La Deutsche Bank e lo sterminio degli ebrei \1

Fondata nel 1870, pochi mesi prima dell’unificazione tedesca, grazie a una licenza concessa dallo stato prussiano, la Deutsche Bank venne concepita con l’intento patriottico di sfidare l’egemonia del mercato londinese nel finanziamento del commercio d’oltremare e, pertanto, di svincolare i mercanti tedeschi dalla dipendenza da Londra per quanto riguarda l’accesso al credito.

Nei primi anni della sua esistenza la banca berlinese conobbe un’espansione molto rapida, stabilendo nuove filiali a Londra, New York, Parigi, Shangai e Yokohama. Nel 1874 creò un’istituzione sorella per il mercato del Sud America: la Deutsch Ubersee Bank. Oltre a finanziare il commercio, l’istituto svolse importanti operazioni per conto del neonato governo tedesco quali, ad esempio, la vendita sul mercato asiatico di gran parte delle riserve d’argento della Prussia, nel momento in cui l’Impero Guglielmino si apprestava ad abbracciare il sistema valutario basato sull’oro, abbandonando definitivamente quello legato all’argento.

La Deutsche Bank contribuì fortemente allo sviluppo e al consolidamento della grande industria tedesca, specialmente nel settore elettrotecnico (uno dei soci fondatori era parente di Siemens, socio fondatore dell’omonima azienda), promuovendo un processo di concentrazione che, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, lasciò sul mercato solo due soggetti: la Siemens, per l’appunto, e l’AEG.

Agli inizi degli anni Trenta, la Deutsche Bank era la più grande banca tedesca, ma il suo potere economico era divenuto oggetto di aspre controversie: la crisi economica del 1929 aveva messo a rischio la liquidità dell’ istituto bancario il quale, per tutelarsi, era stato costretto a chiedere il rientro dei crediti concessi alle piccole e medie imprese, attirandosi così l’odio di molti piccoli imprenditori gettati sul lastrico dall’improvvisa restrizione creditizia.

Inoltre molti governi, per cercare di arginare le conseguenze della crisi, avevano messo in atto politiche protezionistiche, con l’effetto di far calare bruscamente il volume di scambi del commercio mondiale. Così il giro d’affari della Deutsche Bank era notevolmente diminuito, con la conseguenza che i dirigenti furono costretti a chiedere sussidi allo Stato per sopravvivere, rendendo l’istituto di credito succube del potere politico.

I nazisti nutrivano un particolare odio per le grandi banche come la Deutsche Bank, sia per ragioni ideologiche (erano contrari al libero mercato e convinti che le ragioni dell’economia dovessero essere subordinate alle necessità della “comunità nazionale”) sia per ragioni pratiche (molti affiliati al partito nazista provenivano dalle file di quella piccola borghesia rovinata dalle restrizioni creditizie degli anni successivi alla Grande Crisi) e quando giunsero al potere si impegnarono per incrementare la rete di controlli ereditata dai governi passati, al fine di estendere l’influenza governativa, e quindi del Partito Nazista, sulle banche e sulle loro dinamiche interne.

Nel 1934, l’anno successivo all’elezione di Hitler a Cancelliere, venne inaugurato un sistema generale di gestione pubblica del commercio, che prevedeva la regolamentazione del flusso delle materie prime verso le aziende e restrizioni al pagamento dei dividendi; dopo il 1936 fu introdotta la regolamentazione dei prezzi, che furono pertanto sottratti alle fluttuazioni del libero mercato.

Nel frattempo l’economia continuava a declinare: il volume dei crediti nel bilancio della Deutsche Bank scese dal 55,4 per cento nel 1932 al 35,4 per cento nel 1937. Nonostante una breve ripresa nel 1938, il mercato dei mutui bancari continuò ad andare male per tutta la durata della Seconda Guerra Mondiale. Inoltre, lo Stato nazista aveva un continuo bisogno di finanziamenti per poter estendere le proprie attività di controllo sull’economia e le grandi banche erano pertanto costrette, se volevano ricevere i sussidi essenziali alla propria sopravvivenza, a investire forti somme nell’acquisto di titoli pubblici emessi dal Ministero del Tesoro. Per non parlare del fatto che, a partire dal 1936, lo sforzo per il riarmo generale in previsione della guerra indusse i vertici del governo a esercitare ulteriori pressioni sugli istituti di credito per ottenere altri finanziamenti attraverso l’acquisto di buoni del Tesoro.

Nonostante ciò, se osserviamo il grafico che raffigura l’andamento del bilancio patrimoniale della Deutsche Bank, notiamo che, a partire dal 1938, il volume degli affari inizia a salire costantemente per poi impennarsi addirittura negli ultimi tre-quattro anni del conflitto bellico. Che cosa ha provocato questa improvvisa ascesa del volume d’affari della Deutsche Bank negli anni che vanno dal 1938 al 1945? La risposta è semplice e brutale allo stesso tempo: messa alle strette dalla crisi economica e dalle richieste dello Stato di finanziare il riarmo dell’economia tedesca, i dirigenti dell’istituto berlinese scelsero di percorrere l’unica strada che avrebbe consentito loro di sopravvivere all’ostilità dei vertici del Partito Nazista, cioè partecipare attivamente al saccheggio e alla spoliazione dei beni della popolazione ebraica, in Germania prima e nei territori occupati dalle armate del Terzo Reich, dopo, collaborando con la Gestapo e le SS nella persecuzione e nello sterminio degli ebrei attraverso la creazione dei campi di concentramento, il più grande dei quali, quello di Auschwitz, fu finanziato con un mutuo proprio dalla Deutsche Bank. (continua)

This entry was posted in Armi, Economia, Psicanalisi, Storia and tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , . Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *