I nipoti di Quisling e il fondo pensionistico norvegese /1

Questa, come direbbe Carlo Lucarelli, è una brutta storia, di quelle che fanno vergognare e che mettono anche un po’ paura.
Il Fondo Pensionistico Norvegese venne creato nel 1990 per reinvestire sul mercato mondiale i proventi dell’estrazione di petrolio e gas dai giacimenti del Mare del Nord. Il Fondo venne messo sotto la direzione della Banca Centrale Norvegese e del Ministero delle Finanze.
Nello stesso periodo, in Birmania, la Total e la Chevron davano inizio ai lavori di costruzione dei gasdotti Yadana e Yetagun, destinati a convogliare verso la Thailandia il gas estratto dal Mar delle Andamane. A tutt’oggi, il Fondo Pensionistico Norvegese ha investito in quest’iniziativa circa 3,7 miliardi di dollari.
In Birmania vige una dittatura militare nota in tutto il mondo per la sua brutalità, tanto da essere stata riconosciuta colpevole delle seguenti violazioni dei diritti umani:
– uso dello stupro come arma di guerra contro le donne e i bambini di etnie diverse dal gruppo nazionale birmano che detiene il potere
– utilizzo diffuso del lavoro forzato per la costruzione di infrastrutture
– persecuzione di oltre 1350 prigionieri politici, molti dei quali vengono abitualmente torturati
– l’aver costretto tra 600 mila ed 1 milione di persone ad abbandonare le loro terre e a fuggire all’estero, principalmente in Thailandia
– investimento di circa la metà del bilancio statale in spese militari, mentre solo tra il 2 e il 4% viene speso in sanità, con la conseguenza che il il 10% dei bambini muore prima del compimento dei 5 anni

La costruzione dei gasdotti Yadana e Yetagun non ha fatto eccezione a questo funesto record. Nel 1991, l’intera regione che doveva essere attraversata dai gasdotti venne militarizzata con l’invio sul posto di 16 battaglioni dell’esercito. Migliaia di famiglie di contadini che vivevano nella zona vennero sfollate, villaggi interi furono evacuati con la forza per consentire ai tecnici delle compagnie petrolifere di tracciare i corridoi per le infrastrutture.
Le violazioni di diritti umani contro la popolazione locale sono testimoniate sia dalle vittime che da testimoni e disertori dell’esercito birmano: stupri, torture ed esecuzioni di civili sono stati i mezzi con cui i militari, per portare avanti il progetto, hanno coscritto bambini, anziani ed infermi, impiegandoli a migliaia nei lavori di scavo, nella costruzione di strade di servizio e di eliporti, ma anche di caserme e di accampamenti destinati ai militari e agli uomini delle compagnie. I civili dovevano lavorare tutto il giorno sotto la minaccia di punizioni corporali e maltrattamenti, e a fine giornata erano costretti a trovarsi da soli il cibo, l’acqua e un giaciglio dove dormire.
I gasdotti sono stati terminati nel 1998 e da allora hanno fruttato al governo birmano una media di 400 milioni di dollari l’anno. L’esportazione di gas verso la vicina Thailandia, infatti, è divenuta la voce principale dell’export della Birmania, tanto che si può tranquillamente affermare che, oggi, la dittatura militare si regge sui ricavi della vendita del gas del Mar delle Andamane. ( continua )

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