Febbraio è il mese più dolce.

Mi piace il mese di febbraio. Custodisce una data importante, mi ricorda i momenti più belli e intensi e pieni di aspettative e sogni che abbia mai vissuto, quando avevo diciotto anni e non avrei saputo immaginare come sarebbe stato il mio futuro e assaporavo con stupore e tremore ogni giornata, col suo campionario nuovissimo e sconosciuto di sorrisi parole maninellemani, ed ero semplicemente felice e inconsapevole, attraversata da una corrente di gioia a millemila volt; a Palermo c’è odore di primavera, a febbraio, le giornate sono timidamente tiepide, si parla già di vacanze estive, e poi c’è il festival di Sanremo: e io, che ho un’anima inguaribilmente kitsch, adoro il festival di Sanremo. Ci comincio a pensare a gennaio: mi lagno perché il presentatore non mi sta simpatico e perché tra i cantanti in gara non ce n’è uno che mi piaccia, e non so per chi tifare, uffa: anzi, addirittura di solito non li conosco, o pensavo che fossero già morti – mi spiace, Zarrillo, ma ero convinta che non ci fossi più da qualche anno. Delle canzoni proposte ce ne sono un paio che ascolterò volentieri quando le incrocerò alla radio, e il resto è fuffa, va bene: ma Sanremo mi diverte un bel po’.

Mi attira, oltre allo spettacolo in sé, la dimensione sociale e social del festival: il senso di appagamento nel piazzarmi davanti alla tv e pensare che qualche altra lenzuolata di persone lo sta facendo, le serate trascorse mangiando cibo ipercalorico con amicastorica e la mia bella, i commenti seriali su Facebook su abiti scarpe arrangiamenti e stonature. E poi quelli che si ritengono grandi critici e propongono una lettura filologica del brano di Elodie, e le chiacchiere da ufficio – no, capo, Bianca Atzei proprio no! – e quell’inappropriato senso di unità nazionale nel constatare che ormai Al Bano non sta sullo stomaco solo a mema a buona parte del resto della nazione: e mi dispiace per Gigi D’Alessio, ma ormai anche lui ha fatto il suo tempo, avanti. Mi piacciono le dirette Twitter, i commenti caustici e l’apprezzamento collettivo, gli applausi a scena aperta, i ritornelli che rimangono subito in testa: l’idea di essere parte di un gruppo vario ed eterogeneo che sghignazza e canticchia, stronca e difende, si accapiglia sul look di Lodovica Comello (ma chi diamine è?) e ballonzola al ritmo di Francesco Gabbani.

Domani saremo ognuno per la propria strada, io e queste milionate di persone accomunate a me solo da un programma televisivo, il vincitore del festival sarà dimenticato nel giro di un paio di settimane, la sua canzone non ricorderemo nemmeno più come faceva (ma gli Stadio, l’anno scorso, che hanno cantato?): ma fino a stanotte, pace, c’è Sanremo.

Oggi – domani, in realtà – festeggeremo una data speciale: un anniversario tondo, di quelli che fanno quasi paura a sentirli nominare. La mia bella ed io saremo state insieme un numero di anni che non avevo mai pensato che potesse anche solo pronunciarsi: e mi fa strano che ormai, nella mia vita, è quasi più lunga la parte passata insieme di quella in cui c’ero solo io. Ecco, allora, questo post è per lei (che ama Sanremo non meno di me), insieme a tutto quel che di meglio ho, o posso sperare di avere: perché non merita niente di meno, ma solo pizze fumanti, risate a piena gola, corse in riva al mare, leccate di cane nell’orecchio, tisane bollenti quando fuori piove e bibite fresche in agosto; e gioia, serenità, felicità: di quella che ti prende la pancia e il cuore e il petto, e ti fa sorridere fino ad avere male alle guance. Tutto questo, e molto altro ancora: la sicurezza e la realizzazione, la consapevolezza di sé e l’appagamento, la stima di chi la circonda, il sostegno, il rispetto. E, in un angolino, tutto l’amore di cui sono capace.

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Al di là di una sedia a rotelle.

Come ogni anno, a febbraio in Italia c’è il Festival di Sanremo. Come ogni anno, lo guardo – quando posso, ovvero quando non vado al cinema o non sono impegnata a lamentarmi perché escono i miei beniamini in uno sciocco programma di cucina – con passione e interesse. Faccio il tifo, commento sui social, riascolto le canzoni in radio, mi indigno quando alla fine vince qualcuno che non mi piace. Come ogni anno, i quattro quinti delle persone che conosco giurano di non vedere il festival: hanno tutti troppo da fare, snobbano i cantanti italiani, ascoltano solo gruppi indie sconosciuti, storcono il naso all’idea della reunion dei Pooh, ma intanto postano su Facebook fiumi di commenti sull’abito della valletta, i nastri arcobaleno inalberati da (troppo pochi) cantanti, i pezzi, gli arrangiamenti, i cambi di scena.

Tra i momenti più commentati sui social, in una sorta di mieloso unisono, c’è stata l’esibizione di Ezio Bosso: un bravo pianista, che si è esibito in un brano composto da lui, emozionante e ben eseguito. Bosso, che nessuno dei miei conoscenti aveva mai sentito nominare prima, è un artista, un direttore d’orchestra, una persona probabilmente colta e piacevole. Ed è disabile.

Da sempre, per sgradevoli motivi personali, sono stata abituata ad avere accanto persone non in perfette condizioni fisiche; questo mi ha portata a vedere le persone disabili come persone, e non come disabili: belle, brutte, caparbie, sensibili, austere, delicate, dolci o sgradevoli che siano. Non ho mai pensato di concedere un vantaggio a un disabile, di usare per lui una scala di valori diversa da quella che userei per chiunque altro: a casa mia si dice non dare sazio manco alla morte e vantaggio manco agli sciancati. Ecco, io non concedo un pietoso vantaggio a nessuno: perché penso che, se fossi disabile, mi darebbe un immenso fastidio. Non so se odierei di più gli sguardi pieni di curiosa pietà, le teste che si scuotono al suono di mischina, le frasi inneggianti alla mia forza di carattere e alla mia tenacia. Non sono una persona tenace: non credo che lo diventerei, se per sfortuna il mio fisico subisse un danno. Il giorno dopo l’esibizione di Ezio Bosso, invece, le bacheche dei miei contatti pullulavano di esaltazioni, di frasi inneggianti ai valori umani di una persona che non conosco – nessuno di noi conosce! – e che, potenzialmente, potrebbe essere uno stronzo né più né meno di me. Una persona che, con ogni probabilità, se avesse suonato il piano al netto della sua sedia a rotelle, avrebbe ricevuto solo qualche commento sulla sua indubbia maestria con lo strumento. E invece, ecco che la sua musica diventa un inno alla vita, le sue condizioni di salute uno sprone per tutti, la commozione non è suscitata dalla splendida armonia dei suoni che ha composto ma dalla sua straordinaria umanità. Mi dispiace, ma lo trovo assurdo, spiacevole, offensivo. Discriminante, nel senso più puro del termine: quello del porre una distinzione tra lui e noi, tra chi sta bene e chi no. In pochi hanno guardato la tv e ascoltato un pianista: gli altri hanno ascoltato un pianista disabile, hanno fatto caso alla sedia a rotelle, ai movimenti scomposti delle mani, alle parole tirate fuori con immensa fatica. Ecco, mi dispiace per tutti loro: io ho visto solo uno straordinario artista.

Questo post è dedicato a una persona che amo, e che mi ha insegnato che la pietà è il peggior affronto che si possa fare a chi sogna soltanto di passare inosservato.

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