Concorso nazionale di narrativa “Caffè Letterario Moak” 2011

Se vi piace scrivere storie e vi piace il caffè, vi segnalo l’undicesima edizione del premio letterario Moak.

Lo stile è libero, ma il tema è obbligatorio sul caffè.

La giuria è fatta da scrittori e critici più che competenti, il premio per i tre vincitori è in denaro, e c’è tempo fino al 21 Aprile 2011 per inviare gli elaborati.

Questa volta il caffè non lo bevete, ma scrivetelo. 

Vi trascrivo il bando del premio.

Art.1

L’azienda Caffè Moak ed l’Associazione Culturale Kronos indicono per l’anno 2011 la 10° edizione del concorso di narrativa Caffè Letterario Moak.

Art.2

Si concorre inviando un solo racconto inedito in lingua italiana sul caffè (tema da intendere nella sua accezione più ampia, come luogo di incontro, bevanda, chicco, pianta, etc.).
La lunghezza del racconto va da un minimo di 5 ad un massimo di 20 cartelle.
Per cartella si intende una pagina dattiloscritta di 30 righe, pari a 1800 caratteri, spazi inclusi. (Per eventuali chiarimenti si consulti la pagina faq del concorso.)

Art.3

Il racconto va inviato in numero di 6 copie, di cui 5 anonime ed una sola firmata a conclusione del racconto.
Insieme al racconto va inviata la scheda tecnica con i dati, le generalità e una breve presentazione dell’autore. La scheda è scaricabile dal sito del concorso.
Il racconto e la scheda vanno inviati anche in copia digitale in formato Word, tramite cd da allegare alle copie cartacee, o via e-mail all’indirizzo del concorso.

Art.4

Gli elaborati vanno spediti entro e non oltre il 21 aprile 2011 al seguente indirizzo: Associazione Culturale Kronos, via Risorgimento 10/B, 97015, Modica (RG).
Farà fede il timbro postale.

Art.5

La quota di partecipazione al concorso è fissata in € 17,00, da versare sul C/C Postale n° 57725301, intestato a: Centro di Formazione e di Iniziative Culturali ed Ambientali, via Risorgimento 10/B, 97015, Modica (RG). La ricevuta di versamento va allegata alle copie del racconto.
È possibile pagare la quota tramite assegno o in contanti, da inserire nella busta con le copie del racconto; oppure on-line tramite le Poste Italiane, utilizzando il codice IBAN del conto corrente del Centro di Formazione: IT36 X076 0117 0000 0005 7725 301.

Art.6

In occasione della 10° edizione del concorso la giuria è composta dai presidenti che si sono susseguiti in questi anni.
È presieduta da Walter Pedullà (critico letterario) e costituita da:

  • Roberto Alajmo (scrittore)
  • Guido Conti (scrittore)
  • Salvatore Ferlita (critico letterario)
  • Raffaele Nigro (scrittore)
  • Massimo Onofri (critico letterario)

La Giuria d’onore è composta dai seguenti membri dell’azienda Moak:

  • Giovanni Spadola (Presidente);
  • Sandro Spadola (Direttore generale);
  • Annalisa Spadola (Direttore marketing).

e dai seguenti rappresentati delle istituzioni pubbliche:

  • Presidente della Provincia Regionale di Ragusa;
  • Assessore alla Cultura del Comune di Modica.

Art.7

La Giuria, secondo giudizio insindacabile, indicherà, tra tutti gli elaborati:

  • i racconti segnalati (i racconti ritenuti più meritevoli);
  • i racconti vincitori (i primi tre racconti tra quelli segnalati).

Art.8

Saranno premiati i primi tre racconti:

  • 1° classificato: € 1.500,00.
  • 2° classificato: € 1.000,00.
  • 3° classificato: € 500,00.

Gli autori vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione.

Art.9

I racconti finalisti e vincitori saranno pubblicati sul volume del Concorso “I racconti sul caffè”, edizione 2011.

Art.10

L’organizzazione del Concorso, se necessario, si riserva la facoltà di apportare modifiche al regolamento.
La partecipazione al Concorso implica l’accettazione del presente regolamento.
Ai sensi della Legge 196/2003 si informa che i dati personali relativi ai partecipanti saranno utilizzati unicamente ai fini del Concorso.
Per ogni altro aspetto non contemplato nel presente bando fanno fede e ragione le vigenti norme di legge. Per ogni controversia legale è competente il Foro di Modica (RG).

PER INFORMAZIONI
Pagina faq del sito ufficiale del concorso

Associazione Culturale Kronos – Sara Giunta
tel.: 0932.763940; 0932.906607 – cell.: 339.3350886
web: www.caffe-letterario.it
email: info@caffe-letterario.it

Posted in Assassini, attualità, caffè, cinema, concorso letterario, cultura, gialli, libreria, libri, magazine, noir, Palermo, premio letterario, provincia di Palermo, quiz, recensioni, scrittori, scrittori palermitani, scrittori siciliani, Uncategorized | Leave a comment

GLI ASSASSINI DI CRISTO

Ivo Tiberio Ginevra

GLI ASSASSINI DI CRISTO – Robin edizioni

Finalmente ho finito.

Terribile l’ultima revisione del mio romanzo mi ha distrutto, ma è il primo che mi pubblicano e non voglio tradire le aspettative di tutte le persone a cui ho rotto le scatole.

Questa settimana va in stampa e  tutto comincia così:

 Dell’imponente crocefisso posto nella cappella della navata laterale restavano appesi al legno soltanto metà del braccio destro, la mano sinistra, i piedi e parte del costato. Quest’ultimo era così deturpato dai colpi di mazza che una grigia cartapesta ne rivelava la sua natura scultorea.

Per terra giaceva l’altra parte del costato e quello che restava del viso, sul quale si era infierito fino a distruggerlo. Il suolo era cosparso da una moltitudine di frammenti del roseo pallore mischiati alla plumbea vetustà della materia cartaria.

Le gambe del Salvatore stavano dall’altro lato della Chiesa, ammaccate dai colpi ricevuti e dal violento impatto contro la bianca parete sormontata da una icona della Madonna.

Nelle ampie volte della chiesa risuonava amplificato il frastuono delle grida indignate dei fedeli, ma sopra tutte si udivano con precisione le voci squillanti degli ispettori Lucherini e Cascella che invitavano la gente a uscire. Stessa cosa cominciarono a fare Orestano e Paisiello, mentre Falzone dal cellulare, parlava con il dottor Tagliabue della scientifica, invitandolo a raggiungerli con i suoi uomini. Quando arrivarono anche gli altri poliziotti richiesti in soccorso, finalmente la folla uscì dal tempio per radunarsi rumorosa nell’antistante piazzetta.

L’ispettore Mendola, una volta chiuso il pesante portone, si segnò con il gesto della croce appoggiato a un battente e disse ad alta voce un: “Manchi i cani Signuri” che risuonò al tempo stesso minaccioso e schifato.

 

Posted in Assassini, attualità, cinema, Cristo, cultura, ex-voto, Follie di Brooklin, gialli, kafka, libreria, libri, madonna, magazine, noir, Palermo, Paul Auster, provincia di Palermo, quiz, recensioni, santuario, scrittori, scrittori palermitani, scrittori siciliani, Uncategorized | Leave a comment

La storia della bambola

Giampaolo, il mio amico di Fb, mi ha inviato questo racconto di Paul Auster tratto dalle “Follie di Brooklin”.

È la storia di Kafka e la Bambola. Pare che sia vera. Alcuni critici ne parlano. Se vi piace recentemente è uscito un libro di Jordi Sierra I Fabra Jordi “Kafka e la bambola viaggiatrice” edito da Salani. 

“Una lettura obbligata per chi ama le belle storie e indispensabile per coloro che non smetteranno mai di leggere Franz Kafka.”

La storia della bambola

 E’ l’ultimo anno della vita di Kafka, il quale si è innamorato di Dora Diamant, una ragazza di diciannove o vent’anni che è fuggita dalla Polonia lasciando la sua famiglia di ebrei chassidici e ora vive a Berlino. Ha la metà dei suoi anni, ma è lei che gli dà il coraggio di andarsene da Praga … una cosa che lui desiderava da tempo … e diventa la prima e unica donna con cui Kafka abbia convissuto. Arriva a Berlino nell’autunno del 1923, e la primavera dopo muore, però quei pochi mesi sono probabilmente i più felici della sua vita. Malgrado il deperimento della salute. Malgrado i problemi sociali di Berlino: scarsità di generi alimentari, violenza politica, l’inflazione più alta della storia tedesca. Malgrado la certezza di avere ancora poco da vivere.

Tutti i pomeriggi Kafka va a fare una passeggiata nel parco. Generalmente lo accompagna Dora. Un giorno incontrano una bambina in lacrime, che singhiozza da farsi scoppiare il petto. Kafka le chiede cosa c’è che non va e la bambina risponde che ha perso la sua bambola. Lui subito comincia a inventare una storia per spiegarle l’accaduto. «La tua bambola è andata a fare un giro», le dice. Lei gli chiede: «E tu come lo sai?» «Perché mi ha scritto una lettera», le risponde Kafka. La bambina sembra sospettosa. «Ce l’hai qui?» gli domanda. «No, mi spiace, – fa lui. – L’ho lasciata a casa per sbaglio, ma domani la porterò con me». E’ cosi convincente che la bambina non sa più cosa pensare. Possibile che quell’uomo misterioso stia dicendo la verità?

Kafka torna subito a casa per scrivere la lettera. Si siede a tavolino e Dora, osservandolo mentre scrive, nota la stessa serietà, la stessa tensione che mostra quando sta componendo una sua opera. Non vuole prendere in giro la bambina. Questa è una vera fatica letteraria, e lui è ben deciso a compierla nel migliore dei modi. Se riuscirà a presentare alla bambina una bugia bellissima, e convincente, sostituirà la bambola perduta con una realtà diversa: falsa, forse, ma veritiera e credibile secondo le leggi della narrativa.

L’indomani Kafka si precipita al parco con la lettera. La bambina lo sta aspettando, e dato che non ha ancora imparato a leggere gliela legge lui ad alta voce. La bambola è molto spiacente, ma si è stancata di vivere sempre con le stesse persone. Ha bisogno di muoversi e di vedere il mondo, di fare nuove amicizie. Non è che non voglia bene alla bambina, però desidera cambiare aria, perciò dovranno separarsi per qualche tempo. Infine la bambola promette che scriverà alla bambina ogni giorno e la terrà al corrente di quello che sta facendo.

Già è incredibile che Kafka si sia preso il disturbo di scrivere quella prima lettera, ma ora si dedica al progetto di scriverne una nuova ogni giorno … al solo scopo di consolare la bambina, che fra l’altro per lui è una perfetta estranea, un esserino incontrato per caso un pomeriggio in un parco. Che tipo di uomo fa una cosa simile! E’ andato avanti per tre settimane. Tre settimane. Uno degli scrittori più geniali che siano mai vissuti ha sacrificato il suo tempo … un tempo sempre più scarso e prezioso … per comporre le lettere immaginarie di una bambola smarrita. Secondo la testimonianza di Dora scriveva ogni frase con una cura maniacale del dettaglio, e la sua prosa era precisa, spiritosa e avvincente. In parole povere, era la prosa di Kafka, e lui per tre settimane andò tutti i giorni al parco e scrisse ogni volta una nuova lettera alla bambina. La bambola diventa grande, va a scuola, conosce altre persone. Continua a ripetere alla bambina che le vuole bene, ma allude a certe complicazioni che le rendono impossibile il ritorno. A poco a poco Kafka prepara la bambina per il momento in cui la bambola sparirà dalla sua vita per sempre. Si spreme per creare un finale soddisfacente temendo che se non lo troverà si possa rompere l’incantesimo. Dopo aver vagliato alcune ipotesi, alla fine decide di far sposare la bambola. Descrive il giovanotto di cui lei si innamora, la festa di fidanzamento, le nozze in campagna, perfino la casa dove ora abitano la bambola e suo marito. E poi, nell’ultima riga, la bambola dice addio alla sua vecchia e affezionata amica.

Ma a questo punto naturalmente la bambina non sente più la mancanza della bambola. Kafka le ha dato in cambio qualcos’altro, e alla fine delle tre settimane le lettere l’hanno guarita dal suo cruccio. Lei ha la storia, e quando una persona è abbastanza fortunata da vivere all’interno di una storia, da vivere in un mondo immaginario, i dolori di questo mondo svaniscono. Perché fino a quando la storia continua, la realtà non esiste più.

Posted in attualità, cinema, cultura, Follie di Brooklin, kafka, libri, magazine, noir, Paul Auster, recensioni, scrittori, Uncategorized | Leave a comment

Memorie di una Geisha

 Un film di R. Marshall, con Ziyi Zhang, Ken Watanabe, Kôji Yakusho, Michelle Yeoh, Kaori Momoi.

Titolo originale Memoirs of a Geisha. Drammatico, durata 137 min.

Hollywood geisha! E’ questa la frase che racchiude in se tutto lo sforzo ed il prodotto dell’accoppiata Spielberg Marshall, dai quali era logico aspettarsi di più. Molto di più. La storia è mielosa e strappalacrime fin dall’inizio (vendita della piccola bambina alla casa di geishe). Continua nell’addestramento alla professione, si ridicolizza nell’amore segreto della giovane geisha per il “direttore generale”, lascia perplessi sulla riffa organizzata per cedere la verginità della gheisha, diventa priva di pretese nella oscura fase della guerra mondiale e pateticamente si conclude nel coronamento della storia d’amore fra i due protagonisti. In questo film c’è tutta la Hollywood bella e vuota dei grandi registi americani. Bello e vuoto è, infatti, il prodotto, che non tratta alcun tema in modo approfondito (e sì che ce n’era di carne sul fuoco). Bello e vuoto è lo schermo. Bella e vuota è l’interpretazione dei personaggi, usciti tutti ridimensionati da questa storiella (fatta eccezione per l’ottima Gong Li). E’ tutto, tutto bello e vuoto e non lascia alcun spazio a riflessioni sui temi trattati, ma quel che peggio, tratta anche molto marginalmente la storia, cultura e filosofia della Ghescia e del mondo nipponico.
Ivo Tiberio Ginevra

Posted in attualità, cinema, cultura, libri, magazine, noir, quiz, recensioni, scrittori, Uncategorized | Leave a comment

il supremo cardinale

IL SUPREMO CARDINALE  – un racconto di Ivo Tiberio Ginevra

 In un’epoca assai lontana e molto confusa dove il potere temporale è della polizia, Italo sta per essere nominato Cardinale. E’ inginocchiato in fondo alla piccola sala ed indossa un vestito nero, elegante e lucido, con una medaglia d’oro che brilla nello scuro della sua persona. Ha le mani giunte sotto il mento rasato fresco e lo sguardo attento e fisso sul Supremo Cardinale che benedice i presenti in una Prefettura affollata consegnando gli eleganti baschi color oro, simbolo del potere e clou della cerimonia. Fra poco il Supremo Cardinale nel suo lussuoso abito da cerimonia avanzerà verso Italo, ma Italo non è felice. E’ solamente incredulo. Molto incredulo. Guarda fisso il Supremo e continua a restare incredulo eppure, mai nessuna   promozione è stata meritata come la sua. Un’onesta politica, una dedizione totale al lavoro, un’incessante opera divulgativa di modernizzazione moralizzata, un’onestà ormai diventata simbolo dei suoi meriti. Il popolo lo ama, i Magistrati sono dalla sua parte, i Prefetti lo viziano e perfino il Papa chiede costantemente sue notizie. Tutto insomma. Tutto…… eppure Italo ha paura. Nella sua pura ingenuità ora che il potere è a pochi passi da lui, resta ancora incredulo. “Si tratta di uno sbaglio se sono qui! Certo, che cosa ho fatto di così speciale per meritare quest’altissima carica? Perché io e non qualcun altro?”. Che umili pensieri nel suo cervello. Intanto il religioso avanza, stringe le mani e consegna i baschi d’oro che i nuovi cardinali non indossano.  Ora è il turno di Italo. Tutti applaudono. Anche lui come gli altri riceve il grande potere ed anche lui lo tiene in mano. Poi, dopo la cerimonia, in una saletta attigua il Prefetto con la sua tonda faccia invita tutti i neo-cardinali ad indossare il berretto e, come vuole la tradizione, risvoltato. “E’ molto buffo” pensa Italo “anzi ridicolo. Se un domani sarò Supremo questa meschina scaramanzia la farò sparire per sempre, insieme a questo grossolano Prefetto che ormai è un inferiore a tutti gli effetti e continua a dare queste volgari pacche sulle spalle. Tutto questo non è serio e noi abbiamo bisogno di serietà ed onorabilità partendo dalla base, altrimenti non si è creduti”.

 Sono passati ventidue anni e già da tre Italo è il Supremo Cardinale.

Il popolo lo imita, lo stima, lo crede giusto ed onesto e così è.  Nell’arco del suo mandato Italo ha fatto imponenti riforme e tante altre cose belle e buone. Nomina i Cardinali sempre giusti e onesti. E’ lui il simbolo d’ordine e polizia mondiale. L’Imperatore ha proposto la sua nomina al soglio Pontificio e fra qualche giorno sarà nominato Papa. Finalmente, dopo tanti secoli di governo arabo è un cattolico a sedersi sull’ambito trono, ma un piccolo particolare, insignificante nella sua tradizione, purtroppo ancora in vigore per i Papi e chissà come sfuggito alla riforma dell’ordine legale, può costargli tutto. Può distruggere in un solo attimo tutta la sua opera e principalmente la sua immagine. Nella corsa al trono di Dio, Italo ha dimenticato che un Papa è ancora legato al vecchio e superato rito della cresima e per essere Papi bisogna essere cresimati. Lui non lo è, e proprio grazie alle sue riforme non lo potrà mai essere, né per altro può abolire questo requisito ora che sederà sul soglio pontificio. Nel frattempo, Italo come un dio viene eletto Papa, ed il Cardinale Saucier  nominato dall’Imperatore per il controllo dei requisiti formali di legittimità del nuovo Papa. E’ proprio Saucier, già tempo nominato Cardinale da Italo, il suo controllore. Proprio quel Saucier che gli piacque tanto per il suo carattere incorruttibile, sarà quello che lo sputtanerà e lo ricoprirà di fango e merda fino a farlo sprofondare, proprio come lui stesso gli ha insegnato a fare con gl’imbroglioni. “No! Tutto questo si deve evitare. Si deve evitare. L’ordine mondiale resterebbe sconvolto. Bisogna intervenire subito. Per prima cosa è necessario farlo tacere, non sarà facile ma si conosce il suo prezzo” o meglio, Italo conosce benissimo il punto debole di Saucier, ed è lì che lo colpirà; una bella nomina a Supremo Cardinale più il titolo di primo consigliere del Santo Uffizio se starà zitto e questo è subito dopo l’investitura, poi in seguito altri favori, e se non dovesse bastare altro potere, denaro e donne a volontà. Comunque, poi sarà necessario farlo uccidere. “No, meglio ucciderlo personalmente per evitare scandali e testimoni. Un po’ di veleno…..E’ meglio simulare un incidente, un banale e disgraziatissimo incidente che lo farà volare fuori della finestra”, ed Italo sarà addolorato e la parola di un Papa peraltro testimone dell’accaduto basterà a far archiviare le indagini.

 Tutto è andato come previsto. Tutto è in regola, gli uomini credono molto nell’onestà di Saucier. Italo è ufficialmente salito sullo scranno papale ed il suo primo atto di Dio in terra è stato quello di far nominare Saucier Supremo Cardinale e Primo Consigliere del Santo Uffizio con la seguente motivazione “…per le sue doti di onestà, incorruttibilità, religiosità ed attaccamento al dovere.”

 Il pontificato di Papa Italo XI passò alla storia come il più breve di tutti i tempi. La balaustra del vetusto Palazzo Prefettizio cedette proprio sotto il peso dello sventurato Italo mentre era a colloquio con il suo Primo Consigliere. Fu un volo di circa trenta metri, dove il disgraziato Papa Italo trovò una morte terribile e all’istante. Ovviamente non fu aperta nessuna inchiesta. Bastò semplicemente la descrizione dell’accaduto da parte dello sconvolto Primo Consigliere e Supremo Cardinale … Saucier.

I funerali furono solenni e l’intera umanità pianse Papa Italo. Saucier disse un gran bene del Santo Padre, e pianse pubblicamente commovendo tutti.

Quindici giorni dopo i funerali, il Supremo Cardinale Saucier fu segnalato all’Imperatore quale successore di Italo e solo dopo altri tre giorni divenne Papa. Governò con il nome di Papa Italo XII. Si! proprio di Italo come ebbe lui stesso a dire nel giorno della sua incoronazione “….nel rispetto ed imperitura memoria di quel grande Papa da tutti noi amato che fu Italo XI, nostro maestro e da oggi guida spirituale per noi tutti.

Saucier era cresimato e non ebbe problemi. Pontificò quattro anni e fu ricordato come l’uomo del rinnovamento morale e spirituale. Purtroppo ancora a tutt’oggi le circostanze della sua morte rimangono un mistero.

Ivo Tiberio Ginevra

Posted in attualità, cinema, cultura, ex-voto, gialli, libri, madonna, magazine, noir, Palermo, provincia di Palermo, quiz, recensioni, santuario, scrittori, Uncategorized | Leave a comment

Qui si fanno miracoli

Qui si fanno miracoli era la scritta pubblicitaria esposta da una bottega palermitana specializzata nel dipingere ex-voto.

Il devoto si recava alla bottega, raccontava l’episodio, il pittore prendeva qualche appunto o direttamente faceva uno schizzo sulla latta e pattuiva il prezzo. Il pittore poi completava il disegno con una certa libertà, attendendosi ai criteri generali ed allo stile pittorico della propria bottega.

Atto di devozione e di gratitudine personale, l’ex-voto dipinto, oltre che per sciogliere un’obbligazione, viene offerto come esigenza di comunicazione per affermare la potenza miracolosa della Madonna, che si venera nel Santuario della Madonna della Milicia, ed in questo modo la gratitudine personale diventa comunitaria.

Gli ex-voto del Santuario a pochi chilometri da Palermo, legati al culto della Madonna della Milicia, sono stati accuratamente restaurati e raccolti in un Museo.

I pezzi sono circa quattrocento, esposti in uno spazio che li mostra in successione temporale, come una processione di eventi drammatici umani che soltanto l’intervento della Madonna ha trasformato in eventi meravigliosi.

La  collezione costituisce una fotografia pittorica della  vita, usi, costumi e credenze della società palermitana dal 1842 ad oggi.

Quest’arte massicciamente diffusa a livello popolare, si divide anche per aree geografiche, aventi alla base la natura economica.

Si usava la latta, perché il poco costo del materiale facilmente reperibile e riciclato, si ricavava dalle scatole di sardine che i droghieri vendevano al dettaglio.

Molti sono i temi sviluppati nella collezione. Alcuni ex-voto richiamano episodi della storia siciliana, l’impresa dei Mille, le rivolte di contadini, la battaglia di Dogali, ma sono le malattie, gli interventi chirurgici, gli incidenti sul lavoro, ed i salvataggi miracolosi dei pescatori sorpresi dalle tempeste, che fanno la parte rilevante negli ex-voto.

Caratteristica degli ex-voto dipinti è che essi non venivano firmati: il pittore con questo gesto di umiltà, partecipava all’atto di devozione del miracolato.

A completare la formalizzazione pittorica c’è sempre la rappresentazione in alto a destra della Madonna della Milicia , di S. Francesco in ginocchio nell’atto di adorarla e quasi sempre la sigla “V.F.G.A.” che significa “Votum Fecit Gratiam Accepit” (voto fatto per grazia avuta).

Con profonda convinzione l’Amministrazione Provinciale di Palermo ha voluto promuovere e sostenere la pubblicazione di un volume sugli ex-voto del Santuario della Madonna della Milicia, a pochi chilometri da Palermo, in una elegante e raffinata veste grafica, interamente a colori ed in carta patinata.

Autore del volume è padre Giuseppe Bucaro, che ha condotto i suoi studi e le sue ricerche sugli ex-voto, riuscendo a dare all’opera un alto valore culturale e storico che unisce gli aspetti fondamentali  del rigore dell’analisi storica e dei simboli della fede assunta a devozione con illuminante valore scientifico.

Ivo Ginevra e alcuni brani trascritti dal libro di padre Giuseppe Bucaro

Posted in attualità, cinema, cultura, ex-voto, gialli, libri, madonna, magazine, noir, Palermo, provincia di Palermo, quiz, recensioni, santuario, scrittori, Uncategorized | Leave a comment

SOGNO DI NATALE di Luigi Pirandello

Cari lettori Vi faccio i miei migliori auguri di un buon Natale invitandoVi a leggere il racconto che segue.

È breve, bello e purtroppo non l’ho scritto io, però sono sicuro che Vi porterà ad una sincera riflessione sulla festività religiosa.

Impegna solo qualche minuto che ritengo ben speso.

SOGNO DI NATALE 

Sentivo da un pezzo sul capo inchinato tra le braccia come l’impressione di una mano lieve, in atto tra di carezza e di protezione. Ma l’anima mia era lontana, errante pei luoghi veduti fin dalla fanciullezza, dei quali mi spirava ancor dentro il sentimento, non tanto però che bastasse al bisogno che provavo di rivivere, fors’anche per un minuto, la vita come immaginavo si dovesse in quel punto svolgere in essi.

Era festa dovunque; in ogni chiesa, in ogni casa; intorno al ceppo, lassù; intorno a un Presepe, laggiù; noti volti tra ignoti riuniti in lieta cena; eran canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti, contese di giocatori…. E le vie delle città, grandi e piccole, dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, eran deserte nella rigida notte. E mi pareva di andare frettoloso per quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta festa degli altri; mi trattenevo un  poco in ognuna, poi auguravo “Buon Natale”, e sparivo…

Ero già entrato così, inavvertitamente, nel sonno e sognavo.

E nel sogno, per quelle vie deserte, mi parve ad un tratto di incontrare Gesù errante in quella stessa notte, in cui il mondo per uso festeggia ancora il suo Natale.

Egli andava quasi furtivo, pallido, raccolto in sé, con una mano chiusa sul manto e gli occhi profondi e chiari intenti nel vuoto: pareva pieno di un cordoglio intenso, in preda ad una tristezza infinita.

Mi misi per la stessa via; ma a poco a poco l’immagine di lui mi attrasse così, da assorbirmi in sé; e allora mi parve di fare con Lui una persona sola.

A un certo punto però ebbi sgomento della leggerezza con sui erravo per quelle vie, quasi sorvolando, e istintivamente mi arrestai. Subito allora Gesù si sdoppiò da me e proseguì da solo anche più leggero di prima, quasi come una piuma spinta da un soffio; ed io, rimasto per terra come una macchia nera, divenni la sua ombra e lo seguii.

Sparirono ad un tratto le vie della città: Gesù, come un fantasma bianco splendente di una luce interiore, sorvolava su un’alta siepe di rovi, che si allungava diritta infinitamente, in mezzo ad una nera, sterminata pianura. E dietro, su la siepe, egli si portava agevolmente me, disteso per lungo quant’egli era alto, via via tra le spine che mi trapungevano tutto, senza darmi uno strappo.

Dall’irta siepe saltai alla fine per poco su la morbida sabbia di una stretta spiaggia: innanzi era il mare; e, su le nere acque palpitanti, una via luminosa, che correva restringendosi fino a un punto nell’immenso arco dell’orizzonte.

Si mise Gesù per quella via tracciata dal riflesso lunare, e io dietro a lui, come un barchetto nero tra i guizzi di luce su le acque gelide.

A un tratto, la luce interiore di Gesù si spense; traversavamo di nuovo le vie deserte di una grande città. Egli adesso a quando a quando sostava a origliare alle porte delle case più umili, ove il Natale, non per sincera devozione, ma per manco di denari, non dava pretesto a gozzoviglie.

“Non dormono…” mormorava Gesù, e sorprendendo alcune rauche parole d’odio e d’invidia pronunziate nell’interno, si stringeva in sé come per acuto spasimo, e mentre l’impronta delle unghie restavagli sul dorso delle pure mani intrecciate, gemeva “Anche per costoro io sono morto….”

Andammo così, fermandoci di tanto in tanto, per un lungo tratto, finche Gesù innanzi ad una chiesa, rivolto a me, ch’ero la sua ombra per terra, non mi disse “Alzati, e accoglimi in te. Voglio entrare in questa chiesa e vedere”.

Era una chiesa magnifica, un’immensa basilica a tre navate, ricca di splendidi marmi e d’oro alla vòlta, piena di una turba di fedeli intenti alla funzione, che si rappresentava su l’altar maggiore pomposamente parato, con gli officianti tra una nuvola d’incenso. Al caldo lume dei cento candelieri d’argento splendevano ad ogni gesto le brusche d’oro delle pianete tra la spuma dei preziosi merletti del mensale.

“E per costoro” disse Gesù entro di me “ sarei contento, se per la prima volta io nascessi veramente questa notte”.

Uscimmo dalla chiesa e Gesù, tornato innanzi a me come prima, posandomi una mano sul petto, riprese: “Cerco un’anima in cui rivivere. Tu vedi ch’io son morto per questo mondo, che pure ha il coraggio di festeggiare anche la notte della mia nascita. Non sarebbe forse troppo angusta per me l’anima tua, se non fosse ingombra di tante cose, che dovresti buttar via. Otterresti da me cento volte quel che perderai, seguendomi e abbandonando quel che falsamente stimi necessario a te e ai tuoi: questa città, i tuoi sogni, i comodi con cui invano cerchi di allettare il tuo stolto soffrire per il mondo….Cerco un’anima in cui rivivere: potrebbe esser la tua come quella d’ogni altro di buona volontà”.

“La città, Gesù?” io risposi sgomento “E la casa, e i miei cari, e i miei sogni?”

“Otterresti da me cento volte quel che perderai” ripeté Egli levando la mano dal mio petto e guardandomi fisso con quegli occhi profondi e chiari.

“Ah! Io non posso, Gesù…..” feci, dopo un momento di perplessità, vergognoso e avvilito, lasciandomi cader le braccia sulla persona.

Come se la mano, di cui sentivo il principio del sogno l’impressione sul mio capo inchinato, m’avesse dato una forte spinta contro il duro legno del tavolino, mi destai in quella di balzo, stropicciandomi la fronte indolenzita. E’ qui, è qui, Gesù, il mio tormento! Qui, senza requie e senza posa, debbo da mane a sera rompermi la testa.

 LUIGI PIRANDELLO

 

Posted in libri | Leave a comment

UN TIPO TRANQUILLO

Marco Vichi

Guanda editore

Siete sicuri di non avere dentro di voi una bestia immonda capace di realizzare il più turpe dei vostri desideri?

Siete sicuri che resterà sempre in letargo?

Qualunque sia la risposta vi dico che c’è.

Che un giorno potrebbe svegliarsi, rompere i legacci e scatenarsi per il suo univoco piacere che è il vostro inconfessabile desiderio segreto.

Mario Rossi, il protagonista dell’ultimo romanzo di Marco Vichi “Un tipo tranquillo”, questa bestia ce l’ha. Non sapeva d’averla e quando lo ha scoperto credeva pure di domarla, ma rotta la catena, la bestia ha soddisfatto il suo desiderio rosso e vivo e la tela si è imbevuta avida come un prato.

Mario Rossi, un uomo tranquillo, come tanti.

In lui è tutto ok. Ogni cosa è tranquilla. E “tranquilla” vuol dire avere una cuccia, uguale alle altre. Mediocre, comune, scontata, dozzinale. In una sola parola: “Sicura”. Tutto sicuro e tranquillo a cominciare dal suo nome. Anonimo.

Per  63 anni, Mario Rossi è andato a spasso con la sua bestia rinchiusa nella scatola.

A spasso con lui in tutti i luoghi, in ogni circostanza.

Per tutti gli anni della sua tranquilla esistenza, la bestia è stata con lui.

Non aveva neanche pensato d’averla, ma un fatto comune. Una circostanza imprevedibile, ma naturale, l’ha svegliata. E questa ha dovuto rincorrere tutto il tempo perso, fino a strapparlo con i denti, fino alla vita stessa.

Un tipo tranquillo è un gran bel romanzo e Marco Vichi è uno scrittore sensazionale, un narratore del nostro tempo, maestro nel descrivere la psiche dell’italiano medio, che vive le angosce e le solitudini in una gabbia sicura dalle fondamenta standard, piatte, monotone, abitudinarie.

Mario Rossi è un tipo insoddisfatto e domato. Desideroso e appagato dal “nulla” comune. Vestito di una personalità insignificante, sicura e mediocre.

La struttura del romanzo ha una costruzione naturale, intelligente e soprattutto perfetta a livello psicologico, con un’alternanza di personaggi semplici e complessi allo stesso tempo, affogati nella mediocrità borghese, dove alla fine, risalta solo la felicità illusoria data dal modello negativo.

Quando si sveglierà la bestia dentro al tipo tranquillo, e sarà libera di  fiutare il limite delle convenzioni, allora sarà facile per lei avere la meglio sul mediocre domatore e trascinarlo nel baratro della sua autoconsapevolezza dei desideri insani.

Il finale del libro è imprevedibile.

Deve essere assolutamente metabolizzato prima di esprimere un qualsiasi giudizio, perché ha la forza potente di sprigionare elementi contrastanti fra loro, scuotendo i limiti della fantasia del lettore che ha dovuto aspettare la fino alla fine il compimento della metamorfosi del protagonista.

Un tipo tranquillo è indubbiamente un romanzo degno di stare in libreria accanto al “Fu Mattia Pascal” e  “Lo strano caso del dottor Jekyll e del sig. Hyde”.

Ogni secolo ha la sua bestia.

Ivo Tiberio Ginevra

Posted in attualità, cinema, cultura, gialli, libri, magazine, noir, quiz, recensioni, scrittori, Uncategorized | Tagged | Leave a comment

Si fosse n’auciello

Si fosse n’auciello, ogne matina
vurria cantà ‘ncoppa ‘a fenesta toja:
“Bongiorno, ammore mio, bongiorno, ammore!”
E po’ vurria zumpà ‘ncoppa ‘e capille
e chianu chiano, comme a na carezza
cu stu beccuccio accussì piccerillo,
mme te mangiasse ‘e vase a pezzechillo…
si fosse nu canario o no cardillo
Totò (Antonio De Curtis)
 
Posted in attualità, cinema, cultura, libri, magazine, Uncategorized | Leave a comment

TRAINSPOTTER

Gianfranco Manfredi

Feltrinelli Editore

Recensione di Ivo Ginevra

Chiedo subito scusa a Gianfranco Manfredi se non lo conoscevo come scrittore, ma la dritta me l’ha data Serge Quadruppani nell’introduzione al racconto “La matematica non è un’opinione” inserito nella raccolta AA VV edita Mondadori con il titolo “14 Colpi al cuore”.
Quadruppani, e non è certo l’ultimo arrivato, scrive di Manfredi: ”….passando per il giallo ….considero Trainspotters un lavoro esemplare per rigore d’intreccio e forza dei suoi personaggi”.
Ovviamente con una presentazione di questo tipo non potevo fare a meno di leggere Trainspotter, ma trovarlo non è stato facile perché il libro edito dalla Feltrinelli non è più in catalogo. Comunque, con un po’ di fatica e grazie alla famiglia di Internet l’ho trovato e posso tediarvi con una mia recensione.
Dico subito che n’è valsa la pena perché il romanzo è davvero bello ed anche se pubblicato nel 1989 resta spaventosamente attuale.
La storia cattura subito e focalizza in modo eccellente la figura del protagonista, già da quando era bambino e viveva “…in quel piccolo asfittico buco di provincia”, infatti, allo zio che se lo portava via in macchina “decantando le meraviglie della città con le opportunità che avrebbe trovato”, alla domanda “Ti sei mai chiesto cosa vuoi fare da grande?” Sacha rispondeva semplicemente: “Voglio guardare i treni”.
E Sacha da semplice appassionato di treni diventa un Trainspotter. Uno di quelli, convinti, ossessivi. Uno di quelli che trascorre ogni momento libero della sua vita a studiare locomotive, linee ferroviarie, orari, treni. Uno che vive fino in fondo l’aria che si respira nelle stazioni, fra i binari ed i risucchi rapidi del vento smosso dai vagoni. Sacha è uno che erra sulle traversine fotografando, catalogando. Studiando. E proprio in uno di questi vagabondaggi inizia il suo ineluttabile destino mirabilmente narrato da Gianfranco Manfredi. “……la processione dei vagoni sembrava interminabile. Sacha avrebbe quasi potuto toccarli. Faticava a tenersi dritto eppure non faceva nulla per scostarsi, come perso in una fantasticheria. Ebbe la sensazione di un rallentamento infinito mentre il vagone numero 6 gli scivolava davanti…. Una ragazza dai capelli azzurri… tutto era azzurro…un braccio scuro levato, un martello calato con forza… uno schizzo nerastro sul finestrino. La fuga dei vagoni si perdette stridendo, risucchiata da una galleria”.
Mai ho letto nella mia vita una descrizione d’omicidio più bella di questa. C’è tutto. Sorpresa, originalità, suspence, introspezione e soprattutto interrogativi. Molti.
Il bello di questo romanzo è che solo dopo poche pagine hai in tasca oltre al protagonista anche tutti i personaggi della storia, nonché i luoghi e contorni dell’azione straordinariamente descritti: “Alle prime luci dell’alba, lo scalo di Lenz era abitato da poche persone silenziose, creature intermedie tra la notte e il giorno, isolati passeggeri in attesa di un locale, con la faccia del primo caffè. Nessuno badava a nessuno”.
Per non togliere al lettore il piacere di leggere Trainspotter smetterò di raccontare l’allucinate intreccio della storia, ma non posso tacere sulla magistrale descrizione psicologica dei personaggi co-protagonisti, e lo farò riportando le parole dello scrittore a proposito di Stepanie e Alex, per farvi capire quanto magistrale è stato il tocco di Manfredi… “Ma Stephanie era un’altra cosa. Non mancava di stupirlo la sua arrendevolezza, quell’incredibile dote di obbedirgli in tutto con l’aria di farsi i fatti propri. Alex si sentiva sempre in debito con lei e reagiva insultandola, picchiandola, ma Stephanie era un muro di gomma, più dipendeva da lui e più lo faceva sentire dipendente. Perché non si accorgeva di avere delle tette da gran premio, un culo da favola, una pelle profumata, morbida, da gran puttana? perchè non forzava mai un gesto, uno sguardo, perché non sfruttava tutta la carica sessuale che si ritrovava?”
Vale la pena di fare apertamente gli elogi a Gianfranco Manfredi per com’è riuscito a riassumere tutte le caratteristiche peculiari della tipologia d’assassini seriali nella coppia formata da uomo/donna (Alex e Stephanie) oggetto degli studi della moderna psicologia criminale. La psicologa Jennifer Furio nel suo Team Killer. A comparative study of collaborative criminals, sintetizza 7 punti caratteriali nei binomi criminali ed il nostro autore li ha compresi tutti e sette all’interno dell’accoppiata mortale Alex Stephanie, infatti:
1. la donna è generalmente più giovane dell’uomo;
2. nella maggioranza dei casi l’uomo e la donna sono partner sessuali;
3. la donna conosce il suo partner in età giovanile 20/25 anni e sempre in un momento di estrema vulnerabilità emotiva;
4. la coppia agisce pianificando gli obiettivi, infatti la donna generalmente fa da esca per attirare la vittima;
5. il partner femminile è parte attiva nei delitti e asseconda i disegni criminale del compagno per la paura di perderlo e di restare sola;
6. L’uomo è il demiurgo della coppia e controlla ogni azione della donna, manovrandola in ogni circostanza;
7. La donna nel perdurare delle azioni delittuose diviene insicura e nutre del rancore nei confronti del compagno, pertanto è pronta a tradirlo, oppure a confessare i crimini sostenendo la difesa di essere stata manipolata.
Queste caratteristiche sono tutte insite nella storia della coppia criminale dov’è applicata con lucidità scientifica la teoria della “dominanza” con un Alex perverso e malvagio e una Stephanie fortemente debole sul piano psicologico. I due una volta uniti in coppia formano una perfetta interazione “incube-succube”, dove s’intenderà per incube la personalità dominante dell’uomo e succube quella suggestionabile della donna.
La storia di Alex e Stephanie è quella tipica di una coppia di serial killer formata nella stragrande maggioranza dei casi, così come avviene nella realtà, con il rapporto di dominanza dell’uomo soggetto incube e della donna soggetto succube. Dove l’uomo è sempre il dominante.
In conclusione Trainspotter è un romanzo strano, ben congegnato. Sembra statico, eppure si muove. È una continua metamorfosi psichica col suo inevitabile divenire freddo e spietato, dove tutti i termini usabili come ossessivo, folle, morboso convergono nel binario di Sacha e sfrecciano sulle rotaie fino a travolgere, eventi, vite, in “uno schizzo nerastro” di devastante ossessività generale, dove vittime e carnefici sono ingoiati dal nero tunnel di una galleria.
Tutto lo svolgimento del romanzo è imprevedibile, incalzante e strano. Il finale assolutamente piacevole e geniale, dove la sudditanza psicologica lascia il passo alla folle logica efferata del delitto.
Trainspotter è davvero un bel romanzo e sarebbe più che giusto, dovuto, che la Feltrinelli ripubblicasse questo mirabile esempio di scrittura noir.
“ Il 321 ha già dodici minuti di ritardo.”
“ E’ importante?”
Sacha non rispose. Guardava la massicciata. Erano seduti in macchina ad una decina di metri dai binari, su un prato bruciacchiato, senza luna e senza luce, solo le luminescenze verdastre del quadro dei comandi e la sigaretta accesa di Rita.
Leggetelo….se lo trovate!!

Ivo Tiberio Ginevra

Posted in attualità, cinema, cultura, libri, magazine, Uncategorized | Leave a comment