La pax norvegese \3

Una delle conseguenze più tragiche della connivenza della società norvegese con le truppe di occupazione nazista è stato il destino riservato ai bambini nati da relazioni tra i soldati tedeschi e le donne del paese nordico.
Tra la popolazione scandinava e l’esercito del Reich, infatti, si creò subito un certo “feeling” dovuto, più che alla fede nell’ideologia, alle forti attinenze somatiche e culturali esistenti tra i due popoli. Per i nazisti, gli scandinavi rappresentavano l’ideale puro della razza ariana e già dal 1935 Heinrich Himmler aveva pensato di arianizzare il popolo tedesco attraverso unioni dei propri rappresentanti maschili con esemplari perfetti di purezza razziale, anche importandoli da paesi stranieri come la Norvegia. 
Cosi, i comandanti dell’esercito di occupazione incoraggiavano fortemente i loro sottoposti ad avere rapporti sessuali con le donne del luogo e la simpatia che queste provavano per gli occupanti era tanto forte che, poco mesi dopo l’occupazione della Norvegia, erano già più di ottomila le ragazze rimaste incinta a causa di relazioni con ufficiali o soldati della Wermacht.
A questo punto, i gerarchi nazisti ebbero l’idea di promuovere la procreazione su vasta scala di bambini razzialmente puri, con lo scopo di creare una sorta di aristocrazia eletta che rispondesse ai canoni più elevati dell’ideale ariano: tra il 1940 e il 1945 ogni donna norvegese incinta, in grado di provare le origini ‘ariane’ del proprio bambino, aveva diritto a sostegno finanziario e a un trattamento privilegiato. Si stima che i bambini nati da relazioni più o meno legittime tra donne norvegesi e soldati nazisti fossero tra i 10 e i 12 mila, almeno la metà dei quali ospitati nelle istituzioni citate con il termine ‘Lebesborn’, una sorta di asili nei quali ricevevano un’alimentazione particolare e venivano educati alla mentalità nazista.
Ma dopo la fine della guerra, il senso di colpa della popolazione norvegese per avere collaborato con i nazisti sfociò nella ricerca di un capro espiatorio sul quale scaricare tutte le responsabilità e la scelta cadde, con triste ovvietà, sui soggetti socialmente più deboli: le “puttane del crucco” vennero considerate traditrici della Patria, arrestate e chiuse in campi di concentramento; nella sola Oslo questa sorte toccò a oltre mille donne. I bambini vennero strappati alle madri e chiusi in orfanatrofi, oppure dati in adozione senza che potessero mai sapere la verità sulla loro nascita. Altri, picchiati e maltrattati, furono internati in istituti psichiatrici dove, oltre a subire violenze ed abusi sessuali, vennero persino adoperati come cavie di esperimenti per testare gli effetti di sostanze allucinogene e stupefacenti quali LSD  e mescalina, per poi venire bollati, per un’atroce beffa finale, come “ritardati mentali”.
Nel 1945 il governo norvegese, forte del consenso tra l’opinione pubblica, emanò una legge retroattiva che sanciva che ogni donna “sposatasi nei cinque anni precedenti con un nemico tedesco, perderà immediatamente la cittadinanza”.
Per dare un’idea del clima che si era creato in quei giorni, uno dei più diffusi giornali norvegesi scriveva: ” tutti questi bambini tedeschi cresceranno e costituiranno una larga minoranza bastarda all’interno del nostro popolo… essi sono incapaci di diventare norvegesi: i loro padri sono tedeschi, le loro madri sono tedesche per mentalità e per comportamento”.
Un noto psichiatria, Ornuf Odegard, affermò che “queste donne sono con ogni probabilità mentalmente ritardate” e “in ragione della teoria dell’ereditarietà anche buona parte dei loro figli lo sarebbe stata.”
Il governo pensò di liberarsene tramite un piano di deportazione di massa in Svezia e, soprattutto, in Australia dove, secondo i piani governativi, dovevano essere deportati almeno novemila bambini.
Per fortuna, dopo alcuni anni, il clima iniziò a raffreddarsi e a ogni donna a cui era stata tolta la cittadinanza per decreto venne consentito il rientro in patria, ma a una condizione: quella di firmare una dichiarazione nella quale si accettava che “l’opinione pubblica è contro di lei, che ci sarebbero state difficoltà e situazioni spiacevoli per lei e i suoi figli, che all’occorrenza avrebbe potuto essere internata e che si trattava di un soggiorno temporaneo.”
Il caso più famoso tra i figli del progetto Lebensborn è quello di Frida, la cantante del gruppo svedese degli Abba, che fu costretta a emigrare in Svezia assieme alla madre e alla nonna per sfuggire alle persecuzioni e che riuscì a rintracciare il padre tedesco solo da adulta, negli anni settanta. E’ superfluo aggiungere che Frida non ha mai voluto tornare a vivere in Norvegia, preferendo stabilirsi in Svizzera. ( continua )

nella foto Frida, cantante degli Abba

This entry was posted in Politica, Religione, Storia and tagged , , , , , . Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *