Una risata ci salverà (o forse no)

Come quasi tutto quello che ci circonda, Facebook è uno strumento che può essere utilizzato in maniera più o meno corretta e utile. Tra i suoi pregi, naturalmente, quello di avermi fatto conoscere molte persone a cui sono affezionata, e verso cui provo tenerezza, curiosità, simpatia. Tra i difetti, il fatto di vedere postate da giorni le stesse vignette di Snoopy, le stesse considerazioni sulla neve (che bella, che fastidio, che freddo, che magia, cheppallecostaneve), le stesse opinioni semi-urlate su tutto lo scibile umano, se la giocano con quello che per me è il primo della lista, cioè il fatto di favorire l’impelagarsi in interminabili discussioni quanto meno sgradevoli, se non sciocche e pretestuose. L’ultimo esempio risale a una manciata di giorni fa: un banale post, probabilmente mal espresso, sulla necessità di annoverare nel sommerso molte attività che puntellano le nostre giornate, ha scatenato una ridda di risposte che oscillavano tra l’inutilmente polemico e l’offensivo per l’intelligenza altrui. La tesi di partenza era che, posta la generalizzata lamentela sull’evasione fiscale, è facile rifarsi una verginità dichiarando la propria abilità nel richiedere sempre lo scontrino (operazione che, effettivamente, non costa richiede molta fatica fisica o mentale al postulante), ma è più complesso ammettere che molti di noi compiono azioni che, mettendo al bando l’ipocrisia, vanno annoverate nel calderone dell’evasione fiscale; per brevità mi ero riferita a chi integra lo stipendio dando ripetizioni, ma lo stesso discorso è applicabile a infermieri, fisioterapisti, logopedisti, baby-sitter, badanti (non stranieri, ché di essere messi in regola ne hanno bisogno, altrimenti il permesso di soggiorno non se lo possono procurare). Perché molti si augurano pene severe (al rogo! Impiccateli!) per i ricchi evasori e poi strillano e battono i piedi pur di non ammettere che un qualsiasi fisioterapista guadagna, con terapie private e chiaramente in nero, molto più di quello che dichiara? È indubbio, tutto il sommerso andrebbe stanato e punito, ma non c’è una sottile e non ammessa invidia alla base delle grida di giubilo per ogni blitz della finanza che colpisca chi si può permettere qualcosa che noi non possiamo avere e che, se avessimo, ci renderebbe scioccamente tronfi e fieri? Non c’è un enorme populismo, oltre a una grandissima ipocrisia, nelle parole di chi dice che le ripetizioni le danno solo i ragazzi, per brevi periodi e perché non c’è lavoro? Cavolo, capiamoci: che non ci sia lavoro lo so molto bene. Che si debba scendere a compromessi, essendone più o meno fieri, è abbastanza evidente. E non mi sognerei mai di dire che chi dà ripetizioni sia una persona moralmente indegna; però avanti, ammettiamolo: non è esattamente per il bene della collettività, che lo fa.

Tra i portati deteriori del berlusconismo, uno dei più fastidiosi è il ricorso costante al “fatevi una risata, non siate parrucconi”; la discussione di cui sopra si è conclusa proprio così, col solito post delatorio e allusivo che tuonava sulla necessità di farsi una risata: be’, io rido spesso, e sgangheratamente, piegandomi su me stessa e lacrimando e andando in apnea, ma non sempre e non solo sarà una risata a salvarci. A volte, più che ridere, servirebbe riflettere.

Il libro di oggi l’ho consigliato molte volte (e lo so che non ti piace, laMate, ma sono costretta a ribadirlo!), ed è Allegro occidentale di : nessuno come lui è in grado di ammettere tante pessime abitudini comuni a tutti noi.

6 thoughts on “Una risata ci salverà (o forse no)

  1. a presunzione spero di far parte della categoria di persone del primo capoverso. grazie. per il resto… hai ragione, come spesso. anche io, l’ ho già confessato, ogni tanto, più che evadere, ho fatto evadere. in cambio di uno sconto, lo riconosco. dentista, idraulico, magari anche quello della pizza al taglio. e non sempre mi sono sentita colpevole, ogni tanto mi sono anche impuntata, quasi sempre non torno in un posto dove, se chiedo lo scontrino fanno facce strane. per il resto… credo che fb (ma sono una befana brontolona) non sia un posto adatto per fomentare discussioni. per lo meno quando le persone con cui colloqui non le conosci bene. a volte si scrive una battuta, anche se non proprio felicissima, e si viene travisati, a volte si commenta cercando di mitigare uno scazzo e se ne provoca uno più grosso. e non sempre si ha il tempo, la voglia, o la capacità di rimediare. non sempre una risata serve, ma, se penso al tuo frigo in ufficio, rido, rido e ancora rido.

    1. mmmh, mah, non so… certo, laMate! quanto al resto, ripeto, a me ridere piace, e molto. solo, non sopporto il ‘fatevi una risata’ a sproposito. quanto al frigo, sghignazzo a più non posso :p

  2. D’accordo con Mate (credo proprio che tu faccia parte della categoria di persone del primo capoverso 🙂 ): quando, fresca laureata e lavoratrice con CO.CO.CO., davo regolarmente lezioni mi sentivo giustificata dal fatto che in base alla tipologia del mio contratto succedeva di frequente che non percepissi stipendio per due-tre mesi. Ora, se mi ritenessi pronta per farmi pagare servizi fotografici (ammesso di trovare qualcuno disposto a comprarli), mi comporterei in modo molto diverso: all’epoca non realizzavo che effettivamente il mio non era un comportamento corretto… Adesso capita che di tanto in tanto una mia collega mi chieda la cortesia di un ripasso della lezione di chimica per suo figlio, la cosa “comica” è che insiste per pagarmi!
    Uno dei problemi principali di FB credo sia il fatto che quando si scrive una frase è semplice fraintendere in quanto si vede l’espressione né si sente il tono di chi la scrive; in altri termini, è difficile scegliere le parole in modo da trasmettere esattamente l’intenzione di chi scrive e ciò spesso – purtroppo – genera brutti fraintendimenti e discussioni a non finire. L’importante è avere (e lo dico soprattutto a me stessa) la volontà di chiarirsi e confrontarsi serenamente.
    P.S.: mi sono persa un pezzo? Il frigo in ufficio? :o@

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