Per quali motivi, secondo voi, vale la pena vivere?

Ognuno di noi ha passioni sfegatate, amori inspiegabili, attrazioni morbose che agli altri sembrano esagerate, folli, fuori contesto, fuori giri; c’è chi piange per un gol della sua squadra del cuore e ne parla per giorni con gli occhi che brillano, una sassata all’incrocio dei pali, ma ci credi?, e le mani a mimare la traiettoria della sfera nell’aria, c’è chi passa una notte davanti alla saracinesca di un box office per comprare i biglietti per il concerto dei Tazenda e intanto ascolta col walk-mann le canzoni e pregusta il piacere e chi si fionda all’altro capo d’Italia con uno zainetto e un I-pod e la speranza di comprare il primo numero di Sailor Moon. Ognuno di noi è fan di qualcosa, o di qualcuno. Io adoro Roberto Saviano. Impazzisco per lui. Saltello su e giù quando lo vedo in televisione, annuisco vigorosamente con la testa quando leggo un suo articolo, pretendo che chiunque mi stia accanto commenti con toni non meno che entusiastici ogni sua uscita. Mi piace, non ci posso far niente. Mi piace.

Quando è uscito Gomorra avevo preconcetti che me ne impedivano la lettura; guardavo il volumetto con la costina gialla e le lame di coltello rosa in copertina, sugli scaffali del supermercato, tra una pila di lattine di pelati e una di tonno pinne gialle, e pensavo che fosse noioso, un libro che avrei finito per leggere solo come stampa militante, ma a malincuore e storcendo la bocca, ché per me la noia è una delle dannazioni più grandi della vita. Qualche volta l’ho anche preso, Gomorra, l’ho sistemato nel carrello, sul sedile porta-bambini perché la busta con le mozzarelle 3X2 non lo bagnasse, gli ho fatto fare un giro per i corridoi ed ho finito per posarlo di nuovo, scusarmi dicendo che sì, un giorno lo comprerò, ma ora devo recuperare le lattine di manzo e pollo in gelatina per il semi-labrador e quindi. Poi sono stata in vacanza a Caserta, da una cugina che è come una zia ma più simpatica e allegra e piena di empatia, e suo marito mi ha parlato di Saviano e di camorra e di appalti e cemento, e non sembrava più noioso. Anzi. L’ho comprato, alla fine, ed ero di nuovo a Palermo, era il 5 gennaio e in libreria non si trovava più, era stato impacchettato e infiocchettato e regalato per Natale. L’ho cercato al supermercato ed una copia era ancora lì, tra tonno e pelati e spaghetti e paccheri e carta igienica multistrato profumata adatta a tutta la famiglia ed anche ai single, e l’ho letto e me ne sono innamorata. Perché Gomorra non è solo la storia triste e dura di come il sistema abbia metodicamente distrutto la Campania, l’Italia, l’economia della nazione e il senso della legalità e della giustizia, non è solo la cronaca di tutto quello che non si vuole sentire dire, le infiltrazioni camorriste al nord, i rifiuti che avvelenano l’agricoltura e i nostri piatti, i ragazzi la cui massima aspirazione è fare lo spacciatore perché dove non c’è lo Stato il parastato mette radici. Gomorra non è solo questo. È anche accorato e mesto, e soprattutto è scritto da un ragazzo che ama la parola, che ricerca e lima e smussa e cesella ogni termine, che sa che la forza di ogni sua sillaba sta anche nella dolce poesia che inietta in ogni lettera. È stupendo, leggetelo. E vi assicuro, non lo dico solo perché lo adoro, perché mi fa impazzire quando si gratta la zucca e si lecca le labbra e sembra imbarazzato e fuori posto, un ragazzino a cui la professoressa abbia chiesto di leggere il tema davanti alla classe e che ora si vergogna; un uomo che, tra i motivi per cui vale la pena di vivere, mette al primo posto la mozzarella di bufala aversana. Provate ad assaggiarla, tenete in bocca il sapore del fiato di bufala e pensate per cosa, per voi, vale davvero la pena di stare al mondo.

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