Vento.

L’inverno è alle porte, e anche a Palermo c’è una parvenza di freddo: che poi, si sa, non è il freddo il problema, signora mia, è l’umidità; sta di fatto, però, che Mohamed passa le notti in una tenda sbilenca montata malamente in un’aiuola, e io temo l’arrivo dei rigori invernali con un’apprensione che sfiora il panico. La scorsa settimana, la città è stata spazzata da un violento vento di burrasca; per un’intera notte sono stata nascosta ad occhi sbarrati sotto il piumone, ad ascoltare il sibilo del vento e i piccoli tonfi delle mie piante che cadevano, pensando a Mohamed e alle sue bestiole che planavano sul Foro Italico come l’uccello di fuoco sul tappeto volante. Abbiamo passato la sera a chiamarlo, Ste ed io e anche Mirella, con Ste che componeva freneticamente il numero e poi metteva in vivavoce per farci sentire gli squilli a vuoto e la vocetta registrata della signorina della compagnia telefonica che diceva che no, Mohamed non aveva risposto, riprovi più tardi, grazie.

Il giorno dopo abbiamo fatto il computo dei danni: sul nostro balcone abbiamo trovato il bonsai di ulivo completamente sradicato, molti vasi spaccati, una piantina di pomodoro è proprio scomparsa, sarà volata giù. Siamo andate da Mohamed e la tenda era miracolosamente in piedi: probabilmente, le bottiglie d’acqua e le cianfrusaglie di cui è piena l’hanno mantenuta saldamente ancorata al suolo. Tutto intorno, i vialetti erano pieni di rami spezzati, abbiamo avuto difficoltà a muoverci per raggiungere la solita panchina. Che cavolo hai combinato, Moha, perché non rispondevi ieri sera?, gli ho gridato subito col tono iisterico di una madre che cazzìa il figlio che fa tardi la sera senza avvertire. Non potevo sentire il telefono, mi ha risposto: c’era freddo e ho messo la cerata sul giubbotto, e il telefonino è in tasca, e la suoneria è bassa, e non l’ho sentito. Sei fatto vecchio, gli ho gridato in un orecchio: ed è fatto vecchio davvero, e dall’orecchio destro davvero non sente bene. Ma dov’eri?, gli ho chiesto di nuovo: dov’eri, eh, mentre il vento soffiava forte sulla città e io ero in ansia per te? Ero qui, mi ha risposto scrollando il capo e indicando la panchina. Sulla panchina?!, gli ho chiesto in tono scandalizzato. No, no, non sulla panchina, ha detto subito: e io ho pensato bene, lo vedi, non gli dai mai fiducia, sicuramente era in un posto sicuro e tranquillo, al riparo. E allora dove, di grazia, Moha, me lo spieghi?, ho chiesto per millesima volta. Lì, mi ha risposto: e ha indicato una seggiolina di legno a due metri dalla panchina. Lì?, ho gridato inorridita; sì, lì, mi ha risposto: nella tenda devo stare disteso e sono scomodo, sulla sedia invece non mi fa male la schiena, sto meglio, è comoda. Ma pioveva a dirotto, e il temporale, il vento, e i rami che cascano, oddio, ho provato a ribattere. Quando sarà il mio momento mi cascheranno in testa, imi ha detto con fare serafico: ieri non era il mio momento e infatti sto bene, ha concluso, come se fosse tutto assolutamente ovvio, lapalissiano. Ti pare che non lo so, che qua c’è un dormitorio?, ha ripreso, visto che non parlavo; lo so, ma non voglio andarci; voglio fare la mia vita, voglio sentirmi libero, voglio morire, quando sarà, con un ramo di albero in testa. Non cercare di convinceermi, ogni volta, a cambiare. Io non voglio cambiare.

E io, ecco, non ho saputo più cosa dire: e andando via ho pensato che forse è così, che anche quando sono le migliori intenzioni ad animarci non facciamo altro che cercare di cambiare le persone a cui vogliamo bene, invece che accettarle e comprenderle e lasciarle libere anche quando le loro scelte ci fanno stare male.

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