L’ultimo garzone di bottega

“Ci sono verità che vengono fuori subito, verità che si conoscono dopo 50 anni e verità che non si sapranno mai”. Questa frase non è stata pronunciata da qualche anziano seduto su una panchina nella piazza di Corleone, ma da un placido signore svizzero-tedesco, zurighese doc, che ha ritenuto di commentare così la lettura del mio romanzo, non senza prima avermi messo doverosamente in guardia sul fatto che a scrivere certe cose si rischia di finire in galera.
In galera, per ora, pare che ci finirà l’ultimo grande latitante responsabile di crimini di guerra nella ex-Jugoslavia, Ratko Mladic, ex comandante dell’esercito serbo di Bosnia responsabile dello sterminio di otto o diecimila (si ignora il numero esatto) cittadini musulmani della città di Srebrenica, oltre che di una serie inenarrabile di porcherie commesse nel corso della guerra civile che ha devastato i Balcani, negli anni novanta del secolo scorso.
Ho preferito rappresentare Mladic con una foto che lo ritrae all’apice della carriera, quando, nei ritagli di tempo lasciati liberi dalla sua attività di aguzzino e massacratore, discorreva con molta scioltezza della conduzione delle operazioni militari in Bosnia assieme ai rappresentanti della stampa internazionale. Oggi Mladic è molto cambiato (foto in basso a destra), ha quasi settant’anni e pare affetto da qualche malattia che non lo lascerà vivere a lungo, così almeno sostengono i suoi medici. Le autorità serbe, prima di consegnarlo alla giustizia internazionale, hanno ritenuto giusto lasciargli godere gli ultimi anni di vita in buona salute e aspettare che fosse ormai agli sgoccioli, forse per compensarlo dei servigi resi alla patria.
Ora le stesse autorità si aspettano di venire ricompensate a loro volta dalle istituzioni internazionali per lo sforzo compiuto e in effetti, lasciare per oltre dieci anni un criminale di guerra libero di vagare in un paese tutt’altro che immenso come la Serbia è impresa che merita indubbiamente una ricompensa, tanto più che la latitanza di Mladic ha rallentato ulteriormente lo svolgimento dei processi per i crimini di guerra nei Balcani, mantenendo sollevata sopra le teste dei sopravvissuti ai massacri la spada di Damocle di una possibile (ancorché assurda) assoluzione dei loro aguzzini, caso mai venisse loro la voglia di collaborare con quanti  hanno intenzione di scoperchiare il pentolone delle complicità occidentali.

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