Stuprata due volte: il caso di A.M.

Il 31 marzo del 2007 A.M., che all’epoca era una ragazzina di 15 anni, partecipa assieme a un’amica a una festa di compleanno a Montalto di Castro, un paese di circa 9.000 abitanti situato in provincia di Viterbo, nella Maremma laziale.
A.M. è carina, cura molto il suo aspetto e quel giorno indossa una minigonna che la rende ancora più attraente, un particolare che verrà spesso riproposto da tutti coloro che, in seguito, tenteranno di far passare lei, cioè la vittima, per una poco di buono e una “provocatrice”.
Nel corso della festa un ragazzo appena conosciuto le chiede di accompagnarlo fuori per fumare una sigaretta, un pretesto grazie al quale invece la trascina in una pineta dove lo aspettano sette amici, suoi coetanei che la violentano a turno per tre ore. A.M. è di Tarquinia, ma frequenta il liceo socio-pedagogico di Viterbo. Dopo pochi giorni scoppia a piangere in classe, durante la lezione. I professori la accompagnano dal Preside dell’istituto al quale lei confessa la violenza subita. In seguito ribadisce il racconto dell’accaduto alla polizia di Viterbo e infine alla madre, di nome Agata, alla quale aveva taciuto tutto per timore di darle un dispiacere.
La sua migliore amica conferma che, quella sera, alla festa, non avendo più visto A.M. per oltre due ore si era preoccupata e l’aveva cercata all’esterno del locale, dove aveva riconosciuto gli otto ragazzi che si allontanavano in gruppo dalla pineta. Ma la stessa amica, in seguito, ritratterà la dichiarazione e le volterà le spalle, arrivando a far finta di non conoscerla quando la incontra per strada.
La notizia dell’accaduto, infatti, ha scatenato il finimondo, ma non nel senso che uno si aspetterebbe: tutto il paese di Montalto di Castro si schiera con i ragazzi mentre sulla vittima fioriscono solo illazioni e aneddoti da caserma: “colpa sua”, “lei di certo non è seria”, “ma se l’aveva già fatto con altri quattro…” etc… Vittorio Bricca, pensionato settantenne seduto placidamente su una panchina nella piazza principale del paese dichiara: “Avessi avuto diciassette anni, mi sarei messo in fila e anch’io sarei andato con quella”. Le mamme degli stupratori si schierano dalla parte dei loro figli, dalle loro bocche non esce neppure una parola di commiserazione per A.M. che nel frattempo, schiacciata dal dolore e dalla vergogna, si chiude in casa e sprofonda nella depressione. Quando esce non si trucca e non indossa più minigonne, ma soltanto jeans e maglie castigate anche perché sa che i ragazzi la accusano di averli provocati. Abbandona la scuola, dimagrisce e passa il tempo leggendo romanzi Harmony “perché hanno un lieto fine”.
Gli otto ragazzotti invece ricevono attestati di solidarietà a non finire: “No davvero, avranno pure sbagliato ma mica si possono rovinare la vita… una sera j’è capitata ’sta cosa…”. Il sindaco di Montalto di Castro, Salvatore Carai, Ds all’epoca dei fatti e ora nel Partito Democratico, convince la giunta comunale a stanziare 40.000 euro in favore degli otto ragazzi per aiutarli a sostenere le spese legali. La cifra poi si riduce a 20.000 perché quattro degli otto rifiutano il sostegno economico del comune: si tratta comunque di soldi pubblici, dei contribuenti, il cui utilizzo è inquinato dal sospetto che il sindaco sia lo zio di uno degli aggressori, la cui madre di cognome fa, per l’appunto, Carai.
Ai ragazzi viene offerto di tutto, lavoro, solidarietà e sostegno economico, alla vittima nulla: il sindaco arriva a dichiarare in pubblico che “solo i romeni possono stuprare” e siccome i ragazzi sono italiani, sono innocenti per forza. La vicenda poco alla volta assume rilevanza nazionale e i vertici dei Ds si sentono finalmente in dovere di intervenire: Piero Fassino invita Salvatore Carai a non candidarsi al congresso fondativo del nuovo partito, ma lui non molla e resta al suo posto, forte del sostegno dei suoi concittadini, ed oggi, finito il mandato da sindaco, siede fieramente nel consiglio provinciale, nel gruppo del Partito Democratico. In difesa di A.M. si muovono anche le donne del partito, principalmente Anna Finocchiaro, che viene subito bollata da Carai come “talebana del c.”.
L’Udi (Unione Donne Italiane) chiede le dimissioni del sindaco e alcune donne del Pd di Lecco, nel novembre del 2010, inviano una lettera a Pierluigi Bersani chiedendogli di espellere Carai dal partito.

L’ex sindaco Pd di Montalto di Castro Salvatore Carai

La persona che in assoluto sarà più vicina ad A.M. è Daniela Bizzarri, consigliera alle pari opportunità della provincia di Viterbo, che assiste la ragazza nel lungo e doloroso processo di superamento della violenza subita. Un percorso che assomiglia a un calvario perché la ragazza subisce un’umiliazione dietro l’altra. La sua vita ormai è in frantumi, si trasferisce a Roma, ma continua a sentirsi sola senza i suoi familiari accanto. Così ritorna e, dietro invito del preside della sua vecchia scuola, prova a riprendere a studiare, senza riuscirci. A questo punto smette definitivamente e cerca un lavoro “per non pesare sul bilancio di casa”.
Nel novembre del 2009 arriva l’ennesima mazzata: il tribunale dei minori di Roma sospende il processo ai violentatori per affidarli in custodia ai servizi sociali del comune di Montalto di Castro. Un periodo di 24 mesi al termine del quale, se non ci saranno rilievi negativi da parte delle assistenti sociali del comune, il reato potrà considerarsi estinto e i ragazzi ufficialmente riabilitati. L’unica soddisfazione riservata ad A.M. è che gli otto ragazzi, per poter ottenere l’affido, hanno dovuto confessare il reato: pertanto è stato messo a verbale che il rapporto avuto con la ragazza quindicenne nella pineta non è stato consenziente, contrariamente a quanto loro avevano voluto far credere, con l’appoggio dei loro compaesani.
Però l’amarezza è grande:“Vogliono continuare a rovinarmi la vita? Io non avevo neanche capito, l’altro giorno: credevo che la messa in prova fosse finita, non che dovesse ancora cominciare. Invece quest’inferno va avanti, e durerà ancora a lungo. Sono stravolta, distrutta. Ogni volta che c’è il processo sto peggio: non mangio, non dormo e quando m’addormento ho gli incubi. Non voglio più andare neanche dallo psicologo, a cosa serve ripetere sempre le stesse cose?”.
A.M. schiuma dalla rabbia:“Non credo nel loro pentimento. Non mi sono arrivate né lettere né parole di scuse, niente. Hanno anche cercato di spingere un ragazzo a dire che ero consenziente. Mi chiedo a cosa possa servire metterli alla prova adesso, dopo così tanto tempo. Per me quest’attesa è un logorio quotidiano, non so come farò ad aspettare tanto”.
Nel 2012, però, uno degli otto aggressori finisce nuovamente sotto processo per stalking, così la Cassazione annulla la decisione del Tribunale dei minori e costringe i giudici a riprendere il processo. Il pubblico ministero, al termine della requisitoria, chiede che vengano condannati tutti a quattro anni di reclusione, ma la sentenza definitiva emessa lo scorso 26 marzo, dopo 6 anni dallo stupro, pur giudicando colpevoli gli imputati non li condanna neppure a scontare un giorno di carcere, preferendo affidarli a un programma di recupero, al termine del quale il reato sarà definitivamente estinto e non lascerà quindi alcuna traccia nella vita degli otto giovani.
Ad A.M, invece, resterà solo la soddisfazione di intentare una causa civile per danni agli otto aggressori, che comunque sono stati riconosciuti colpevoli. Sempre ammesso che riesca a trovare il coraggio per sfidare ancora una volta in un’aula di tribunale gli sguardi di scherno e i sorrisi beffardi di coloro che hanno potuto abusare di lei e della sua ingenuità, e sono riusciti a farla franca. Ingiustizia è fatta, ancora una volta nei confronti di una donna.

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