Mosche sul velluto


Quattro mosche di velluto grigio (1971) è, oggi, un film fantasma. Questioni contrattuali, garbugli sulla proprietà dei diritti e chissà quale altro mistero rendono impossibile la sua distribuzione nelle collane “regolari” in DVD e cassette. Praticamente inesistenti i passaggi sui canali televisivi. Narra la leggenda che circolino copie “bootleg”, ossia piratate, ricavate anche da master diversi e di qualità discutibile… Forse ne uscirà una versione nei prossimi mesi. Forse…
Personalmente lo vidi un paio di volte al cinema e una terza in televisione prima di recuperarne una versione americana con traccia italian. ufficialmente però nel nostro paese non è distribuito. Un po’ una vergogna… Anche se tutte queste difficoltà accendono le brame dei collezionisti e le fantasie degli adoratori di Argento, l’impossibilità del recupero del film resta un peccato, perché si tratta di uno dei migliori prodotti del regista nella fase che più ci interessa. Un thrilling puro che smentisce ancora una volta l’opinione di una certa critica che i film del filone siano tutti uguali. Certo, le caratteristiche stilistiche e tematiche di Argento saltano subito agli occhi, ma la trama è originale, ben congegnata, assolutamente italiana e – fatto salvo che il cinema non è la realtà ma una sua interpretazione fantasiosa – credibile. Film difficile per Argento che sembra proiettarvi ombre della sua incombente crisi coniugale ( la rassomiglianza dei due protagonisti con il regista e la sua compagna di quei tempi è impressionante), ma anche particolarmente riuscito per originalità e atmosfere. Sempre siamo in una città chiaramente italiana che è un po’ tutte le nostre metropoli (una lettera ricattatoria inviata al protagonista, Michael Brandon, è indirizzata a via Fritz Lang semplicemente in Città!), e sempre troviamo un individuo apparentemente al centro di “normali” vicissitudini umane, per quanto non schive di una certa ambiguità. Roberto Tobias (Brandon) è un musicista, ha una bella ma algida moglie, non disdegna il tradimento con la cuginetta di lei, frequenta amici noiosi o quantomeno dipinti di quella leziosità tipica dei radical chic. Non immagina che qualcuno possa odiarlo al punto di inscenare una macabra tragedia per accusarlo di un omicidio – che invece non commette – e ricattarlo al solo fine di torturarlo psicologicamente. Perché, ancora una volta, c’è la follia nata da un trauma infantile a dirigere la danza. Il “maniaco” lascia evidenti tracce ed è costretto a uccidere ricattatori, testimoni e persino un bizzarro detective privato che, malgrado l’imperizia e la dichiarata e macchiettistica ambiguità sessuale, ha risolto il mistero. Compaiono anche comprimari comici come i barboni Dio (Bud Spencer) e il Professore (Oreste Lionello), ma la tensione si allenta solo di quel poco che è necessario per stringere ancor di più il cappio intorno al protagonista e allo spettatore. Il sogno premonitore dell’esecuzione pubblica gioca un ruolo fondamentale nella costruzione della tensione, così come soggettive, allusioni ripetute e flashback. Non c’è molto sangue in questo thrilling, in compenso una scena di suspense con la vittima designata che cerca disperatamente una via di fuga e finisce per citare una celebre…caduta sulle scale di Psycho , impreziosiscono un film particolare anche nel filone. Ovviamente la Polizia osserva senza dare grande apporto all’indagine ma, questa volta, anche se indirettamente, il fantasioso procedimento di fotoriproduzione della retina dell’ultima vittima metterà Brandon/Tobias sulla strada della verità. Che, al solito, sarà sconvolgente e amarissima per il pubblico quanto per l’eroe.

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