Avere vent’anni – Storia di un collettivo studentesco

Resoconto a più mani, a tratti spumeggiante e a tratti malinconico, di un periodo storico che mi sta particolarmente a cuore. Enrico Franceschini è un giornalista di Repubblica che nel 1977 frequentava la facoltà di Giurisprudenza, a Bologna. In quegli anni di grande fermento politico, la vita universitaria è particolarmente movimentata e alcuni studenti di Legge decidono di dare vita ad un collettivo studentesco con l’obiettivo di promuovere un approccio diverso allo studio del sapere accademico. In realtà si studia poco, e più che altro in gruppo, e ci si diverte molto: tra occupazioni, amori, partite a tressette, spaghettate notturne, discussioni interminabili seduti sugli scalini della cattedrale di San Petronio, manifestazioni, slogan, spinelli, vacanze alternative e grandi raduni, il tempo dell’università trascorre in fretta e diventa una grandiosa occasione di maturazione collettiva, finalmente liberi dai confini angusti dei luoghi di provenienza, che per alcuni significa una realtà contadina ancora immersa nella ripetitività della sussistenza economica e per altri un clima familiare magari più moderno, ma ancorato a schemi di comportamento ormai logori e invecchiati.
Per tutti quanti, l’impatto con Bologna ha il sapore della scoperta di tanti mondi di cui non si sospettava neppure l’esistenza: ragazzi e ragazze provenienti da ogni parte d’Italia si rendono conto all’improvviso di non essere così distanti tra loro, di nutrire gli stessi sogni e le stesse preoccupazioni. Per i protagonisti di questo libro collettivo l’esperienza universitaria rappresenta una svolta a livello esistenziale, la realizzazione concreta di un vissuto quotidiano che è prima di tutto rivoluzione dei rapporti inter-personali, felicità di esistere e di partecipare ai cambiamenti esprimendo una carica di ironia trasgressiva e liberatoria.
La Bologna di allora mal digerì le manifestazioni contestatarie di quel Movimento, dalle auto riduzioni nei cinema e nei ristoranti fino alle barricate in piazza contro i blindati della Polizia, e nel breve volgere di qualche mese gli studenti, protagonisti dell’assalto al cielo, si trovarono sbattuti a terra, stretti nella morsa della repressione militar-poliziesca e delle lusinghe degli spacciatori che all’improvviso fecero la loro lugubre comparsa a Piazza Verdi e dintorni. I quaranta che hanno accettato di partecipare alla redazione del libro sono tra coloro che hanno avuto la forza, il coraggio o la fortuna di non lasciarsi tentare né dal sogno folle del “grande salto” verso la lotta armata, né di sprofondare nel circolo autodistruttivo del consumo di eroina, riuscendo a inserirsi, spesso brillantemente, nel mondo del lavoro ( trent’anni fa la laurea contava ancora qualcosa ), pur con il loro bagaglio di nostalgia e amarezza per essere stati privati di una stagione tanto breve e felice.
Le brevi note autobiografiche raccolte da Franceschini, tutte diverse tra loro anche se incentrate sugli stessi temi, l’amore e la felicità, testimoniano di un universo umano che, pur avendo vissuto la disillusione e la fine degli ideali giovanili, è stato comunque in grado di costruirsi un’esistenza serena e ricca di soddisfazioni, sia sul piano personale che su quello professionale. L’unico appunto che si può muovere a coloro che hanno accettato di raccontarsi è l’eccesso autocritico che in taluni casi sfiora l’autoflagellazione: è vero che il comunismo è finito come è finito, ma alcune conquiste di civiltà di cui ancora oggi andiamo fieri, come la legge 194 sull’interruzione di gravidanza, sono frutto delle lotte e dell’impegno di quella generazione, il cui slancio, come testimonia il resoconto più lungo e più amaro della raccolta, è stato stroncato precocemente dal furore di certi magistrati che, nel loro accanimento repressivo, non hanno fatto nulla per distinguere le mele marce da quelle sane.
Il libro merita di essere letto perché fornisce uno sguardo “diverso” su quegli anni: innanzitutto per la cultura giuridica di cui sono permeati i quaranta narratori, che deve aver contribuito notevolmente a temperare gli eccessi ideologici di cui gli anni settanta sono stati pieni; poi per lo spiccato buonsenso che, anche nel clima di radicalismo politico, li ha tenuti lontani dalla violenza e, in seguito, sembra avere guidato le loro scelte di vita.

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