ALEX

Pierre Lemaitre, Alex, trad. di Stefano Viviani, Mondadori, 2011

Pierre Lemaitre in Italia è ancora poco conosciuto, le notizie biografiche che si trovano in rete ci dicono che è nato nel 1951 e che ha insegnato per molti anni letteratura, approdando tardi alla carriera di scrittore e sceneggiatore.
Nel suo primo romanzo, Travail soigné, Lemaitre ha reso omaggio ai suoi maestri (Ellroy, McIvanney, Easton Ellis, Gaboriau). L’opera è stata insignita del Prix du premier roman al Festival di Cognac nel 2006. Cadres noirs del 2010 è un thriller sociale, una denuncia vibrante contro la finanza e il management, che l’autore sostiene essere “una delle grandi rapine del secolo”. Alex del 2011, unico romanzo tradotto in italiano, per il momento, è il secondo di una trilogia iniziata con Robe de marié.
I romanzi di Lemaitre sono tradotti in 13 lingue, e tre di essi sono in corso di adattamento per il cinema. Da parte mia, aspetto con una certa ansia la prossima traduzione italiana.

Alex è, senza riserve, un gran bel romanzo che mette d’accordo sia gli appassionati dei polizieschi che quelli del noir. E’ una storia in cui ci sono molti ribaltamenti di ruolo, in cui niente è come appare perché – sembra suggerirci l’autore – il confine fra il bene e il male, fra lo stato di vittima e di carnefice, è molto labile ed estremamente mobile nel tempo. Le circostanze possono fare di un essere umano che ha sofferto l’indicibile un potenziale assassino. L’autore non giudica i suoi personaggi, ma li osserva con empatia. Quando, verso la fine, tutto sembra stia per chiarirsi e che la verità sia scoperta, il lettore sarà ancora una volta spiazzato dall’ultimo colpo di scena.
La trama è complessa ma non inutilmente intricata, portata avanti in parallelo fra l’indagine di polizia che inizia a seguito del rapimento di una giovane donna, Alex, appunto, e le vicende che riguardano direttamente la protagonista. I dialoghi, gli interrogatori, i rapporti all’interno della squadra e con il magistrato a cui è stato affidato il coordinamento dell’indagine sono tutti molto plausibili. Ben delineate le figure dei poliziotti della squadra: il comandante Camille Verhoeven, Louis, ricco e colto poliziotto e Armand, dallo stile di vita quasi da barbone. Sono tutti e tre figure molto extra-vaganti, insolite ma al tempo stesso capaci di generare la sospensione di credulità nel lettore che li “vede” e partecipa alle loro vicende umane e al loro tormento interiore, con un finale in cui non si cerca la verità ma la giustizia.
“Mah, la verità, la verità…Chi può dire che cosa è vero e che cosa non lo è, comandante! Per noi l’essenziale non è la verità, ma la giustizia, no?” Camille sorride inclinando la testa. (p. 340)

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