La Deutsche Bank e lo sterminio degli ebrei \2

L’ascesa al potere del Partito Nazionalsocialista (NSDAP) modificò profondamente il clima interno alla Deutsche Bank: gli impiegati erano uno dei ceti più colpiti dalla depressione economica e dal taglio dei salari, il che provocò in loro la paura di perdere la propria posizione sociale, accompagnata da un sentimento di ostilità verso le colleghe di sesso femminile, oltre che verso gli ebrei.

All’inizio del 1932, circa un decimo del personale era membro della NSDAP e dopo il gennaio 1933, quando Hitler venne eletto Cancelliere, il management dell’istituto di credito pensò che fare sempre più concessioni a questa componente politicizzata fosse il modo giusto per ingraziarsi i favori del nuovo governo.

Il 30 novembre 1933, il congresso generale della banca fu aperto da una parata degli impiegati membri delle SA, delle SS e delle associazioni paramilitari di estrema destra. L’orchestra della banca suonò “Deutschland, Deutschland über alles” e il preludio all’opera di Richard Wagner “Die MeisterSinger von Nürnberg” (I Maestri Cantori di Norimberga).

Un membro del cda, nel suo messaggio inaugurale disse che “il nuovo spirito dell’epoca aveva già permeato l’intera banca” e promise di creare nuovi posti di lavoro attraverso il licenziamento del personale di sesso femminile e di origine ebraica (solo nel 1933 si aprirono 324 “vuoti” nell’organico aziendale).

I dipendenti di origine ebraica, che si trattasse di personale subordinato o dirigenziale, furono rimossi con decisione dai loro posti, anche in seguito ad assalti fisici da parte di squadre di nazisti contro le filiali nei quali questi lavoravano. Improvvisamente la Germania era diventata una nazione di informatori, pronti a rivelare alla Gestapo ogni possibile dubbio o sospetto riguardo all’origine razziale e alle tendenze politiche dei loro vicini di casa o colleghi di lavoro.

Uno degli esponenti di alto livello della banca, Georg Solmssen, portavoce ufficiale dell’istituto, in una lettera indirizzata al Presidente del Consiglio dei Supervisori, il 6 aprile del 1933 scriveva: “L’esclusione degli ebrei dallo stato di servizio, ottenuta attraverso misure legislative, solleva la questione di quali conseguenze questa misura – che è stata accettata come evidente da parte della classe dirigente – porterà per il settore privato. Temo che siamo soltanto all’inizio di una consapevole e pianificata evoluzione, diretta all’indiscriminata distruzione morale ed economica di tutti i membri della razza ebraica che vivono in Germania. La totale passività di quelle classi non appartenenti al Partito NazionalSocialista, la manifesta mancanza di ogni sentimento di solidarietà da parte di tutti coloro che, nelle aziende interessate, hanno lavorato fianco a fianco con colleghi ebrei, la sempre più chiara prontezza ad approfittare dei posti rimasti vacanti e il silenzio tombale che accompagna l’ignominia e la vergogna irrimediabilmente inflitta a coloro che, benché innocenti, vedono le fondazioni del loro onore e e della loro rispettabilità minate da un giorno all’altro […] Ho la sensazione che […] anche io sarò scaricato appena arriverà dall’esterno il richiamo deciso ad includermi nella “campagna di pulizia”.”

Il giorno dopo che Solmssen aveva scritto la sua lettera, il governo promulgò la legge sul risanamento della funzione pubblica che ebbe l’effetto di cacciare circa  5.000 “non-ariani” dai loro posti di lavoro nella settore pubblico. Nel 1933 la popolazione di origine ebraica in Germania contava circa 600.000 persone, gran parte delle quali occupate nel settore privato. Licenziarli non era per niente facile perché non esisteva ancora una chiara definizione che aiutasse a distinguere un ebreo da un ariano: questa giunse solo nel 1935, con le famigerate leggi di Norimberga.

Oltre a ciò, esistevano dei vincoli legali che impedivano ai datori di lavoro di licenziare i propri dipendenti ebrei, che spesso erano tra i migliori. Per cui lo Stato, coadiuvato dalle banche, iniziò a esercitare delle pressioni fortissime su tutte quelle aziende che avevano membri di origine ebraica tra i dipendenti oppure tra il management. Le pressioni erano di vario genere e consistevano nel boicottaggio dei prodotti sul mercato interno, nelle restrizioni alla fornitura di materie prime oppure nella minaccia, da parte delle banche, di revocare l’apertura di credito fatta in precedenza al proprietario. Questa in particolare risultava particolarmente efficace perché, vista la perdurante crisi economica e l’aumento delle tasse imposto dal regime per finanziare il riarmo, molte imprese riuscivano a tirare avanti solo grazie al credito fatto dalle banche.

Per quanto riguarda le aziende possedute da ebrei, si arrivava anche alle minacce fisiche e alla deportazione in campo di concentramento. Nel 1932 in Germania c’erano circa 100.000 aziende di proprietà “non-ariana”; nel 1935 questa cifra era calata a un numero tra 75.000 e 80.000. Alla fine del 1937, i due terzi delle piccole imprese di proprietà di ebrei avevano già chiuso i battenti ed erano state rilevate a prezzi di svendita, di solito meno di un sesto del loro valore, da esponenti “ariani”, cioè membri o simpatizzanti del Partito NazionalSocialista.

I proprietari delle aziende più grandi, avendo più risorse a disposizione, riuscirono a resistere fino al 1938, ma già alla fine del 1936, 360 di essi erano stati costretti a svendere i loro beni a persone di origine “ariana”.

Va tenuto presente che in questa fase la cessione era ancora “volontaria”, cioè teoricamente dipendeva dalla libera volontà del proprietario. Solo dopo il 1938 l’arianizzazione divenne “coatta”, cioè imposta con la forza e con la violenza fisica dallo Stato.

La Deutsche Bank svolse un ruolo importante sia nella fase di “persuasione”, negando crediti ad aziende in difficoltà gestite da ebrei e ai loro clienti o fornitori, sia sforzandosi di trovare sul mercato dei possibili acquirenti disposti a rilevare l’impresa. Naturalmente, il gioco di sponda con le autorità naziste nel vessare le aziende “non-ariane” durava fino a quando il proprietario non si diceva disposto a svendere il suo bene a un prezzo largamente inferiore a quello di mercato. La banca guadagnava comunque dalla transazione perché, oltre a percepire una commissione sul prezzo di vendita, riusciva a entrare con dei suoi rappresentanti nel consiglio di amministrazione e finanziava la ristrutturazione dell’azienda con un corposo mutuo. E’ superfluo aggiungere che tale ristrutturazione prevedeva l’espulsione dal posto di lavoro di tutto il personale di origine ebraica, oltreché dei sindacalisti e, in generale, di tutti coloro che erano invisi al regime. (continua)

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