231 giorni – Paolo Severi

I duecento trentun giorni del titolo sono quelli che l’autore ha trascorso nell’inferno carcerario dei “Casetti” di Rimini, dal 16 gennaio al 2 settembre del 1996. Questo libro è il risultato di quell’esperienza: una sorta di diario psico-esistenziale che lascia emergere la volontà quotidiana di sopravvivere senza farsi trascinare, da un lato, nel giro della grande criminalità e, dall’altro, nella tentazione fatale dell’eroina, del “buco” come facile soluzione e scappatoia a tutti i problemi personali.

Nonostante la compattezza, meno di duecento pagine, questo è un testo molto difficile da interpretare e praticamente impossibile da riassumere perché ricchissimo di spunti, considerazioni, ansie, timori, speranze, analisi critiche (sul carcere e sulla società esterna), soddisfazioni (piccole e grandi), ricordi, delusioni, amarezze, affetti personali e rancori astrattamente universali: con la sua scrittura essenziale e asciutta Paolo Severi ha saputo condensare un intero percorso formativo, iniziato con la decisione di rifiutare la permanenza in comunità per scontare una vecchia condanna, risalente agli anni nei quali l’unico punto fermo della sua vita era la ricerca della dose quotidiana di eroina, e terminato con la fine anticipata della detenzione.

E’ un’esistenza vuota e priva di significato, quella di Severi, lanciata a tutta velocità verso l’autodistruzione, ma segnata dalla fortuna di trovare un “muro” contro cui arrestarsi: questo muro è la comunità di San Patrignano, dove l’autore trascorre tre anni che lo rimettono in carreggiata, sia dal punto di vista fisico che psicologico.

Una relazione con una donna sposata, però, lo pone in conflitto con le regole vigenti nella comunità, regole alle quali l’autore non intende, orgogliosamente, sottomettersi. Di conseguenza, per lui si spalancano le porte del carcere: una dimensione nuova, alla quale tenta disperatamente di adattarsi leggendo, scrivendo e studiando. Perché la vera novità della prigione è il tempo, talmente abbondante e dilatato da indurre il recluso a ritagliarsi uno spazio esclusivo nel quale poter coltivare i propri interessi.

Tuttavia l’operazione si rivela molto più complessa del previsto, non solo perché si è sempre, volente o nolente, in compagnia di qualcuno con cui non si riesce a comunicare come si vorrebbe, ma anche perché questo qualcuno è troppo distante, sul piano personale, per riuscire a comprenderne a fondo la storia, il carattere e i tormenti interiori. Ogni carcerato pare rinchiuso in un suo inferno psichico, prima ancora che materiale, che lo scinde e lo isola dagli altri, pur nella condivisione degli spazi.

E’ così che, in questo grande vuoto esasperato dalla vicinanza di corpi estranei tra loro, anche il fatto più banale diventa un evento: che si tratti dell’arrivo di una lettera, della visita di un parente, di un controllo medico o di un semplice colloquio burocratico con un funzionario, ogni occasione è buona per spezzare la paradossale monotonia di un tempo uniformemente piatto e, apparentemente, impossibile da piegare alle proprie esigenze.

Mantenere la propria dignità all’interno di un meccanismo che sembra fare di tutto per calpestarla è un’impresa che richiede impegno costante e molta attenzione a ogni parola che si dice, come a ogni gesto che si compie. Ci sono anche coloro che si impegnano per migliorare la qualità della vita dei detenuti, ma si tratta di fiammelle nell’oscurità perché, come constata immediatamente Severi, la detenzione non tende affatto alla rieducazione del detenuto. E non solo perché la maggior parte di coloro che sono rinchiusi, non parlando l’italiano, possono essere “educati” solo a furia di manganellate, ma anche perché l’istituzione carceraria, attraverso le sue dinamiche interne, finisce inesorabilmente per favorire il reclutamento di nuove leve da parte delle organizzazioni criminali, alimentandone così la sopravvivenza.

 “Il carcere ti si deve scrivere nella carne, ti si deve stampare dentro il cervello. Deve lasciare il segno….

Non ho mai conosciuto nessuno che ha smesso di rubare, o di farsi, dopo essere stato in carcere.”

In carcere, la burocrazia si mette continuamente di traverso e trasforma ogni richiesta, persino la più banale, in un percorso disseminato di ostacoli, ritardi e umiliazioni di ogni genere. Per sopravvivere in quest’inferno popolato da immigrati, tossici, delinquenti veri e delinquenti per sbaglio (a tutti comunque viene offerta la possibilità di compiere il “grande salto” verso il mondo del crimine), è necessario rassegnarsi all’assurdità delle regole, accettare il fatto, anche temporaneo, di essere in balia di un meccanismo che ignora le sofferenze dei singoli ed è capace di infliggere crudeltà inumane assumendo i panni rassicuranti e insieme beffardi del rispetto scrupoloso dei regolamenti.

“Non c’è udienza che non sia rinviata di un mese, non c’è permesso che arrivi in tempo, non c’è relazione che venga prodotta puntualmente, non c’è indagine che dia buon esito, non c’è formalità che non venga elevata alla massima potenza quando si tratta di nuocere, non c’è informativa che compia il suo iter regolarmente.

Niente di niente. Siamo in balia di non si sa cosa… E’ in questa attesa che si matura quel risentimento necessario per riportare, fuori di qui, l’insegnamento di violenza appreso.”

La violenza e la sopraffazione si respirano nell’aria come un destino fatale che incombe su ogni recluso. Solo l’arte e la lettura riescono a sollevare l’autore dalla propria condizione materiale e dal doloroso vuoto della sua esistenza. Così, grazie all’aiuto di un altro detenuto di origine cecoslovacca, che deve scontare una pena molto più lunga della sua, entra a far parte del gruppo teatrale della prigione. E poi riesce finalmente a preparare gli esami universitari, suscitando un sospetto quasi comico nelle guardie che lo controllano, pure loro prigioniere del clima di disumana ottusità che regna nel penitenziario, che vogliono sapere perché lui, al contrario degli altri, scrive, studia e, soprattutto, non vuole tornare a San Patrignano.

Infine, la grande sorpresa della riduzione della pena, che in origine era di sei anni, e la scarcerazione anticipata. Con la scoperta che la liberazione vera, oltre che l’uscita dal carcere, è l’accettazione delle proprie debolezze e fragilità, un segreto da custodire gelosamente al riparo dalle insidie del mondo.

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