Un interminabile inverno.

Devi scrivere tutto quello che ti dico, mi ha detto Mohamed un paio di settimane fa. Era parecchio imbronciato, quando lo ha bofonchiato tra i baffi: sentiva molto freddo – tocca le mie mani, sono gelate! – e indossare dei sandali spaiati non aiutava a migliorare il suo umore. Ma io lo faccio già, gli ho risposto, soprattutto per calmarlo, perché quando Mohamed diventa nervoso può essere poco piacevole: e comunque, in buona parte è vero, e se non lo è del tutto è perché molte delle frasi che pronuncia non ho bisogno di appuntarmele. Alcune me le ricordo perché le ripete spesso: per esempio, che il suo cane Stella aveva anche una sorella, che era bellissima e obbediente, ma qualcuno l’ha avvelenata; altre me le ricordo perché mi colpiscono: qualche domenica fa mi ha telefonato per scambiare due chiacchiere, e poi si è ricordato che di solito la domenica faccio compagnia a mia madre, e si è scusato e mi ha detto vai da lei, stai con lei, perché gli amici sono intorno, ma i genitori stanno accanto.

Non è di buon umore, spesso, Mohamed: perché la vita per strada è faticosa, le persone intorno a lui sono spesso subdole o minacciose, e poi l’inverno sembra non finire mai, piove spesso e le cucce dei cani si bagnano e lui ha un gran da fare per spostarle sotto gli alberi e cercare di asciugarle e spazzare via il fango dalla soglia del camper. Non è di buon umore, ma di solito la burrasca dura poco: basta una battuta a farlo sorridere, un ricordo a distrarlo; gli basta vedermi preoccupata per precipitarsi a rassicurarmi: i cani stanno bene, non c’è troppo freddo, non è buio come sembra, non ho affatto bisogno di una lampada a led, ci vedo benissimo. Si rabbuia se riceve un regalo, Mohamed: ma, dietro lo sguardo burbero e la mano che getta via con malagrazia il pacchetto, si vede un mezzo sorriso compiaciuto. Lo specchio che mi ha regalato tua madre si è rotto, mi ha comunicato l’altra volta: ma, prima che potessi dirgli che gliene portavo un altro, mi ha detto non c’è bisogno, ne è rimasto un bel pezzo, e lo tengo conservato, insieme al bigliettino in cui era avvolto, proprio qui, tra le cose a cui tengo di più.

Qualche giorno fa il suo cane, Piccolo, è stato parecchio male: ha diciotto anni, e li ha passati tutti per strada accanto al suo padrone; hanno diviso cibo e notti al freddo, e paura e sconforto e disagio e incertezza, ma anche momenti di allegria e serenità, soddisfazioni e gioie, e all’idea che Piccolo un giorno non sarà più con lui Mohamed si dispera, piange e alza la voce e scaglia via con rabbia il pacchetto del tabacco. Quando Piccolo ha avuto il malore, Mohamed non mi ha telefonato: perché sa che io con i cani mi confondo, che se stanno male mi spavento, che non sarei stata di nessun aiuto. Me lo ha detto il giorno dopo, a cose fatte, quando il quadrupede sdentato era ormai in clinica: e mi ha chiesto di accompagnarlo al momento della dimissione, ho già preparato una coperta, lo avvolgiamo e lo mettiamo in macchina, non darà fastidio. Io tentennavo, non volevo prendermi quella responsabilità, e se poi si sente male durante il trasporto?, e lui lo ha notato: ed è riuscito a convincere qualcun altro a riportargli Piccolo, senza allontanarsi dal camper né perdere il controllo della situazione. Ora il cane sta meglio, e Mohamed lo veglia e gli massaggia le zampe e lo fa passeggiare e mangiare e dormire a intervalli di tempo regolari, e sembra convinto che sia tutto a posto: e io, invece, so che Piccolo potrà vivere ancora qualche giorno, qualche settimana, ma temo non di più, e mi sento triste e impotente e terribilmente in ansia.

Quando andiamo da Mohamed, Ste è impegnata a preparargli “il tabacco”: perché a lui piace farsi le sigarette, ma ha difficoltà e dolori alle mani, allora gliele confeziona lei, e viene criticata e redarguita tutto il tempo perché le sigarette le vengono poco sottili, troppo vuote, con un filtro troppo corposo. Io, invece, armata di cellulare, mi imbarco in faticosi tentativi di videochiamate con i parenti in Iran: e quasi sempre ci riesco, e ascolto le conversazioni e imparo qualche parola in farsi. Adesso sono in grado di scambiare cinque o sei battute, anche se la mia pronuncia, a detta di Mohamed, è pessima. Mi allenerò di più.

Quando andiamo da Mohamed, sulla strada del ritorno sono parecchio sconfortata, e passo la sera a tormentare Ste con i miei rimorsi e a disperarmi e a immaginare avventurose soluzioni per migliorare la sua vita: tutte ovviamente insensate, futili, oziose. Vorrei solo che fosse felice, almeno un po’.

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