La caccia \2

“Cercavo di spezzare il pesante, muto, incantesimo di quella terra selvaggia che sembrava attirarlo al suo petto impietoso risvegliando dimenticati istinti brutali, ricordando mostruose e appagate passioni. Solo questo, ero convinto, l’aveva portato al limite della foresta, verso la boscaglia, verso il bagliore dei falò, il palpito dei tamburi, la cantilena di misteriosi incantesimi. Solo questo aveva allettato la sua anima senza legge oltre i confini delle legittime aspirazioni.” Così, nel romanzo Cuore di Tenebra, Joseph Conrad descrive l’incontro tra Marlow, il narratore, con Kurtz, l’uomo che ha saputo evocare i demoni della foresta del Congo, risvegliando gli istinti brutali degli indigeni che lo adorano come se fosse una divinità nonostante lui li atterrisca, li sevizi e li torturi senza pietà. Loro lo amano e lui li odia alla follia, ma non riesce a staccarsene e il legame di potere incondizionato che si è instaurato tra Kurtz e gli indigeni nel folto della giungla assume sempre di più i caratteri dell’autodistruzione e del dissolvimento morale.

Chi è il Kurtz della guerra civile che ha dilaniato il Ruanda? Chi è colui che ha saputo evocare i demoni della giungla per scatenare un vortice di distruzione e di morte? Sono tanti, spesso sono giovani e fanno parte dell’establishment locale, perché sono istruiti e hanno avuto la possibilità di studiare all’estero, in Francia, in Canada o in Unione Sovietica. Uno di questi è italiano, anche se è nato in Belgio: si chiama George Ruggiu e lavora per una radio locale, la Radio Libera delle Mille Colline. Come altri presentatori e dj della Radio, quando scoppia la guerra incita all’odio e alla violenza contro l’etnia dei Tutsi, li chiama “scarafaggi” ed esorta le milizie Hutu a sterminarli senza pietà, perché le fosse “aspettano di essere riempite”. Ruggiu si è dichiarato colpevole del reato di incitazione al genocidio e nel 2000 è stato condannato a 12 anni di carcere che lui ha scelto di scontare, guarda un po’, in Italia. Nel 2009, però, le autorità giudiziarie del Belpaese hanno deciso di lasciarlo libero in anticipo sulla fine della pena, nonostante questo atto comporti una violazione dello statuto del Tribunale Internazionale per i Crimini nel Ruanda.
Ma la vera sorpresa, quando si scorrono gli atti dei processi, arriva constatando quanti religiosi sono stati coinvolti nei massacri. Si direbbe che il clima subtropicale abbia fatto esplodere i neuroni a tutti i prelati presenti in Ruanda dall’aprile al luglio del 1994. Un prete cattolico di nome Athanase Seromba prima invita circa duemila Tutsi a ripararsi nella sua chiesa per sfuggire alle milizie Hutu, poi sbarra il portone d’ingresso e indica al capo della milizia il punto esatto nelle mura che può essere sfondato più facilmente. I massacratori lanciano una ruspa a tutta velocità contro la parete, nella posizione precisa indicata dal prete, la abbattono, entrano nell’edificio e uccidono tutti i civili che vi sono rintanati. Seromba fugge dal Ruanda attraverso il Congo e si rifugia anche lui in Italia, in Toscana, presso la parrocchia dell’Immacolata di San Martino in Montughi, vicino a Firenze. Sotto le pressioni di Carla Del Ponte il prete viene estradato dall’Italia e processato ad Arusha, in Tanzania, dove ha sede il Tribunale Internazionale e dove Seromba viene condannato a 15 anni di carcere per genocidio e crimini contro l’umanità. Nel 2008, nel processo di appello, la condanna sarà commutata in ergastolo, che il prete sta scontando in un carcere del Benin.
Ancora preti: Wenceslas Munyeshyaka si renderà colpevole di consegnare ai massacratori Hutu centinaia di suoi parrocchiani che di lui si fidano ciecamente, conducendoli al macello come tanti agnellini belanti. Anch’egli è stato condannato in contumacia all’ergastolo dal Tribunale Militare Ruandese. Emmanuel Rukundo è stato condannato per genocidio e crimini contro l’umanità, dopo avere partecipato agli stupri di gruppo delle donne Tutsi che si erano rifugiate all’interno della sua chiesa.
E salendo ai piani alti la musica non cambia: Vincent Nsengiyumva, arcivescovo di Kigali, la capitale del paese, ha presieduto il Comitato Centrale del principale partito al governo (!) per 14 anni, prima che il Vaticano, nel 1990, lo richiamasse ufficialmente ad una maggiore disciplina. Appartenente all’etnia Hutu e amico personale del presidente Habyarimana, il cui omicidio scatenò la guerra civile, incolpò pubblicamente i Tutsi di avere scatenato il genocidio, che lui invece definì un “mezzo per garantire il governo democratico della maggioranza”. All’età di 58 anni, Nsengiyuma venne ucciso, assieme ad altri due vescovi e a tredici preti, da alcuni ribelli Tutsi che lo credevano responsabile del massacro delle rispettive famiglie.
Un altro vescovo, Augustin Misago, venne arrestato nell’aprile del 1999 e liberato l’anno successivo da un tribunale ruandese che lo giudicò non colpevole. Misago tornò alla sua diocesi, ma qui tutti i preti di origine Tutsi preferìrono trasferirsi alla diocesi vicina per protesta nei suoi confronti. Tra l’altro, Misago è stato pubblicamente accusato di non aver aiutato un missionario inseguito e ucciso dalle milizie Hutu perché aveva prestato soccorso ad alcuni profughi.
Infine, ancora un vescovo è complice di uno dei peggiori massacri della guerra civile, quello della scuola tecnica di Murambi. I Tutsi della regione, infatti, si erano rifugiati nella chiesa locale, ma il vescovo, assieme al sindaco della città, li spinse in trappola convincendoli a trasferirsi nell’edificio che ospitava la scuola tecnica, con la promessa che sarebbero stati difesi da truppe francesi. Il 16 aprile del 1994, nella scuola avevano trovato rifugio ben 65.000 Tutsi. A quel punto fu tolta l’acqua e l’elettricità; i profughi, senza neppure il cibo per nutrirsi, si difesero disperatamente per alcuni giorni a colpi di pietre, prima di soccombere alle milizie Hutu, che ne massacrarono 45.000 senza che i soldati francesi si facessero vedere. I sopravvissuti cercarono di rifugiarsi in una chiesa nelle vicinanze, dove furono aggrediti e uccisi. In seguito i soldati francesi intervennero, ma per scavare un’enorme fossa comune e costruirci sopra un campo di pallavolo, al fine di occultare la presenza dei cadaveri. Oggi l’edificio scolastico è stato trasformato in un Museo del Genocidio che ospita i teschi e i corpi mummificati di alcune migliaia di vittime di quella strage. ( continua )

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