Da dove nasce il titolo del romanzo?

“Simmetria Mortale” sembra quasi un ossimoro, nel senso che il significato di ciascuno dei due termini richiama concetti radicalmente distinti tra loro, se non proprio opposti.

La simmetria è associata con la geometria e la regolarità delle forme. Nel Rinascimento, alcune correnti dell’arte e dell’architettura propugnavano un modello urbanistico di città ideale, che rispettasse i principi dell’uniformità geometrica e dell’armonia degli spazi. Nel dipinto La città ideale, conservato al Palazzo Ducale di Urbino e citato spesso come simbolo dell’arte rinascimentale italiana, gli edifici appaiono disposti simmetricamente attorno a un punto centrale, una piazza con un palazzo di forma circolare, simbolo di perfezione perché conchiuso in se stesso.

L’utopia urbanistica del tempo riteneva che tale disposizione, completamente auto-sufficiente perché contenente tutti gli elementi necessari allo svolgimento della vita pubblica e privata, avrebbe trasmesso ai suoi abitanti le stesse qualità con le quali era stata ideata e li avrebbe stimolati a dare vita a comportamenti improntati alla concordia e al vivere civile.

Il comune di Cervia, per citare l’esempio al quale mi sono ispirato per creare l’ambientazione del romanzo, possiede un centro storico costruito secondo tale modello, con due cerchie di abitazioni dalla forma rettangolare disposte in maniera concentrica attorno ai due edifici principali della vita cittadina, il municipio e la cattedrale, separati da una piazza centrale anch’essa rettangolare. A sottolineare il carattere utopistico dell’insediamento, ai quattro angoli del quadrilatero si trovano altrettanti edifici di pubblica utilità, quali il teatro, le carceri, l’ospedale e ( ma non ne sono certo ) un ospizio per anziani.

La perfezione delle forme geometriche è il simbolo dell’eterna bellezza che trascende la caducità delle forme terrene e illumina le vite di noi miseri mortali diffondendo sugli oggetti che ci circondano un senso più alto e nobile.

La morte, al contrario, è il nulla, la fine di tutto, la ferita che mette in rilievo la transitorietà dell’esistenza e che noi tentiamo in ogni modo di occultare celandone le manifestazioni più evidenti. In qualche modo sbagliando, perché è proprio il pensiero della finitezza dell’esistente, la consapevolezza che la nostra vita terrena avrà un termine, che ci spinge a fare il possibile per riempirla di significato lavorando, procreando e, talvolta, anche producendo bellezza.

La bellezza quindi può sanare le lacerazioni indotte dalla consapevolezza tragica della provvisorietà del mondo.

Ma la simmetria, nella sua pretesa di perfezione, può anche essere sinonimo di rigidità, di incapacità di adattamento oppure di rifiuto al confronto con quegli elementi che vengono avvertiti come pericolosamente estranei all’ordine da essa stabilito.

Il mito di Narciso, raffigurato da un dipinto di Caravaggio, rappresenta splendidamente questa contraddizione: esso narra la storia di un giovane talmente bello che, un giorno, specchiandosi in una fonte d’acqua limpida e cristallina, rimane incantato dalla propria immagine e se ne innamora, tanto che cerca inutilmente di toccarla e di baciarla. Quando si rende conto che si tratta di se stesso e che non potrà mai realizzare il suo sogno d’amore, preso dalla disperazione si uccide.

Narciso incarna l’identità assoluta, totalizzante, che conosce solo se stessa e non è in grado di concepire nulla al di fuori di sé mentre aprirsi all’altro significa mettere in discussione le proprie certezze, fare i conti con le proprie fragilità, mandare in pezzi quell’equilibrio che si credeva perfetto e che invece è fondato su presupposti artificiosi.

La ricerca della  monolitica perfezione può diventare una gabbia che ci impedisce di vivere.

Una simmetria mortale, per l’appunto.

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