Addio, Ife.

Non è facile scrivere qualcosa che non sia banale o retorico o già sentito, oggi. Non è facile, a sei giorni dalla morte di Ife, commentare in un modo che non sia lacrimevole, o stucchevole, o semplicemente alieno, non-suo. Domenica scorsa, all’ora di pranzo, Ife è morto: Ife, il cui vero nome era Fia, e io lo sapevo ma, dopo averlo chiamato così per mesi, perché quando mi ha detto per la prima volta il suo nome stava dormendo e io avevo una banana in mano e Mosca abbaiava e io avevo equivocato, ho deciso di non cambiare; e lui rideva e lasciava fare: se è per questo, neanche lui ha mai creduto che mi chiamassi davvero Maria.

Per dirla tutta, non credeva neanche alla mia età: e quando mi chiedeva quanti anni hai? e io rispondevo trenta, lui scuoteva la testa e diceva nooo, e rideva. A molte delle cose che gli dicevo, non credeva: che potessi avere un nonno di novantadue anni, per esempio. Davvero?! ha risposto quando glielo ho confermato, e si guardava intorno con gli occhioni sgranati: era convinto che lo stessi prendendo in giro. Non ci credeva, quando mi chiedeva se avevo problemi e rispondevo di no: tutto, tutto problema, diceva, e mi faceva capire che non potevo non averne: solo, non capivo di averne, ecco. Di altre cose, però, era convinto: ad esempio, che avrei dovuto dormire di più, soprattutto la domenica, e che non fosse una buona idea farmi camminare da sola per le strade di Ballarò; o anche, che sarebbe riuscito a curare il mio piede dolente: dammi un anno, aveva detto, e vedrai che studiando ti risolvo il problema. Adesso mi fa un bel po’ male, Ife, dove sei?

In questo anno in cui ci siamo visti quasi ogni giorno, mi ha detto molte cose, e molte me ne ha chieste: cosa fai, dove vai, sei sposata? Che lavoro fai, ti piacciono i fagioli, vai mai a Monte Pellegrino a fare una passeggiata? È scattato in piedi per abbracciarmi, quando gli ho detto che il semi-labrador era morto: di domenica anche lui, porcamiseria. Ha tentato di spiegarmi molte cose: come tenere i problemi fuori dalla porta, come mangiare bene, come trattare i cani; cosa leggere, a chi dare confidenza, cosa temere. A una settimana dalla sua morte, mi ricordo ancora molte delle sue parole, e molti dei suoi gesti: il modo in cui si lisciava i capelli con i palmi prima di venirmi incontro, il suo sguardo mentre si pettinava la barba, la mattina; gli occhi gonfi di sonno e lacrimosi in inverno, le gambe sottili nei calzoncini corti, d’estate. Il suo modo di porgermi la mano, col palmo in su, il gesto di toccarsi la spalla per dire fa freddo e il dolore è più forte. Il portamento elegante quando, con camicia bianca, jeans e scarpe rosse, camminava coi due cani al guinzaglio per via Crispi, sereno, di buon umore; il suo amore per il giaccone blu che gli avevo dato: e dire che aveva reagito malissimo, quando lo aveva visto, non portarmi cose, non ho spazio. Mi ricordo il suo modo di dirmi tutto problema, e il gesto che indicava un mondo che si allarga fino a scoppiare. Il suo fastidio per le macchine, l’amore per la birra in lattina, la delicatezza con cui, uno degli ultimi giorni che ci siamo visti, si è infervorato a parlare e poi mi ha preso il sacchetto dalle mani e mi ha detto it’s for me? Sì, Ife, era per te, come i fiori che ti ho lasciato, come le carezze per Mosca e Canepiccolo, come i pensieri che ti rivolgo. La sua passione per i pomodori secchi (ooh, that’s good!), il cardigan di grossa lana beige degli ultimi giorni, la polo verde dell’estate. Il giorno in cui Mosca è stato male e voleva accompagnarmi a piedi al canile, e la sua aria spaesata, poi, seduto in macchina accanto a me. Il suo sorriso pieno e fiducioso, aperto, di cuore, il bacio che mi ha dato il giorno che Mosca si è perso e gliel’ho riportato; la volta che mi ha detto sei bella così, sei un dono del cielo, e quella in cui ha riso esclamando hai le lentiggini! Il suo sguardo inquieto quando Gunther mi ha aggredita, il volto rilassato quando la domenica andava ad ascoltare la musica, loro sono bravi, sai? L’apriscatole sempre accanto al letto, i mocassini marroni col tallone piegato da usare come pantofole, la lattina di mais svuotata e utilizzata come portaposate. I suoi consigli: non devi fumare, tu sei piccola, io sono grande e posso, devi fare un po’ di sport, cerca di non stare sempre al computer, e non mangiare mai il polpo; trova qualcuno che ti rispetti, e ricordati, saluta mamma e papà. Sì, Ife, te li saluto, non temere: ma un’altra volta dimmelo, se pensi di andare via. Ti ho salutata con quella ciotola di zuppa calda, spero solo che ti sia piaciuta.

Ciao, Ife, e grazie: il tuo sorriso mi faceva stare bene, lo sai.

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