In a place called hope

Nell’ormai lontano 1993 ebbi modo di trascorrere il Natale lontano da casa, nell’Arkansas patria dell’allora Presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, ospitato molto gentilmente da alcune famiglie di imprenditori locali simpatizzanti del Partito Democratico e orgogliosissimi di vedere il loro “Bill” finalmente insediato alla Casa Bianca.
Lo slogan con il quale Bill Clinton aveva condotto la campagna elettorale, nel 1992, era stato “I still believe in a place called Hope”, dove Hope, che in inglese significa speranza, è anche il nome della cittadina, situata a pochi chilometri della capitale Little Rock, in cui Clinton è nato e cresciuto. Tra l’altro, i miei gentilissimi anfitrioni avevano programmato di portare me e gli altri ospiti, anch’essi studenti, a fare una gita proprio a Hope, che all’epoca era conosciuta solo per la presenza di alcune sorgenti d’acqua dalle proprietà curative, ma la gita andò a monte a causa di un litigio scoppiato tra me e uno studente tedesco di ingegneria il quale, ogni volta che io aprivo bocca, mi apostrofava violentemente con l’epiteto di “italiano mafia”, ripetuto a macchinetta per farmi saltare i nervi. I simpatici americani, non abituati probabilmente a quel genere di scontrosità tanto esasperata, preferirono soprassedere sulla gita a Hope e dividere il gruppo in modo che io e l’ingegnere tedesco non venissimo più a contatto.
Quando si dice il destino: oggi ho scoperto che già all’epoca, la cittadina di Hope era sede dell’American Mineral Field, un’azienda mineraria che nel 1993 compariva a malapena sull’elenco del telefono, ma che quattro anni più tardi, nel 1997, al termine della prima sanguinosa guerra civile in Congo, otterrà dal neo presidente Kabila la concessione per lo sfruttamento delle aree nella parte sud-orientale del paese, ricchissime di diamanti e di altri minerali preziosi, bruciando sul tempo le multinazionali del settore diamantifero, tra cui la sudafricana DeBeers. Naturalmente, Bill Clinton ha sempre negato di avere avuto qualsiasi ruolo nel gigantesco affare, nonostante il principale azionista dell’American Mineral Field, Jean Boulle, avesse iniziato la sua attività in Arkansas proprio grazie all’intervento di Bill, che da governatore dello stato gli concesse la possibilità di trivellare, alla ricerca di diamanti, un’area fortemente vincolata dal punto di vista ecologico.
La speranza di Jean Boulle di guadagnare un sacco di soldi e diventare ricco sfondato si è quindi avverata. Che cosa c’entra tutto questo con il Natale alle porte? C’entra perché quest’anno mi sento di rivolgere a tutti coloro che mi leggono, e anche agli altri, l’augurio di passare un Natale sereno e libero dalla cortina fumogena di stronzate che negli ultimi anni ci hanno impedito di vedere ciò che accadeva veramente nel mondo. E che venga data finalmente anche ai Dannati della Terra la possibilità di far sentire la loro voce, dopo che per tanti anni hanno contribuito, con il loro sacrificio e le loro sofferenze, a rendere opulente le nostre esistenze.
Buon Natale a tutti.

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