Sul bel Danubio blu

“Il soldato Alexsandar, 19 anni, trova in un sotterraneo un uomo inchiodato a un tavolo e una bambina sgozzata, i cui occhi erano stati messi in un bicchiere: poi impazzisce.”
Così Paolo Rumiz, giornalista di Repubblica, descrive nel suo Maschere per un Massacro, ristampato di recente da Feltrinelli, la fine della città di Vukovar dopo 87 giorni di assedio da parte dell’Armata Federale Jugoslava. L’assedio, iniziato il 25 agosto 1991 e protrattosi fino a novembre, venne deciso dall’intervento delle truppe speciali, chiamate dai generali serbi per stanare i residenti che non volevano arrendersi e che si nascondevano tra le macerie e nelle cantine della città. Oggi uno dei protagonisti di quella mattanza, Goran Hadzic, è stato arrestato e assicurato alla giustizia internazionale. Hadzic è accusato di avere guidato il massacro dell’ospedale di Vukovar, quando 264 civili che vi si erano rifiugiati furono prelevati, torturati e uccisi senza pietà.
Vukovar, ai tempi della Jugoslavia di Tito, era un florido porto sul Danubio e un centro industriale con una forte concentrazione operaia. Aveva beneficiato fortemente del periodo di chiusura del Canale di Suez, causato dalla guerra tra arabi ed israeliani del 1967, in seguito alla quale una parte del commercio marittimo diretto verso l’Europa venne deviato, attraverso l’Asia Centrale, sul Mar Nero e poi sul Danubio. Tito sognava di realizzare una grande idrovia danubiana che collegasse il Mar Nero al Mare del Nord e all’Adriatico, un sogno che si è realizzato in buona parte nel 1992, con l’apertura del canale Meno-Danubio che di fatto collega la città di Costanza al porto di Rotterdam. Una grande via navigabile che attraversa il cuore dell’Europa e che avrebbe reso ancora più florida e prospera Vukovar. Peccato che la città fosse già un cumulo di macerie

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