Per Wahlöö, Delitto al trentunesimo piano

Per Wahlöö, Delitto al trentunesimo piano, trad. Renato Zatti, Einaudi, 2012

 

Per Wahlöö (1926-1975) scrittore, giornalista e traduttore svedese, insieme alla moglie Maj Sjöwall, ha scritto una delle serie gialle più famose in Svezia, che hanno per protagonista il commissario Martin Beck, le cui indagini si snodano lungo dieci romanzi, tutti pubblicati da Sellerio. Ed è anche nota la posizione fortemente critica della coppia nei confronti del “sistema svedese”, apparentemente liberale e democratico ma, in realtà, profondamente intriso di autoritarismo e di eccessiva ingerenza dello Stato nelle vite dei cittadini.

 Il commissario Jensen è invece protagonista di due romanzi, Delitto al trentunesimo piano e La scala di ferro; il primo appena pubblicato da Einaudi. Fino dalla prima pagina conosciamo il commissario come un uomo qualunque: “Jensen era un ufficiale di polizia di mezza età, di corporatura media e con un viso liscio e inespressivo.”. E’ un uomo laconico, molto formale, severo con i sottoposti e molto poco simpatico. Di lui sappiamo poco: vive da solo, soffre di stomaco, non pronunzia una parola più del necessario e non vuole neppure ascoltarne, visti i continui richiami alla concisione che fa ai suoi uomini quando gli fanno rapporto. L’inchiesta parte da una lettera anonima che anticipa lo scoppio di una bomba all’interno della redazione del grande Editore del paese, colui che pubblica tutti i giornali del paese e assicura, tramite essi, omologazione, istupidimento delle menti  e quindi pace sociale. Va da sé che è ben visto dal potere sindacale e politico.  Jensen ha sette giorni di tempo per indagare  fra i licenziati/pensionati e scoprire una verità terribile, che si nasconde al trentunesimo piano del palazzo dell’editoria, un piano fantasma, visto che anche gli ascensori si fermano al trentesimo. I dialoghi sono ridotti al minimo; le descrizioni sono finalizzate ad esprimere il senso di cupezza, straniamento e angoscia che pervade tutti i personaggi.

Il romanzo è stato pubblicato nel 1964, tuttavia è come se l’azione si svolgesse decenni dopo. Jensen si muove, infatti, in una realtà in cui lo Stato si è fatto carico di tutti i problemi. Un Welfare totale che ha cancellato criminalità, crisi degli alloggi, ingiustizie sociali, problemi giovanili. In compenso sono  aumentati a dismisura i suicidi (di cui è proibito parlare) e l’alcoolismo, ormai generalizzato, è severamente represso. La stupefacente attualità del romanzo sta nella denuncia dell’affermazione strisciante di un Pensiero unico nell’editoria che si manifesta attraverso la contrapposizione  prima e l’inglobamento poi, delle preesistenti voci critiche e indipendenti. Come ? “…sfruttando la naturale tendenza della gente…(a) guardare  le fotografie invece di leggere e, nel caso qualcuno legga qualcosa, preferire fesserie inutili a una rivista che li obbliga a pensare o a sforzarsi oppure a prendere posizione. …Il fenomeno veniva chiamato “pigrizia intellettuale” e faceva parte delle sequele transitorie dell’era televisiva, si diceva.” E ancora: “Questo è omicidio, omicidio intellettuale, , molto più riprovevole e disgustoso di un omicidio fisico.  Omicidio di un’infinità di idee, omicidio di opinioni, della libertà d’espressione. Omicidio premeditato di primo grado di un intero settore culturale. E il movente è il più basso di tutti: garantire alla gente una serenità che la renda incline a ingoiare acriticamente tutta la zuppa cn cui viene rimpinzata. Capisce, diffondere l’indifferenza  senza opposizione alcuna, iniettare forzatamente quel veleno dopo essersi prima accertati che non ci siano medici né sieri”.

Sembra scritto oggi. E pensare che nell’immaginario collettivo italiano la Svezia è stato per anni il paese del welfare, dello stato sociale compiuto, che offriva ai suoi cittadini assistenza dalla culla alla tomba nonché delle belle ragazzone disinibite che affollavano le spiagge italiane.

 

 

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