La caccia \3

Il 12 luglio 2001, le autorità svizzere catturano un ex cappellano dell’esercito ruandese, Emmanuel Rukundo, un sacerdote cattolico accusato di aver preso parte agli eccidi di tutsi a Kabagayi. Quattro le incriminazioni a suo carico: genocidio, complicità nel genocidio, omicidio e sterminio. E’ il primo esponente della Chiesa cattolica che il Tribunale per il Ruanda prende in custodia. Contemporaneamente, in Belgio la polizia arresta un ex ministro delle Finanze ruandese, Emmanuel Ndindabahizi, con imputazioni di genocidio, incitazione al genocidio, crimini contro l’umanità e omicidio. Infine a Leida, in Olanda, viene arrestato Simon Bikindi, un musicista molto popolare in Ruanda che viene accusato di aver partecipato all’organizzazione di gruppi della milizia.
Lo stesso giorno era in programma anche l’arresto di Athanase Seromba, il prete cattolico che aveva aiutato le milizie Hutu a massacrare circa duemila Tutsi, uomini, donne e bambini che si erano rifugiati nella sua chiesa, sbarrando il portone d’ingresso e indicando ai massacratori il punto, nelle pareti della chiesa, più facile da abbattere. Dopo l’eccidio il sacerdote è fuggito in Italia attraverso il vicino Congo grazie ad una rete di suore e di preti che lo hanno aiutato ad ottenere un incarico come viceparroco a Firenze e, nel 2000, presso la frazione di San Mauro a Signa, dove Seromba celebra persino la messa. Carla Del Ponte firma la sua incriminazione l’8 giugno del 2001, ma il governo italiano si rifiuta di eseguire il mandato, sostenendo di non disporre dell’autorità necessaria. La Del Ponte allora esercita delle pressioni sul Vaticano che, a quanto pare, si è già adoperato per trovare un nascondiglio sicuro al parroco, dopo che questi, durante un sermone domenicale, aveva confessato ai suoi parrocchiani esterrefatti di essere ricercato dal Tribunale Internazionale.
A metà giugno del 2001 un tribunale belga condanna due suore ruandesi, suor Julienne Kisito e suor Gertrude Mukangango, a dodici e quindici anni di carcere rispettivamente per avere svelato agli squadroni della morte ruandesi i luoghi nei quali si erano rifugiati migliaia di civili tutsi. Inoltre, testimoni affermano che le due suore hanno procurato ai massacratori persino le taniche di benzina necessarie per appiccare il fuoco all’edificio nel quale si erano riparati i civili in fuga. L’allora portavoce del Vaticano, Joaquìn Navarro-Valls, dichiara:” La Santa Sede non può che esprimere una certa sorpresa nel vedere riversare su poche persone le gravi responsabilità di numerosi uomini e gruppi, anch’essi coinvolti nel tremendo genocidio compiutosi nel cuore dell’Africa”.
La Del Ponte non molla e chiede un incontro con le autorità ecclesiastiche per convincere Seromba a costituirsi. Seraficamente, il rappresentante della Santa Sede dice che Seromba sta facendo un buon lavoro a San Mauro a Signa e che la Chiesa non farà niente, perché l’arresto del sacerdote riguarda le autorità civili. Così il magistrato svizzero chiede un colloquio all’allora primo ministro Silvio Berlusconi, il quale promette di emanare un decreto esecutivo se nel giro di qualche mese la faccenda non si risolverà in modo diverso e, per non farsi mancare nulla, approfitta dell’occasione per perorare la sua causa nei confronti dei giudici “rossi” della Procura di Milano, che lo perseguitano inventandosi reati che lui “non ha commesso” perché sono “comunisti e in malafede”.
La Del Ponte rientra in Svizzera e, dopo qualche mese, Athanase Seromba finalmente si costituisce mettendo fine alla sua latitanza. La diocesi di Firenze emette un comunicato in cui afferma che Seromba è venuto a conoscenza delle “gravi accuse che gli vengono mosse solo tramite la stampa” e che lui stesso è interessato a che venga fatta luce sulle stesse. Seromba verrà condannato a 15 anni di detenzione per i reati di genocidio e sterminio.
Carla Del Ponte tornerà in Vaticano nella primavera del 2005, per incontrare Giovanni Lajolo, il ministro degli  esteri della Santa Sede. Il motivo, questa volta non riguarda il Ruanda, ma la ex-Jugoslavia: un generale croato, Ante Gotovina, è ritenuto responsabile di aver comandato eccidi di civili serbi nella regione della Krajina, nel corso dell’operazione Tempesta, lanciata dall’esercito croato nell’estate del 2005. Il Tribunale Internazionale sospetta che il generale, un reduce della Legione Straniera, si nasconda in Croazia sfruttando la rete di monasteri francescani distribuiti sul territorio che gli consentono di sfuggire alle maglie della polizia internazionale passando da uno all’altro. La conversazione tra la Del Ponte e Monsignor Lajolo, parzialmente riportata nel libro del magistrato, ha un tono tragicomico: la prima dichiarazione di Lajolo, “il Vaticano non è uno stato, pertanto non può fare nulla”, lascia letteralmente sbigottito il magistrato svizzero il quale, sapendo bene che il Vaticano, oltre a essere uno stato, possiede un ottimo servizio di intelligence, chiede al prelato di effettuare un’indagine per scoprire se Gotovica si nasconda veramente in un monastero in Croazia. Monsignor Lajolo la prende molto male: si alza bruscamente e se ne va, senza dire nulla. La Del Ponte e il suo accompagnatore rimarranno seduti, soli e in silenzio, per diversi minuti, nell’ampia sala, circondati solo da crocifissi, reliquie, statue e dai soffitti affrescati da Raffaello e Michelangelo. ( continua )

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