Una storia italiana, ma non solo \4

Con la fine del comunismo in Unione Sovietica crolla un intero mondo che, per quarant’anni, grazie all’alleanza tra le forze del laburismo inglese, della sociologia della scuola di Francoforte, delle correnti del cattolicesimo sociale e dei paesi comunisti, ha tenuto in scacco l’economia dei paesi occidentali, mantenendola nel binario più favorevole ad esse, quello costituito dalla grande industria sovvenzionata dallo stato, con il sostegno delle organizzazioni sindacali. Questo modello ha funzionato per oltre quarant’anni e ha garantito all’Occidente la democrazia, la pace e lo sviluppo economico, dopo la tragedia delle due guerre mondiali e dell’olocausto. Il modello però aveva un tarlo, un convitato di pietra costituito dalle forze economiche di estrema destra che, pur sconfitte, erano riuscite a inserirsi nel sistema grazie al ruolo svolto dai mediatori del commercio di armi, di cui l’Unione Sovietica aveva bisogno sia per importare tecnologia militare che per esportarla. Alla fine della Guerra Fredda, quando le potenze vincitrici hanno voluto creare un nuovo tipo di economia, fondata sul rilancio degli scambi commerciali e sull’indebolimento delle tutele sindacali, le forze di estrema destra hanno ottenuto carta bianca per riorganizzare l’intera produzione di armamenti mondiale, perché questa era la base per avviare un nuovo processo di concentrazione del capitale, svincolato dai vecchi equilibri. La tragedia di interi popoli, dalla Jugoslavia alla Somalia al Ruanda, è stato il premio ottenuto non, come la retorica post-guerra fredda ha voluto far credere, per aver combattuto il comunismo ma, al contrario, per aver diligentemente collaborato al mantenimento delle buone relazioni tra Oriente e Occidente, rimanendo in posizione defilata ancorché essenziale per l’economia mondiale.

Una puntata della trasmissione Report, condotta da Milena Gabanelli, dal titolo “Le vie delle armi non sono infinite”, del 3/11/1999, prende spunto dal sequestro, avvenuto nel porto di Ancona, di un grosso carico di armi stipato in un camion della Caritas. Nella trasmissione, infarcita di interviste a ex dirigenti dei servizi segreti e a giovani generali dall’accento marcatamente piemontese, si afferma che negli anni novanta il Monte dei Paschi di Siena ha svolto un’intensa attività di mediazione del traffico di armi. Il nocciolo della trasmissione è che alla banca toscana sia stato imposto una sorta di contrappasso per vendicarsi delle passate collaborazioni con i regimi comunisti. Può darsi che ciò sia vero; resta il fatto che il tempismo della puntata di Report in questione è impressionante: il 3 novembre del 1999 non solo era già finita la guerra civile in Jugoslavia, con relativo scannatoio, ma Milosevic aveva anche accettato la proposta di armistizio da parte della diplomazia internazionale sul Kosovo, dietro la garanzia che l’indipendenza della regione non sarebbe stata una delle condizioni necessarie per la pace.

Qualche anno prima un’altra giornalista, Ilaria Alpi, dotata di meno tempismo della Gabanelli, venne uccisa in Somalia assieme al suo operatore, Miran Hrovatin, per essere andata a mettere il naso in un traffico di armi nel quale erano coinvolti, in maniera poco limpida, anche l’esercito e i servizi segreti italiani.

Da segnalare il commento finale con cui la Gabanelli chiude la trasmissione: “le industrie degli armamenti servono a garantire l’autonomia di un paese. Queste industrie costano e si mantengono anche con l’esportazione delle armi oppure le manteniamo noi con le nostre tasse. Ma questa ipotesi sicuramente, non piace. Allora, quando vediamo gente che soffre, conflitti in giro per il mondo, preferiamo indignarci e ogni tanto, magari, fare un po’ di beneficenza.”

Oppure, aggiungo io, condurre trasmissioni televisive di denuncia con la collaborazione di soggetti di dubbia reputazione e provenienza, considerato che i servizi segreti italiani non hanno mai odorato di bucato e l’esercito è coinvolto a pieno titolo nella produzione di quel materiale bellico che ha provocato sofferenze immani a milioni di persone innocenti in giro per il mondo. La  Jugoslavia produceva ed esportava armi, ma ciò non è servito a garantirne l’autonomia. Al contrario, ne ha garantito solo l’autodistruzione, e al momento opportuno per favorire la riorganizzazione dell’industria degli armamenti italiana e mondiale.

E’ vero: le vie delle armi non sono infinite. Speriamo solo che, per quanto riguarda il nostro paese, non si arrestino nelle aule del Tribunale per i Crimini di Guerra nella ex-Jugoslavia. ( fine )

Gianna Nannini – Un giorno disumano

 

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