Concetto al buio

  

E perciò, visto che sei il più grandissimo, fai una cosa piccola per me, caro gesù: da adesso in poi, e per tutto il tempo del mio racconto, non ti mettere nessuna espressione, fatti di niente, ascolta la storia che infilerò dentro al foglio e non spiccicare parola, perché solo così potrò scrivere senza vergogna tutto quello che è successo, solo così potrò azzerare per poi ricominciare daccapo… e allora ci stai a questo giochetto? ci stai a scancellarti da ogni dove? grazie gesù mio, allora schiodati dalla croce e scomparisci, per favore.

Un libro di ROSARIO PALAZZOLO edito Perdisa Pop
A Palermo c’è un ragazzino segregato in una stanza buia. Due donne hanno appena sprangato con delle assi di legno la sua porta, per lasciarlo morire d’inedia. Nel frattempo scorre come un diario una lettera a Gesù crocifisso: una storia segreta e difficile, con un padre silenzioso, una madre arcigna, un prete che impartisce supplizi morali… Di chi è questa storia? E chi è quel ragazzo?
RECENSIONE
Frugo in libreria alla ricerca di un qualcosa d’astruso da leggere.
Ho voglia di un testo complesso, difficile, magari pieno di quelle universali realtà, ma corto rigorosamente corto. L’occhio mi cade su Concetto al buio un piccolo libro dalla veste grafica elegante edito da Perdisa Pop, quindi con alle spalle la regia di quel consumato demiurgo di Luigi Bernardi, “una garanzia” mi dico. L’autore del romanzo è Rosario Palazzolo, mio conterraneo, le pagine 120, costa poco, ha tutto quello che cerco, lo prendo.
Scopro subito che sono stato ingannato dal titolo.
Concetto non è un’idea, un pensiero in genere. Volendo usare lo stesso linguaggio del narratore (per il signor Zanichelli, che ha scritto il vocabolario che c’ho io, concetto vuol dire nozione che la mente si fa di ciò che è qualcosa e sta tra le parole concessore e concezionale) e io allora non mi faccio persuaso perché Concetto è in realtà il nome di un adolescente che vive in un degradato quartiere di Palermo.
Ho parafrasato il modo di esprimersi di Concetto per far capire subito che il linguaggio è uno dei tratti geniali di questo romanzo.
Rosario Palazzolo, prestato dal teatro alla narrativa, ha trasmesso in quest’opera il frutto esasperato di una sua personale ricerca stilistica della lingua parlata, intrisa anche di humour e d’espressioni dialettali, che in bocca ad un ragazzino danno uno spessore indimenticabile ed una forza drammatica inaudita a questa storia di miseria umana.
Concetto al buio vive anche di un altro esercizio stilistico, consistente nella sensibile riduzione della punteggiatura e nell’eliminazione delle maiuscole, il tutto all’interno di periodi incredibilmente lunghi e a tratti di proposito sgrammaticati.
Il combinato disposto di queste due regole stilistiche rigorosamente applicate dallo scrittore forma un mix d’inaudita forza emotiva alimentata di continuo dalla semplicità di una voce narrante al buio. Quella appunto di Concetto, tredicenne che sa di morire in modo orribile senza aver colpa alcuna, come agnello sacrificale sull’altare della menzogna. Il romanzo è, infatti, il trionfo della falsità, della grettezza morale sulla nobiltà d’animo, della cattiveria dei grandi sull’innocenza dei più piccoli e dei più deboli.
È una storia dove la speranza non esiste e al suo posto c’è solo una cupa disperazione narrata da una voce al buio che sa di morire. Dove il buio amplifica la forza drammatica del racconto e dove Concetto non è più un nome, ma il simbolo della verità che va taciuta, o meglio raccontata ad un Gesù attraverso un monologo trascritto in un diario testimone dell’assurda tragedia dell’uomo saldamente legato all’ipocrisia di una morale insensata spinta fino al parossismo della tragedia.
Il nostro tredicenne protagonista, nonostante la sua giovane età, è già stato ampiamente forgiato dalla vita degradata del quartiere dove vive, dalla prima tragedia familiare, dall’incomunicabilità totale con i suoi genitori e i parenti, e da dio che attraverso il suo ministro lo profana nel corpo e nell’anima.
Il nostro protagonista è disarmante nella sua semplice comunicazione della verità ed altrettanto semplice è vedere come il mondo esterno lo fa tacere con le sue complicate e incomprensibili regole legate alla cultura dell’omertà e del pensiero di quello che dice la gente. Due tematiche tanto care a Pirandello che per anni ha sviluppato nei suoi lavori e che oggi sembra aver lasciato in eredità a Rosario Palazzolo.
Basta, non voglio dire altro perché è evidente il mio apprezzamento per quest’opera dai tratti geniali e ringrazio l’autore per avermi dato questo gran piacere inventando un nuovo originale modo di scrivere.
NO! Ripensandoci ho una cosa da dire, ma è rivolta alle grandi case multinazionali dell’editoria: Finitela di pubblicare solo autori di best-seller che spesso non hanno nulla di best se non le solite tematiche trite e ritrite. State appiattendo tutto. Fate un salto nelle vostre stesse librerie per accorgervi dell’eguaglianza tematico-letteraria disarmante che state creando. Date spazio a nuovi autori di talento che devono essere conosciuti per la bellezza delle loro storie e la grandezza dei loro contenuti. Lasciate a casa, o specialmente all’estero qualche orribile best-seller e dedicatevi al vostro nobile mestiere d’editori pubblicando anche chi vale ed ha qualcosa di buono, o di nuovo da dire.
In conclusione sono 120 pagine di frustate dove la voce di Concetto al buio ha la stessa forza di un cappio che stringe lentamente la sua morsa fino in fondo. Il fondo dell’impotenza di una verità “buttanissima.”
Ivo Tiberio Ginevra
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