La regola del silenzio

Un film che vorrebbe spiegare ai giovani che cos’è stata la politica per la generazione degli anni settanta: questo è “La regola del silenzio”, ultima fatica di un attempato ma vitale Robert Redford. Il problema è che i giovani difficilmente lo andranno a vedere (in sala si notavano solo over 50) ed è un peccato perché il tema trattato nel film, il significato dell’esistenza umana in rapporto all’impegno nella sfera pubblica, non ha confini temporali e può suscitare interrogativi e discussioni anche nella società di oggi.

“La regola del silenzio” è un thiller pieno di azione e di colpi di scena, arricchito da una splendida fotografia, con una trama che fa emergere in maniera drammatica le contraddizioni, i rimpianti e i risentimenti dei protagonisti di una stagione politica troppo intensa per essere accantonata semplicemente rintanandosi nel confortevole anonimato della vita privata. Di questa verità fa le spese l’avvocato Jim Grant (Robert Redford), padre single con una figlia che potrebbe essere tranquillamente sua nipote, vista la distanza anagrafica che intercorre fra i due, il quale una mattina scopre che Sharon Solarz (Susan Sarandon), assieme alla quale militava nella formazione dei Weather Underground, è stata arrestata dall’Fbi mentre si recava a costituirsi per l’omicidio di una guardia giurata, avvenuto nel corso di una rapina negli anni settanta.

I componenti del commando sono riusciti a sfuggire alla giustizia per oltre trent’anni, abbandonando l’attività terroristica e assumendo nuove identità, ma un giovane giornalista locale, Ben Shepard, impersonato da Shia LeBeouf, comprende subito che l’arresto di Solarz\Sarandon gli offre la possibilità di fare lo scoop della sua vita e si mette sulle loro tracce, attratto magneticamente da una dimensione della quale ha sempre ignorato l’esistenza: la verità senza compromessi e senza mediazioni, l’affermazione titanica del proprio io fuori dai limiti ristretti della morale convenzionale e dalle regole della società. Shepard\LeBeouf inizia così a rovistare ossessivamente nelle vite private degli ormai anziani reduci del Movimento contro la guerra in Vietnam, i quali pare che non riescano a fare a meno di fornirgli, anche involontariamente, preziose informazioni.

Il colloquio in carcere tra la Solarz\Sarandon in manette e Shepard\LeBeouf, sotto gli occhi degli esterrefatti agenti dell’Fbi, è uno dei momenti più intensi di tutto il film: in quegli attimi è chiaro che, agli occhi del giornalista, la scelta di vita fatta dalla terrorista emana una sorta di magia irrefrenabile, una purezza che sembra scavalcare e travolgere i limiti del buon senso e della ragione, pur nella logica sconclusionata tipica degli ex terroristi (“abbiamo sbagliato, ma avevamo ragione”).

Grant\Redford, intanto, più preoccupato di preservare la felicità che si è costruito che di difendere le ragioni del proprio impegno politico di un tempo, decide di affidare la figlia\nipote al fratello e di entrare in clandestinità, chiedendo aiuto ai vecchi compagni del Movimento. Inizia così una corsa a ritroso verso i luoghi e le persone che hanno accompagnato la giovinezza inquieta e sovversiva dell’avvocato, sempre inseguito dagli agenti dell’Fbi e da Shepard\Lebeouf, in un susseguirsi mozzafiato di arresti, fughe, intercettazioni fuori da ogni regola e incontri all’insegna della nostalgia, in preda al timore di venire risucchiati da un passato ormai lontano, ma sempre, drammaticamente vivo.

Ritratto romantico e, forse, eccessivamente indulgente di una generazione, che il regista vuole concludere con l’affermazione dei sentimenti e degli affetti personali sull’aridità delle astrazioni teoriche e intellettuali, quasi a voler chiudere la porta a qualsiasi spiegazione approfondita sui perché di scelte tanto radicali e tanto distruttive. Alla fine, tutto il film lascia trapelare il desiderio di voltare le spalle non solo all’impegno civile, ma anche a qualsiasi legame con la sfera pubblica, come se la dimensione degli affetti privati potesse colmare il bisogno di senso che ogni individuo, uomo o donna, si porta dietro. Un’asserzione quasi ideologica, che fa risaltare vistosamente una delle grandi lacune del film: in tanta celebrazione dei sentimenti, degli affetti e della comprensione umana non viene dedicata neppure una parola alla guardia giurata uccisa durante la rapina alla banca, della quale non si viene a sapere nemmeno il nome. Come se fosse una figurina, invece che una persona in carne e ossa. Forse è un dato casuale, ma questo è esattamente il modo in cui i terroristi vedevano le loro vittime, attraverso le lenti deformate dell’ideologia.

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