, gli occhi di fuoco e un rivolo di sangue che cola dal naso fratturato che dice: ‘‘I’ll kill you both!’’, Vi ammazzo tutte e due. Be’, quella era la compagna di Chance per quell’avventura ma, volendoci anche un po’ di sesso presi a prestito il nome di un’allora diva del cinema porno nipponico Mimy Miagy, una delle prima orientali a farsi siliconare il seno (con un palese errore di misura del chirurgo giacche non so la poverina come potesse camminare diritta con una sesta…).
Per la verità c’è un altro film che m’ispirò alcuni aspetti più cupi e realistici che hanno reso Mimy Oshima il personaggio che è. Si tratta di Deadley China Dolls di Godfrey Ho. Ammettiamolo, Ho non è mai stato un gran regista ma in quell’occasione confezionò un bel prodotto, girato nelle Filippine dove poteva permettersi qualche scena di sesso più hard (se vi è mai capitato di vedere un film filippino, d’azione, d’amore, sociale non importa, troverete una costante: ogni venti minuti i protagonisti si trovano impegnati in una scena di sesso esplicito). Fondamentalmente è un remake al femminile di The Killer di Woo ma tra le due ammazzasette in gonnella c’è un buon feeling e la pudibonda poliziotta Sibelle Hu rimane nella polvere. In particolare una delle due attrici (sino-filippina, mai vista da nessuna altra parte) creava un personaggio duro e malinconico che mi piacque e adattai al carattere di Mimy Oshima con la sua ossessione di essere mezzo coreana e quindi una sorta di outsider. Come al solito il modello ideale si è poi trasformato, è “entrato” nella pelle di quello creato per il libro sino a diventare irriconoscibile, ancora una volta “mio”…
Avevo anche scoperto il cinema yakuza-eiga degli anni ’70 quello di Kinj Fukasaku passato troppo rapidamente al festival Torino l’anno passato (‘Fight without Jingi’, ‘Combattimento senza codice d’onore’) e quello moderno, di Takashi Miike, violento, iperbolico a volte sgradevole nei contenuti quanto nelle immagini. È, a suo modo realistico, lontanissimo dagli scoppi di violenza di Fiori di fuoco di Kitano quanto da ‘Cane randagio’ di Kurosawa. È un cinema dove la violenza, la tortura sono risvolti normali della vita degli yakuza. Di tutto questo c’è traccia nel romanzo ma solo moderatamente. In un altro libro di una serie differente (Vlad, ‘Il mattino dei demoni’) c’è un ritratto più vicino a questa new wave cinematografica. Appuntamento a Shunjuku è ancora un romanzo con una visione romantica del Giappone e della sua malavita, c’è violenza ma anche onore. È, forse, una delle avventure del Professionista che ricordo con maggior affetto.

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10 Responses to DOSSIER YAKUZA-SPARATORIE A SHINJUKU

  1. erni says:

    Ennesimo pezzo di gran pregio, meriterebbero un volume solo loro.

    • ilprofessionista says:

      grazie Erni…in effetti tengo tutto chissà che prima o poi non venga buono…
      nel frattempo prossimamente alternremo altri articoli di ‘ supporto’ al professionista Stort03 e articoli sui trafficanti d’armi.

  2. ariete'70 says:

    Si,veramente ottimo pezzo.Sempre interessante sapere qualcosa in più dell’officina creativa e del background formativo di uno scrittore e come ci sono alcuni percorsi comuni anche con noi semplici lettori’provinciali’ che l’Oriente lo conosciamo solo tramite libri o film.Oltre i bellissimi ‘Yakuza’ e ‘Black Rain’,Prof,immagino che avrai sicuramente visto e amato anche ‘l’Ultima sfida’di J.Frankenheimer(‘the Challenge’ in origine)con S.Glenn messo in mezzo alla lotta fra Mifune e Nakamura. Sempre KtF!

    • ilprofessionista says:

      complimenti! un film poco valutato nella filmografia di Frankenheimer ma che ho sempre trovato ottimo per diversi motivi. lo vidi al cinema in un periodo incui Scott gleenn aveva la faccia giusta per i personaggi che scrivevo. bella la rappresentazione della scuola di budo molto simile alla Shoden kattory Shito ryu che ha poi il suo sistema di ninjaitsu. un po’ stridente forse l’assalto finale al palazzodel MITI con Mifune in costume ma sono cose cheimpone il cinema americano.
      non ricordo il nome ma la protagonista femminile per essere una nippon aveva delle tette da primato 🙂

  3. ariete'70 says:

    Proprio un piccolo gioiellino questo ‘Challenge’,Prof,ma che scoprii per caso a dire il vero registrandolo qualche annetto fa in trasmissione notturna televisiva attratto dal cast e poi scoprendo guardandolo che era diretto dal grande Frankenhaimer e scritto fra gli altri da J.Sayles.La Nippon girl in effetti era proprio bella popputa!KtF!

  4. AgenteD says:

    Be’ tanto di cappello a tanta cultura (e passione) cinematografica! Però Stefano non ho capito una cosa, tu vedi i film, leggi romanzi, li traduci e li scrivi in quantità e qualità, ma dove trovi il tempo per fare tutto ciò (e altro, ovviamente)? 🙂
    Dal canto mio sto apprezzando molto “L’assalto”, e penso apprezzerò molto anche l’ultimo Volk, altra “tua” opera… 🙂

    • ilprofessionista says:

      Una domandache mi hanno posto in parecchi. Di fatto il mio lavoro raccoglie anche parechcie delle mie passioni per cui in realtà quasi nonstacco mai. Viaggi, esperienzesul campo,sport, letture e lavoro si sono intrecciati così strettamente dentro di me da rendermi difficile capire dove comincia la parte ludica e dove finisce quelal lavorativa. è un privilegiodi cui vado orgoglioso. non che non costi nulla, per carità però è una vita che mi ha regalato e mi regala ancora parecchie soddisfazioni.

  5. AgenteD says:

    … E le regala anche a noi! Continua così! 🙂

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