Tu vuo’ fa’ l’americano.

Per molti anni non ho mangiato carne: non per ragioni ideologiche o morali, ma semplicemente perché non mi piacevano il gusto e la consistenza della smunta fettina di vitello che le mie nonne servivano ogni giorno a pranzo, insieme alla minestra di broccoli e al panino bianco e alla mela golden. Dopo anni di cotolette dure e bistecchine insipide, di scaloppine tristi e medaglioni senza personalità, avevo deciso che no, la carne non faceva per me: preferivo passare in un unico fluido balzo dal primo alla frutta e al caffè, con la facoltativa digressione, tuttalpiù verso il formaggino, che le anziane parenti fomentavano con vigore.
Disabituata al gusto della carne, trovavo sgradevole anche il sapore della fettina di prosciutto nel calzone al forno: da qui, il falso mito, da me sempre smentito, che fossi vegetariana; ero solo stufa di cibo noioso, invece. Crescendo, ho iniziato ad avere modo e tempo per cucinare, e ho reintrodotto la carne nel mio menu abituale: prima il pollo, delicato e banalotto, poi il mio amato maiale, duttile e deciso, e infine anche il rischioso vitello, saporito ma con la gradevole tendenza a diventare duro e immangiabile se cotto pochi secondi in più del giusto. Oggi, la mia voluttà massima è una cena a base di polpettone, o di polpette fritte: o, meglio ancora, di hamburger. Per questo, quando una collega ci ha invitati tutti a casa sua per una cenetta al volo e ha sentito il dovere di giustificarsi per la (presunta) scarsità di libagioni dicendo
una cosina così, solo hamburger e patatine fritte, nella mia testa hanno iniziato a suonare le campane. Gli hamburger in questione erano deliziosi: impastati in casa, utilizzando solo carne tritata condita con sale e pepe, e cotti alla perfezione sul barbecue, fino a renderli succosi e morbidi all’interno, ma ben rosticciati all’esterno. Mentre ci rimpinzavamo di patatine, gli hamburger sono stati adagiati su fette di pane – la classica pagnottella americana, soffice e delicata – scaldate in forno. Una rondella di pomodoro, un ciuffetto di insalata e una bella fetta di formaggio cheddar completavano il piatto; le salse, senape, maionese, salsa allo yogurt e ketchup, potevano essere aggiunte a piacere. Praticamente il paradiso.
Non sono mai stata negli Stati Uniti, non so se avrò mai occasione di andarci; non ho mai subito il fascino degli USA, né ne capisco nulla di cucina statunitense: ma la cenetta a base di hamburger, seguita dalla lettura delle ultime pagine – elettroniche – di
Toccata e fuga di Lisa Gardner, mi ha dato l’illusione di aver scoperto il lato migliore delle terre oltre l’Atlantico. Il romanzo, il terzo dell’autrice pubblicato in Italia da Marcos y Marcos, è un giallo lunghetto e un bel po’ complicato, ma pieno di colpi di scena e di tensione: ci voleva proprio, in un periodo in cui sto rompendo il ghiaccio con i libri dopo mesi di letture lente e stentate. L’idea di inserire anche la dolente Tessa Leoni, personaggio principale del precedente A chi vuoi bene, nella squadra investigativa che si affianca alla protagonista D. D. Warren, è molto brillante: aggiunge pepe all’intera struttura narrativa, senza appesantire gli altri personaggi. Lisa Gardner scrive bene, ed è riuscita a prendermi per il naso con maestria: quando ormai ero convinta di aver decrittato, per la prima o seconda volta in assoluto nella mia carriera di lettrice di gialli, la vicenda, ha sparigliato allegramente le carte, lasciandomi a bocca aperta.

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