La caccia \1

“Nel silenzio del cortile, guardavo i teschi di queste persone, centinaia, sistemati ordinatamente su tavoli improvvisati, caldi nel sole del mezzogiorno. File di crani senza mandibole, teschi di adulti, teschi di bambini, teschi con denti mancanti, teschi con denti di latte, teschi intatti, teschi fracassati e sfondati dall’impatto di machete e bastoni. Li studiavo, e questi memento mori, questo penetrante richiamo alla mortalità di ognuno risvegliava in me una sorta di coraggio e determinazione. Non era una scena raccapricciante. Non era rivoltante, almeno non a livello consapevole. Era una scena che metteva tristezza. Alcune di quelle reliquie sembrava volessero parlare.”
Così il magistrato Carla Del Ponte, nel suo libro La Caccia, edito da Feltrinelli, rievoca il sopralluogo alla chiesa di Ntarama, in Ruanda, dove, nel pomeriggio del 14 aprile 1994, i miliziani Hutu massacrarono a colpi di fucili, machete e mazze chiodate una folla composta di famiglie Tutsi che aveva cercato rifugio dentro la chiesa. Nel 1994 frequentavo la facoltà di Storia Contemporanea e il Ruanda non lo avevo mai sentito nominare, come la Bosnia peraltro. Ma queste due regioni, all’improvviso, balzarono agli onori della cronaca per gli orrori che quotidianamente i televisori riversavano all’interno delle nostre case quiete  e confortevoli.
Il Ruanda ha una storia decisamente meno complessa della Bosnia: è uno stato immerso nel verde lussureggiante e un po’ tetro che caratterizza le regioni dell’Africa Subsahariana, una zona cuscinetto tra la Tanzania e il Congo, istituita nel 1962, quando il Belgio decise di concedere l’indipendenza a questa regione, semi sconosciuta al resto del mondo e dilaniata dalle lotte tribali tra le due etnie che compongono la popolazione, i Tutsi e gli Hutu. Già l’anno successivo all’indipendenza le faide, gli scontri e le lotte tra i due gruppi etnici che si contendevano il potere minacciò di sprofondare il paese nella guerra civile.
A prima vista, il Ruanda non sembra possedere nulla che possa attrarre gli appetiti famelici delle potenze straniere: la massima celebrità locale sono i gorilla di montagna, resi famosi dalla naturalista americana Dian Fossey, la quale dedicò l’intera esistenza allo studio di questa specie e venne uccisa nel 1986 all’interno della baracca-abitazione nella quale risiedeva. Alcuni allora sospettarono che dietro l’omicidio ci fosse la mano del governo locale, intenzionato a rimuovere i vincoli ambientali che gravavano sul Parco del Virunga, al confine con il Congo, per sfruttare la presenza dei gorilla di montagna come attrattiva turistica di richiamo internazionale.
Francamente, la promozione dell’economia turistica non mi è mai sembrato un valido motivo per spingere un intero popolo a massacrarsi in una delle più cruente guerre civili che la storia abbia mai conosciuto: dal 6 aprile alla metà di luglio del 1994 vennero massacrate a colpi di machete e di bastoni chiodati tra le 800.000 e un milione di persone. Il mio pensiero, in tutti questi anni, è stato che il Ruanda possedesse un valore di qualche tipo, economico o strategico, talmente elevato da spingere le grandi potenze, Stati Uniti e Gran Bretagna in testa, a fomentare gli odi inter-etnici per spingerlo nel caos e favorire l’ascesa al potere di uomini più accondiscendenti ai loro progetti di coloro che erano stati al governo nei decenni successivi all’indipendenza del paese. 
Mi sono sempre chiesto quale potesse essere questo interesse e quale legame ci fosse con l’altro genocidio in corso, quello bosniaco, perché la concomitanza temporale mi è sempre apparsa sospetta.
Il libro della Del Ponte chiarisce, indirettamente e tra le righe, tutti i perché di quelle due sanguinossime guerre civili che hanno funestato l’ultimo decennio del secolo scorso. E’ una sorta di resoconto, lunghissimo e molto dettagliato, dell’attività svolta dal magistrato svizzero negli anni in cui ha presieduto i due Tribunali Speciali istituiti dalle Nazioni Unite per giudicare i crimini commessi in Jugoslavia e in Ruanda.
Mentre il Tribunale per la Jugoslavia ha registrato un relativo successo, incriminando 161 individui di tutte le fazioni per crimini di guerra, il Tribunale per il Ruanda non è riuscito a spezzare il muro di omertà eretto dai paesi del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, soprattutto da Stati Uniti e Gran Bretagna, a difesa del governo ruandese uscito vincitore dalla guerra civile e dal suo principale puntello, il Fronte Patriottico Ruandese ( Fpr ). (continua)

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