Sul confine orientale

Domani, sabato 21 maggio, alle 17.30, presenterò il mio romanzo alla libreria Borsatti di Trieste, in via Ponchielli 3. E’ un’occasione che per me ha un significato particolare perché Il Contrabbandiere, nonostante sia ambientato sulla riviera romagnola, è largamente ispirato alla vicende del cosiddetto fascismo di confine, che si sviluppò nella Venezia Giulia subito dopo la Prima Guerra Mondiale e che fu l’espressione più virulenta e fanatica del movimento fascista.
Il fascismo di confine, infatti, si poneva come estremo baluardo dell’italianità minacciata dalla presenza degli  slavi, accorsi in massa prima della guerra nella regione per lavorare nelle attività che si erano sviluppate attorno al porto di Trieste.
L’odio verso gli sloveni raggiunse il suo culmine con il rogo dell’Hotel Balkan, il 13 luglio del 1920. Il Narodmi Dom, che in sloveno significa Casa del Popolo, era la sede dell’organizzazione degli sloveni triestini. Il 13 luglio, nel corso di una manifestazione nazionalista nel centro della città, venne accoltellato un ragazzo di Fiume che lavorava come cuoco in un albergo. La responsabilità dell’accaduto fu immediatamente attribuita ad un gruppo di sloveni. Le squadre di azione fascista, capitanate da Francesco Giunta, si diressero verso l’Hotel Balkan e vi appiccarono il fuoco usando delle latte di benzina portate per l’occasione, a prova del fatto che l’aggressione era stata premeditata.
Nel rogo perì il custode dell’edificio che per cercare di salvarsi si gettò da una finestra assieme alla figlia, rimasta gravemente ferita in seguito alla caduta. L’incidente segnò l’inizio di una durissima campagna persecutoria che, sotto il regime fascista, si tramutò  nel tentativo di “snazionalizzare” le popolazioni di lingua slava presenti sul territorio italiano, rimuovendo il personale sloveno e croato dalla pubblica amministrazione, vietando l’insegnamento delle lingue slave nella scuola e italianizzando i cognomi delle persone e i nomi delle località. In seguito al concordato fra Stato Italiano e Chiesa Cattolica anche il clero subirà lo stesso processo, con l’allontamento dei vescovi di Gorizia e di Trieste, difensori del diritto delle comunità slovene e croate di celebrare i sacramenti nella loro lingua materna.
La persecuzione, rendendo valida l’equazione italiano=fascista, finì per spingere la maggioranza della popolazione slava a simpatizzare con il nascente movimento comunista guidato da Tito e ad entrare nelle file della Resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale.
La vicenda era talmente affascinante che non ho resistito alla tentazione di scriverci su un romanzo, anche se, non conoscendo la città di Trieste, sono stato costretto ad ambientarlo in Romagna, territorio con cui ho più dimestichezza, viste le origini.

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