La pax norvegese \1

E’ evidente che la retorica del Premio Nobel per la Pace è solo una stucchevole facciata per nascondere una politica aggressiva e rapace, che non si vergogna di passare sopra ai diritti umani di popolazioni inermi pur di trarre profitto dalla libertà di investire in giro per il mondo.
Negli anni novanta del secolo scorso, i governi di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Italia hanno spalancato le porte dei loro impianti strategici per la difesa all’ingresso dei capitali norvegesi. Perché ciò sia avvenuto è tutt’altro che agevole da capire: infatti, è evidente che non basta possedere pacchi di soldi per poter acquisire partecipazioni azionarie di aziende che fabbricano bombe atomiche, o sono incaricate dai rispettivi governi di eseguire la manutenzione dei missili a testata nucleare oppure, ancora, producono le famigerate bombe a grappolo, vietate dalla Convenzione di Oslo. La fiducia accordata dalle maggiori potenze occidentali agli emissari del Fondo Norvegese affonda le sue radici nella comunanza politica e religiosa tra gli ambienti più conservatori, e più estremisti, di entrambe le parti. Mi riferisco, in particolare, alla tradizione religiosa luterana di matrice norvegese, che negli Stati Uniti, in molti casi, ha mantenuto vivi i legami con la madre patria, dissociandosi dalla scelta fatta dagli immigrati luterani di origine tedesca ed olandese di creare una chiesa “nuova”, completamente americana e perciò libera dalle influenze del vecchio continente.
Accettando di foraggiare con i proventi del petrolio del Mare del Nord le massicce ristrutturazioni delle aziende di armamenti, che hanno avuto come effetto quello di tagliare tutti quei settori non direttamente coinvolti nella produzione bellica e quindi inefficienti sul piano del profitto, il governo norvegese ha ottenuto come ricompensa, alla fine della seconda guerra in Irak, l’assegnazione degli appalti ventennali su uno dei maggiori giacimenti petroliferi nel Sud dell’Iraq: una riserva di 13 miliardi di barili di petrolio che toglierà definitivamente ai norvegesi l’angoscia per il precoce esaurimento delle riserve del Mare del Nord, e garantirà al Fondo Pensionistico una rendita di posizione enorme, grazie alla quale la Norges Bank ( la Banca Centrale di Norvegia ) potrà inondare l’economia mondiale di capitali freschi.
Il patto con il Diavolo, quindi, ha pagato: l’estrema destra americana ha voluto ricompensare lautamente il governo scandinavo per lo sforzo fatto da questi nel finanziare la riorganizzazione del settore degli armamenti, indispensabile per sostenere l’impegno bellico seguito agli attentati dell’11 settembre, concedendo alla Statoil, l’azienda pubblica norvegese che si occupa dell’estrazione del petrolio nel mare del Nord, la possibilità di trivellare l’enorme giacimento irakeno, possibilità che gli eredi di Alfred Nobel, con tutte le loro  buone intenzioni e la loro buona volontà, non erano riusciti neppure a sfiorare. ( continua )

nella foto, Vidkun Quisling

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