Un caffè per tre.

Foro_Italico_10Andare da Mohamed significa, la maggior parte delle volte, trascorrere il pomeriggio con tipi insoliti: quasi tutti sono senzatetto che sfruttano la sua benevolenza e le sue capacità organizzative per avere un posto dove dormire, acqua fresca o cibo o medicine, perché Mohamed è l’uomo dalle mille risorse, sa creare una cuccia per gatti con una coperta e due corde, una casa a tenuta di pioggia con un tubetto di silicone e qualche foglio di plastica trasparente, sa come trovare un dentista che ti tolga un molare di domenica pomeriggio o come prenotare una visita veterinaria per un gatto affetto da Fiv; ha una scorta di medicine e batterie e cibo per animali vari e riesce a procurarsi in mezza giornata qualsiasi cosa gli manchi, che sia un apriscatole o un francobollo o un passaggio in auto o una videochiamata in Canada.

Da Mohamed ci sono anche, solitamente, altri buffi personaggi che orbitano intorno al compound: sono suore, volontari, gente variamente affiliata ad associazioni caritatevoli, gattare e proprietari di bar e panifici. E poi c’è signorfranco. Signorfranco è il custode notturno di un cantiere che confina col lato sud del compound. Fa un lavoro noioso, pericoloso e solitario, ed è sempre in cerca di compagnia: e visto che anche Mohamed ama stare in compagnia, lui e signorfranco sono diventati amici. Signorfranco l’altra volta mi chiedeva di te, mi ha detto sabato scorso Mohamed: Diceva che se quando vieni lui non c’è, ti devo portare i suoi saluti; dice che sei simpatica e che si vede che sei una brava ragazza. Grazie, ho risposto: e quando signorfranco si è palesato gli ho offerto il caffè: e Ste, come sempre, ha attraversato il Foro Italico per andare al bar e prendere il famoso caffèlungo che Mohamed chiede ogni volta e che poi divide con due o tre persone – signorfranco, Mustafà, Adriano – e conserva per la colazione del giorno dopo. Dopo il caffè, Mohamed mi ha mostrato la splendida torcia nuova che gli è stata regalata dalla Croce Rossa: si ricarica tirando una leva e ha un bottone che la fa lampeggiare. La notte, nella tenda, Mohamed fa lampeggiare la torcia: è un segnale per signorfranco, che si precipita dal suo container per vedere se ha bisogno di qualcosa o se si sta solo annoiando e vuole raccontargli di quella volta che, nel 1983, è stato due settimane con gli amici a Pantelleria.

Signorfranco mi chiama signora, e io lo chiamo signorfranco, ma ci diamo del tu: me lo ha chiesto lui, scavalcando con un balzo le regole base del galateo; ma quando si sta seduti insieme su un bancale di legno, si divide un caffè, si beve da un tubo di gomma e ci si parla attraverso una rete metallica colpendosi ripetutamente le braccia perché è pieno di zanzare va bene così, è inutile formalizzarsi. E quindi io posso permettermi di dirgli Stai attento, stanotte, che gira gente strana, tieni gli occhi ben aperti, e lui può rispondermi Tranquilla, io sono sempre sul chi va là, e non preoccuparti che a Mohamed bado io, ogni mezz’ora lo passo a controllare e se c’è qualcuno vicino a lui gli chiedo chi è, e Ste può sorridere e Mohamed può chiosare Lasciatemi in pace, io sono un vagabondo, ho scelto di vivere così per non avere nessuno che mi rompe scatole, andate tutti a fare culo, e bon, pace.

Per ora sono triste, ansiosa e spaventata, e andare da Mohamed mi piace: perché ci si astrae per qualche ora da contesto, si cambia prospettiva, si chiacchiera e si ride e ci sono i gatti. Stai un po’ meglio, adesso?, mi ha chiesto Mohamed l’altra volta, mentre andavamo via: Sì, gli ho detto, e grazie per la compagnia, e forse in pochi lo ringraziano per la compagnia, e Mohamed era stupito e anche contento, penso.

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