Il cigno nero: realtà o psicosi? Un tentativo di analisi

Il film Il cigno nero racconta la traumatica scoperta interiore realizzata da una giovane e promettente ballerina del New York City Ballet. Nina vorrebbe interpretare sia Odette, il delicato ed innocente cigno bianco, che Odile, la sensuale e oscura regina dei cigni, ne Il lago dei cigni di Čajkovskij, ma per farlo deve prima entrare in contatto con l’altro che vive dentro di lei. Questa conoscenza che normalmente dovrebbe liberarci da impulsi, conflitti e resistenze interne diventa per lei fatale: le forze negative che Nina nasconde, infatti, la conducono verso l’autodistruzione e forse anche la morte. E’ molto difficile poter affermare con sicurezza quale sia il destino finale della protagonista: Nina infatti scena dopo scena si trova sempre più vicina alla schizofrenia, in preda a paure, incubi e manie, sospesa in una sorta di mondo a metà tra realtà e allucinazione. Lo spettatore vede quello che succede attraverso i suoi occhi e, per questo, non può dare un’interpretazione completamente oggettiva degli eventi. Se Nina nel penultimo atto sembrava aver elaborato e risolto la sua libido negativa riuscendo finalmente ad interpretare il cigno nero e facendo felice il suo maestro, nell’ultimo atto rientra nella sua patologia contraddittoria fino ad arrivare ad autopunirsi conficcandosi un pezzo di specchio nell’addome. Qui sembra quasi che la conflittuata e debole personalità del cigno bianco venga definitivamente uccisa dal cigno nero, stufo di dover vivere nascosto e solo a sprazzi: Nina percepisce il suo lato oscuro come un elemento che l’attrae e l’allontana al tempo stesso ma che non riesce forse a rielaborare del tutto, vuoi perché la sua psicosi è ormai troppo avanzata e la tensione troppo forte o perché trova la sua seconda personalità contraddittoria. E’ proprio Odette/Nina infatti a morire sul palcoscenico dopo aver dato un ultimo sguardo alla madre, come a voler ripercorrere tutta la sua vita riassunta in quel rapporto stretto, perverso, dinamico e incombente da cui ha sempre cercato di liberarsi ma in cui alla fine è tornata con un ultimo sforzo di masochismo estremo. Restano da considerare infine le ultime parole di Nina: “Lo sentivo. Perfetto. Era perfetto!”. Queste sottolineano come probabilmente la ballerina sul finale ritorni ad essere autocentrica e ossessionata dalla ricerca ostinata della perfezione e il suo lato oscuro sia di nuovo nascosto. Nina ha interpretato il cigno nero meglio di chiunque altro ed è morta come quello bianco, sfiorando per un attimo una libertà che in vita non aveva mai raggiunto: nella sua mente è finalmente soddisfatta. Ma anche qui non siamo sicuri di cosa sia vero e cosa sia solo frutto della psicosi della protagonista.

Gli ambienti in cui si svolge Il cigno nero sono per lo più interni poco illuminati o comunque rischiarati da luci artificiali e lampade. Troviamo soprattutto gli ambienti del teatro, quindi sale prova, camerini e corridoi dove i ballerini sostano in attesa di cominciare: questi sono freddi, impersonali, spettrali e frustranti e si ammantano dello spirito reattivo e contraddittorio degli artisti. In particolare le sale sono ampie ma circoscritte, quasi separate dal mondo esterno e lasciano un senso generale di claustrofobia ed inquietudine negli occhi di chi guarda. Il colore predominante è il bianco ma tutto riesce comunque a risultare cupo. La presenza frequente di specchi ci rivela inoltre una realtà sgranata e divisa, sempre ritornando al tema del doppio. L’alternanza di luce e buio durante le prove di Nina è molto simile all’alternarsi costante del suo io contraddittorio: quando si spengono le luci arrivano le forze negative e con esse il lato oscuro e la protagonista è vittima di allucinazioni. Anche la casa di Nina è un chiaroscuro di luci e ombre e sembra quasi vista a lume di candela, anche perché la ragazza vi ritorna solo la sera: la sua stanza è più chiara ma coi suoi toni di rosa bambinesco viene comunque percepita come strana e angosciante. Ogni ambiente che Nina frequenta, dal locale con Lily all’ospedale dove va a trovare Beth, è investito dalla sua interpretazione della realtà e dalle sue problematiche e diventa per questo in un certo senso una creatura della sua mente. Il teatro dove si svolge la prima de Il lago dei cigni infine è un ambiente a sé caratterizzato dal balletto coinvolgente e avvolgente, quasi fosse un film nel film: qui finalmente il lato oscuro di Nina riesce ad emergere e qui le sue allucinazioni arrivano al loro punto massimo.

Il registro visivo è dominante: le scene, soprattutto quelle girate in interni poco illuminati, sono violentemente emotive ed esprimono perfettamente i pensieri contorti e contraddittori della protagonista. Anche se lo spettatore rischia spesso di restare interdetto di fronte alla confusione e ai problemi di Nina, riesce per lo meno in parte a comprenderla e ha la possibilità inoltre di dare ad alcune scene una diversa interpretazione, a seconda della sua disponibilità recettiva del momento o forse anche del suo rapporto con il suo lato più nascosto. L’alternarsi di luce e ombra, chiaro e scuro genera nel cuore di chi guarda degli sbalzi emotivi notevoli.

I contesti in cui il film Il cigno nero si svolge sono essenzialmente quelli relativi al mondo del balletto, con tutte le tensioni e le sfide che questo ambiente propone ai suoi protagonisti. Il cigno nero è una pellicola che appartiene al genere thriller psicologico, per questo le insicurezze e le ossessioni della protagonista vengono filtrate ed espresse in modo cupo e fantastico e gli ambienti ne diventano saturi. In realtà il regista ci racconta il problema della ballerina Nina che sogna, nonostante la malattia di cui non è per nulla consapevole, di riuscire ad interpretare con successo Odette e Odile ne Il lago dei cigni. I toni non sono mai pacati ma quasi sempre lividi, profondi e sconcertanti, tanto da far sussultare lo spettatore più volte. Le immagini di questo film parlano da sole con una forza espressiva inaudita.

Il registro verbale è rappresentato da frasi dirette, allusive ed evocative che, nonostante l’apparente semplicità, nascondono sicuramente un livello sotterraneo di significato molto profondo. Trattano vari argomenti ma soprattutto la ricerca della perfezione e quella del proprio lato oscuro come modo per potersi conoscere ed esprimere meglio, sia dal punto di vista “normale” che da quello patologico di Nina.
Le voci dei personaggi sono spesso e volentieri basse, i dialoghi a volte sussurrati e ammiccanti. Le parole risultano mordicchiate e nervose, pronunciate in ambienti ampi e ovattati che le distorcono.
Nonostante sia un film ambientato nel mondo del balletto non abbiamo utilizzo di termini tecnici quindi il linguaggio è pienamente comprensibile. Abbiamo invece una possibile asimmetria comunicativa per quanto riguarda il modo distorto di leggere la realtà di Nina, a volte poco immediato per lo spettatore ma che risulta in parte più chiaro sicuramente ad una seconda visione più attenta.
Il film non è in realtà ricchissimo di dialoghi e frasi peculiari come potrebbe sembrare: è molto importante secondo me l’utilizzo della pause e dei silenzi che scandiscono i momenti di angoscia della protagonista e si alternano alla luce e al buio.
Il cigno nero comincia come una sorta di favola ovattata e onirica anche se è già presente una punta di inquietudine. Nina racconta di aver fatto un sogno assurdo in cui interpretava il cigno bianco. Da qui in poi l’atmosfera si fa sempre più cupa e trasfigurata.
Tra tutte le frasi legate al significato più profondo del film troviamo sicuramente il consiglio che Thomas Leroy rivolge a Nina: “L’unico vero ostacolo al tuo successo sei tu: liberati da te stessa. Perditi, Nina.”. Queste parole rappresentano sicuramente l’obiettivo della protagonista: allontanarsi dalla ricerca continua della perfezione, lasciarsi andare alle emozioni ed entrare finalmente in contatto con il lato oscuro che ha dentro di sé. Solo così Nina può essere un cigno nero efficace guidato da seduzione, impulsi finalmente liberi e maturità acquisita. Diversamente rischia di rimanere per sempre l’ideale di ballerina fragile e piena di paure che cerca senza successo di emergere. Nina non sa precisamente come affrontare questa sfida anche perché è del tutto ignara dei suoi problemi: questi si esprimono con forza davanti agli occhi dello spettatore ma per lei restano in un certo senso a livello inconscio. Durante il film tutti cercano di aiutarla a far emergere questo suo lato così ben nascosto: alcuni la stuzzicano, altri la provocano, in modo sempre piuttosto doloroso. Come ci trovassimo di fronte ad un’attrice, seguiamo passo dopo passo la costruzione del personaggio di Odile che viene alla luce una piuma per volta: questo lavoro però, a differenza di un normale studio di interpretazione per una parte, scappa di mano a Nina, ne prende a tratti il sopravvento e si esprime in una dimensione onirica che la protagonista vive in modo patologico. In un certo senso è un po’ come essere presenti in un backstage o ad un making of delle riprese.
Nella costruzione del personaggio un passo fondamentale è l’allontanamento da una madre sempre troppo presente che non le permette di crescere. La sera della prima alla domanda della madre “Dov’è finita la mia bambina?”, Nina risponde “Non esiste più!”. La struttura del registro verbale è però in un certo senso circolare in quanto si inizia trattando la ricerca della perfezione e con essa si termina. Le ultime frasi del film, che poi sono anche quelle di Nina, risultano infatti: “Lo sentivo. Perfetto. Era perfetto!”. Anche se in realtà si tratta di una perfezione diversa: non più solo una ricerca ossessionata di controllo ma anche la capacità di lasciarsi andare, almeno durante l’interpretazione di quel cigno nero. Leroy infatti le ricorda spesso: “La perfezione non sta solo nel controllo. E’ anche nel lasciarsi andare”.

Il registro visivo è in rapporto in parte con il registro verbale ma soprattutto con quello sonoro: l’alternanza di luce ed ombra è seguita dal sonoro che da pacato diventa cupo e angosciante anche grazie alle pause e agli strappi improvvisi di volume. Le immagini e la musica agiscono dove le parole sembrano fallire e non andare in profondità.

I personaggi non sono molti. Nina Sayers è la protagonista del film e intorno a lei ruotano tutti gli eventi e gli altri personaggi. Gli attori sono tutti credibili, sia Vincent Cassel nel ruolo del coreografo Leroy che Mila Kunis nei panni della rivale Lily. In particolare Natalie Portman, che ha anche vinto l’Oscar come miglior attrice per il personaggio di Nina, ci regala davvero una delle sue interpretazioni più profonde e sofferte.

Nina Sayers è una giovane ed ambiziosa ballerina del New York Ballet che, decisa ad interpretare Odette ne Il lago dei cigni, deve imparare anche la parte della oscura Odile. Per farlo deve prima liberarsi dall’ansia di perfezione, lasciarsi andare e rompere gli schemi e tutto ciò che la imprigiona. Nina vorrebbe inoltre fuggire dal rapporto con una madre incombente e insoddisfatta che la vuole sempre bambina e dipendente da lei; per questo arriva ad autopunirsi graffiandosi pesantemente la schiena come forma di compensazione. Dorme in una stanza dai colori e dall’arredamento infantile e prende sonno tutte le sere al suono di un carillon con sopra una ballerina che la madre le mette vicino al letto. Nina è autocentrica e monotematica, pensa infatti solo al balletto ed è affetta da sindrome borderline schizoide, al limite della schizofrenia, anche se non ne è cosciente. Presto però il lavoro per interpretare il cigno nero si rivela più difficile del previsto e le tensioni sempre più insopportabili. Per questo Nina diventa quasi subito preda di ansie, paure, incubi, pulsioni di libido primaria e manie e per lei il punto di non ritorno viene raggiunto con l’arrivo di Lily, una ragazza sensuale e sicura di sé che diventa la sua controfigura e possibile rivale per il ruolo di Odette. Nina percepisce il limite tra realtà e fantasia come labile e poco definito: vive allucinazioni e attimi di dimensione onirica in modo patologico, momenti in cui si fa del male o crede di farne ad altri e in cui confonde la realtà con la proiezione di quello che vorrebbe o non vorrebbe.

Erica Sayers è la madre di Nina. E’ una presenza incombente e soffocante che domina la figlia in tutti i modi e la vorrebbe sempre piccola. Gratifica, ricatta e ossessiona Nina con gli alimenti, costringendola a mangiare anche quando non ne ha voglia: per questo la protagonista ha un pessimo rapporto con il cibo ed è molto magra. Da giovane Erica era ballerina ma sostiene di aver abbandonato la carriera per diventare madre: in questo modo accusa Nina e le riversa addosso tutti i rimpianti e i sensi di colpa.
Il rapporto con la madre è una dinamica negativa e perversa da cui la protagonista vorrebbe ma non può liberarsi del tutto perché troppo forte e radicato: inizialmente sembra riuscirci quando sul finale rompe il carillon e fugge da casa ma poi ritorna nel suo stretto abbraccio. Uno degli ultimi sguardi di Nina sarà infatti per la madre, come a volersi ancora autopunire. In questa scena Erica sembra quasi chiederle perdono come se avesse capito il male che le ha provocato, ma ormai è troppo tardi.

Lily è la controfigura che ossessiona Nina e che le può rubare l’interpretazione e il ruolo del cigno nero, quello che la protagonista non avrebbe mai voluto essere razionalmente ma che sensibilmente ha dentro. E’ una ragazza sensuale e diretta che conduce una vita apparentemente sregolata e trasgressiva: introduce Nina alle droghe e la porta in un locale dove le insegna a svagarsi in compagnia degli altri. Sebbene sia subdola nei confronti della protagonista, che per lei prova una gelosia distruttiva, è probabilmente più tranquilla e mite di quello che sembra. E’ spesso e volentieri sadica ma i suoi occhi sono dolci ed espressivi rispetto a quelli volitivi della protagonista. Nina bacia Lily e ha un rapporto con lei ma non riusciamo a capire perfettamente se questo sia il sogno derivato dal desiderio represso di amare il proprio lato oscuro o solo un’altra allucinazione.

Thomas Leroy è il coreografo del balletto e anche una sorta di padre padrone punitivo, incombente e maschilista. Usa gli altri e poi li butta via, un po’ come ha fatto con la sua ex prima ballerina Beth, con cui inizialmente ha creato un rapporto di dipendenza e subordinazione e poi se ne è liberato. Vive con la proiezione di quello che vorrebbe essere ma non si accetta per quello che è. Leroy ha nei confronti di Nina un atteggiamento strano e perverso: da un lato sembra volerla aiutare a far affiorare il suo lato più nascosto per interpretare in modo corretto il cigno nero, dall’altro deforma l’animo della ragazza già fragile di suo con comportamenti ambigui e persuasioni verbali.

Beth è l’ex prima ballerina di Leroy costretta a cedere il posto alla protagonista. In un incidente si rompe le gambe e Nina va a trovarla in ospedale per riportarle anche gli orecchini e il rossetto che le aveva preso e che le trasmettevano forza e maturità. Qui non riusciamo a capire precisamente cosa sia vero e cosa no ma Beth rappresenta forse il personaggio della ballerina che, ormai alla fine della carriera, dopo essere stata ossessionata per tutta la vita da rivalità, tensioni e ruoli da interpretare e dopo essere stata abbandonata dal suo coreografo, non riesce più ad affrontare la realtà e affoga i dispiaceri nell’alcool. E’ un personaggio fosco e inquietante.

I dialoghi tra i personaggi sono in apparenza piuttosto diretti e semplici ma nascondono correnti sotterranee di significato molto profonde e forti. In realtà il dialogo più importante è forse quello che avviene all’interno di Nina tra il suo io esplicito e quello nascosto dentro di lei.

Il regista è l’americano Darren Aronofsky, autore sempre attratto da tutto quello che nella vita è strano e spesso incomprensibile. Il suo stile di regia è per questo provocatorio, ossessivo e nel caso de Il cigno nero anche inquietante. Avvicinandosi molto all’horror come genere e volendo spettacolarizzare la problematica di Nina, il regista ci mostra anche scene crude e spesso raccapriccianti di ferite, autolesioni e sangue.
Non abbiamo un narratore classico onnisciente ma vediamo gli avvenimenti con gli occhi di Nina. Questo a volte può creare qualche problema di comprensione.
Non ci sono variazioni temporali; il tempo scorre in modo abbastanza continuo ma, a causa delle impressioni distorte e allucinazioni di Nina, la realtà risulta comunque a tratti difficile da interpretare. A volte il tempo del film sembra quasi dilatarsi nello spazio e rallentare le nostre percezioni in pause interminabili.
La videocamera passa dalla tranquillità di scene che appaiono quasi ferme alla concitazione quando l’anima di Nina comincia ad agitarsi. Abbiamo inoltre una presenza massiccia di primi piani soprattutto interni di Nina e di Nina in compagnia degli altri personaggi che la circondano. La protagonista è sempre presente sulla scena. L’uso della luce determina chiaroscuri inquietanti e claustrofobici e l’alternanza di luce e ombra sottolinea ancora una volta il dualismo del cigno.

Nel finale la personalità di Nina si sfalda completamente e la ballerina saluta il suo pubblico e la sua vita nei panni della fragile Odette che, abbandonata dall’uomo che ama, si getta da una rupe e muore. Questa è una conclusione sconcertante che fa sicuramente riflettere lo spettatore ma che lascia comunque la possibilità di un’interpretazione personale.
Il cigno nero è quindi in definitiva un film che riflette sul lato oscuro che ognuno di noi ha dentro di sé e dovrebbe imparare a conoscere per poter essere poi più libero e rilassato. La scoperta dell’altro, le tensioni e le paure portano però Nina al lento sgretolarsi della sua personalità e alla morte sul palcoscenico, sempre che di morte si tratti davvero.

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