Cose che ho fatto durante la quarantena (che per ora è ufficialmente finita).

Ho lavorato moltissimo: perché quando è iniziato il lockdown tutti si sono chiusi in casa e hanno iniziato subito ad annoiarsi e hanno cercato succedanei sul web, e tutte le aziende hanno provato a riciclare le loro attività sul web, e quindi noi che lavoriamo sul web siamo improssivamente saliti di qualche anello nella catena alimentare, passando in un unico fluido balzo da Quelli che scrivono scempiaggini su Facebook a Ti prego fammi una profilazione del cliente medio/sistemami il Seo/organizzami una diretta al volo/trova una soluzione pratica e a costo zero per fare un laboratorio online sulla cartapesta per bambini di cinque anni, e siamo stati subissati di email e chiamate, Perché tanto sei a casa, che hai da fare?

Ho sentito persone con cui non avevo rapporti da anni: perché abitano al nord o fanno mestieri a rischio ed ero in ansia e volevo sapere come stavano e far sentire loro un poco di vicinanza, o semplicemente perché avevo voglia di parlare con loro e non ne avevo avuto occasione da molto tempo.

Ho mangiato quasi solo minestre a base di zucchine, e risotti con le zucchine, e passati di zucchine, e frittate con le zucchine, e una volta anche pasta con le zucchine fritte: perché le zucchine sono economiche e si trovano ovunque e noi ordinavamo la spesa al telefono o tramite whatsapp in botteghe poco fornite e le zucchine eravamo sicure di trovarle sempre; e anche perché una volta avevo scritto su whatsapp di portarci due zucchine, e ce ne hanno portato due chili, e quindi pace, bisognava pur consumarle.

Ho parlato al telefono per l’80% del tempo in cui sono stata sveglia: ho parlato con i miei genitori, che hanno sofferto molto per la mia assenza e che ho cercato di compensare con ore di ciacole a distanza e videochiamate e foto; ho parlato con colleghi e datori di lavoro e amici e fornitori, e anche con la segreteria telefonica della farmacia per un intero sabato mattina.

Ho superato i momenti di tristezza e stanchezza e nervosismo ingravescente grazie alla nostra chat di cazzeggio & supporto morale e all’idea di un piccolo felino della savana che presto sentiremo ruggire.

Ho vinto trentasei centesimi a un quiz online, e non li ho ancora spesi.

Ho letto poco e male, cercando di applicarmi alla lettura e ottenendo in cambio solo frustrazione e un vago mal di testa.

Ho ordinato online – o meglio, ho chiesto a Massi e Ale di aiutarmi a ordinare online – dozzine di mascherine di diverse fogge e misure, e guanti di lattice, e un regalo per un bimbopiccolo che non vedo l’ora di conoscere, e quattro uova di Pasqua e una camicia da notte blu e un piccolo stereo per mia madre.

Ho partecipato due volte agli incontri del gruppo di lettura: e una volta era il pomeriggio del 25 aprile e c’era molto caldo e io e Ste eravamo sul letto e scrivevamo i commenti su un post Facebook piuttosto che chiacchierare con gli altri del gruppo e sgranocchiare biscotti, e mi sono sentita un po’ triste.

Ho guardato moltissime serie tv, e alcune mi sono piaciute molto, Atypical e Vis a vis su tutte, altre mi sono piaciute pochino, e altre ancora mi hanno ammazzata di noia – ma sono serie considerate molto fighe, quindi tacerò sul nome.

Ho cucinato diverse volte la pasta al forno con la besciamella e ho impastato e steso la pizza ogni sabato sera e ho preparato insieme a Ste la torta con la marmellata di fragole, e la pizza era sempre parecchio buona come è nella sua natura di comfort food, mentre la torta non.

Sono stata preoccupata o in ansia per la quasi totalità del tempo.

Ho fatto moltissima ginnastica e ho perso cinque chili, e ne vado molto fiera, anche se Capo mi ha vista in videochiamata e mi ha detto che sono sicca caliata e Mohamed ha commentato che sicuramente somiglio a una mummia.

Ho litigato con la vicinainvadente, ma questo non c’entra con la quarantena.

Ho ascoltato Ste che suonava la chitarra, e un paio di volte le ho chiesto di suonarmi delle canzoni che mi piacevano e lei lo ha fatto, ma poi per tigna ha voluto suonare anche i Baustelle e mi sono lamentata molto.

Ho portato fuori la spazzatura quasi ogni giorno, e all’inizio del lockdown avevo un giubbotto molto pesante e il berretto di lana e la sciarpa di pile, mentre alla fine indossavo solo una t-shirt e i jeans.

Ho assistito a due scene che non dimenticherò facilmente: la benedizione del Papa in una piazza San Pietro spettrale e deserta, con le sirene delle ambulanze in sottofondo, e il Presidente della Repubblica che, in un fuori-onda, si dispiaceva di non essere potuto andare dal barbiere.

Ho aspettato ogni giorno le 18 per conoscere il numero dei contagiati e dei guariti – questo lo faccio anche ora.

Ho provato a giocare con Anastasia, ma lei ha reagito chiudendosi nella cuccia e mordendomi e allontanandosi da me con aria sdegnata. Poi le abbiamo pulito la gabbia, e ha deciso di odiarci per sempre.

Ho trascorso tutto il mio tempo con Ste, e ne sono stata davvero felice.

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A distanza.

Sono quasi tre mesi che non vedo Mohamed. Le restrizioni per il Covid ci hanno allontanati, e il mio atteggiamento ansioso rende complicato il passaggio a una possibile futura fase 3 che comprenda la mia presenza al compound: temo che ci vorranno ancora parecchie settimane prima di riuscire a sentirmi nuovamente a mio agio in un posto in cui le più semplici regole igieniche sono interpretate creativamente, e in cui l’ultima volta in cui qualcuno si è lavato le mani col sapone era ancora presidente Pertini. Con tutta la buona volontà di cui è dotato, Mohamed si sforza di mantenere la sua tenda in ordine, di dividere accuratamente i sacchetti del cibo per i gatti da quelli del pane per i piccioni, di lavare i vestiti alla fontana e stenderli sulla recinzione di metallo che delimita l’aiuola, di mettere le coperte al sole: purtroppo, però, la sua routine di quotidiana non prevede la doccia, o un accurato lavaggio dei capelli, e quindi.

Per sopperire alla distanza, Mohamed ed io parliamo al telefono: o meglio, io grido, lui non sente, io urlo, lui biascica, io mi sgolo, lui posa il suo vecchio nokia per terra per dare la pappa ai gatti, abbandonandomi a strepitare Moha Moha, ma dove sei finito?, rispondi! con tono sempre più agitato. La conversazione è sempre faticosa, interminabile e tortuosa: ogni telefonata dura almeno mezz’ora, e si alternano lagnanze, Non ti fai vedere mai, ormai se ti incontro per strada non ti riconosco!, grandi risate, considerazioni generali sulla vita, sul rapporto con i genitori, Devi prenderti cura di loro!, con la religione, con le istituzioni, e poi succosi pettegolezzi su tutti i senzatetto della città e su tutti gli operatori di gruppi di assistenza ai senzatetto della provincia: peccato che io non conosca quasi nessuno di loro. Mohamed mi istruisce sulla corretta alimentazione, Devi mangiare la frutta, altrimenti i dolori non ti passano!, mi spiega come il Covid sia in realtà tutta una bieca manovra del capitalismo ai danni dei proletari, Anche se, hai visto, non colpisce le persone di colore, chissà come mai?, mi comunica che lui comunque sta benissimo, perché ha gli speciali anticorpi tipici dei persiani. Ma quindi in Iran non è arrivato, il Covid?, gli chiedo: e lì si rabbuia e mi spiega che sì, è arrivato, e un sacco di gente sta male, e infatti vorrebbe proprio sentire suo padre. A quel punto raggiungiamo il solito impasse: io gli spiego che i suoi familiari sono preoccupati per lui, lo chiamano ogni giorno ma non riescono a parlargli, il suo telefono non funziona; lui mi risponde che non può chiamarli, non ha soldi, dovrebbe fare la ricarica, è troppo lontano, si stanca, non se la sente di arrivare a piedi fino alla stazione, ormai c’è troppo caldo, non può camminare al sole: E quindi, vedi?, devi venirmi a trovare prima possibile, così facciamo una videochiamata dal tuo smartphone prima che sia troppo tardi. E in quel momento, sempre, inevitabilmente, mi sento uno schifo.

Con la mia proverbiale ansia, cerco sempre di sincerarmi che Mohamed abbia tutto quello che può servirgli: e quindi cibo, gel disinfettante per le mani, batterie per la torcia, tabacco, cartine, accendino e mascherine. Me ne hanno portate alcune, mi ha detto l’altra volta: tranquilla, le mascherine ce le ho. Ma le usi, Moha?, gli ho chiesto. No, no, poi si sporcano, mi ha risposto: però le ho conservate bene. E dove, di grazia?, gli ho chiesto trepidante. In un sacchetto di plastica nella cuccia dei gattini, mi ha comunicato trionfante.

E tant’è.

Per fortuna che ci sono i gatti a vigilare sulle mascherine.

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Esasperazione (Covid-19 edition).

Non è niente di grave, è solo un’influenza.
Ma lo sai ogni anno quanti morti fa l’influenza?
Basta lavarsi le mani.
Basta usare la mascherina.
Basta non essere vecchi.
Basta che nessuno ti tossisca in faccia.

State esagerando, così non si vive più.
La vera malattia è l’ignoranza.
La vera malattia è l’indifferenza.
Non moriremo di Covid ma di povertà.

Lo fanno solo per tenerci chiusi in casa.
Vogliono tenere tutto chiuso per farci fallire.
Vogliono aprire tutto per farci morire.

Se la quarantena non finisce in fretta impazzisco.
Ah, no, io ho paura, resto a casa anche nella fase 2.
Ma tanto vedrai, la fase 2 durerà un paio di settimane e basta.
Io non mi fido degli altri.
Io sono prudente e scrupoloso, sono gli altri che non sanno comportarsi.
Le strade sono piene!, vedrai che nel giro di poco saremo di nuovo chiusi dentro.
Non accetto di dover stare chiuso dentro per colpa degli altri.
Io sono uscito, ché avevo cose importanti da fare; ma che ci facevano tutti gli altri in giro?

Qua non c’è nessun controllo.
Basta con questi controlli, non se ne può più!
Ho visto dei posti di blocco.
Qua non ci sono mai stati posti di blocco.

Mi rifiuto di scrivere un’autocertificazione per uscire di casa.

Non torneremo mai alla normalità.
Io non voglio tornare alla normalità, perché la normalità era il problema.
Ma cosa vuol dire, tornare alla normalità?
Io voglio andare al cinema e a cena fuori, questa per me è la normalità.

Se riaprono le chiese, riaprano anche i cinema.
Io ho un cinema e non voglio riaprire, con i posti scaglionati guadagnerò un quarto rispetto al solito, non mi conviene.
Io ho un locale e lo voglio riaprire.
Io ho un locale e non lo voglio riaprire, voglio i soldi dallo Stato.

Io sto bene a casa, per me potete richiudere quando volete.

Io voglio vedere gli amici.
Io devo uscire per lavoro e ho paura.
Io lavoro da casa e non ho problemi, chi se ne frega delle paure degli altri.
Io ho paura per me, ma non mi interessa se gli altri corrono un pericolo.
Io sto a casa e pretendo che gli altri escano per me.
Io voglio stare a casa e pretendo che gli altri stiano a casa come me.

Questa cosa degli affetti stabili è assurda, non si capisce cosa significa.
Questa cosa degli affetti stabili è eteronormata e moralista.
Questa cosa degli affetti stabili è anacronistica.
Chi sono gli affetti stabili?
Il cognato del salumiere è un affetto stabile? E il fidanzato? Il marito? L’amante? Il mio vecchio compagno di banco delle medie? Posso vedere il tipo che ho incontrato due volte al panificio prima della quarantena? Posso vedere il panettiere? E come compro il pane, allora?
Sono stanco di questo bigottismo, la famiglia non è solo quella del Mulino Bianco.
Gli amici sono i miei affetti stabili, non me ne frega niente di vedere i familiari.
Io non ho familiari vicini e mi sento discriminato.
Io non ho un compagno e mi sento discriminato.
Io sto sulle palle ai miei parenti e mi sento discriminato.
Io sono gay e mi sento discriminato, anche se non è specificato da nessuna parte che gli affetti stabili devono essere di sesso diverso, ma se non faccio battaria poi magari nessuno si ricorda della mia esistenza.

Io non voglio vedere solo le persone con cui ho uno stabile legame affettivo, rivendico il mio diritto al sesso mercenario e occasionale.
Io voglio uscire la sera e fare sesso con sconosciuti, li si può considerare affetti stabili dopo due cocktail? Ah, non posso ancora andare a bere due cocktail?

Io in questo periodo non riesco a leggere: capita solo a me?
Io in questo periodo leggo un sacco: capita solo a me?

Mi manca la quarantena, mi sono goduto la mia famiglia e ho imparato a impastare il pane.
Non ne potevo più della quarantena, mi è mancata la mia famiglia e non ho nessuna voglia di impastare il pane.

Per me non cambia niente, tanto la sera guardo Netflix sul divano.

Fanno pochi tamponi, così non ne usciremo mai.
Conosco una persona che aspetta da marzo 2012 il risultato del tampone.
Conosco una persona che fa cofcof da marzo 2012 e non le fanno il tampone.

Sicuramente abbiamo avuto tutti il Covid quest’inverno, altro che influenza.

L’unica soluzione è l’immunità di gregge.
L’unica soluzione è il tracciamento dei casi.
L’unica soluzione è la terapia col plasma.
L’unica soluzione è fare millemila tamponi.
Altro che quarantena, servono i tamponi, ma tanto li danno solo ai calciatori.

Conosco mille persone che sono scese da Milano in Sicilia, che vergogna.
Conosco mille persone che sono bloccate a Milano e non possono scendere in Sicilia, che vergogna.

E i bambini? Nessuno pensa ai bambini?!
I bambini sono le vere vittime.
Pretendo che riaprano le scuole, non ce la faccio più a tenere i bambini in casa.
Non voglio che riaprano le scuole, insegno e mi spavento.
Con la didattica a distanza i bambini devono essere seguiti.

Se torno al lavoro, chi si occuperà dei miei figli?
Io ho una baby-sitter che pago tre euro l’ora, ma voglio il bonus baby-sitter da 1200 euro al mese.

Hanno riaperto i parchi, ma lo spazio per cani è chiuso, quindi monto una bega infinita per questo.
I cani hanno più diritti dei bambini.

I padroni dei cani sono dei privilegiati.
I genitori sono dei privilegiati.
I single sono dei privilegiati.
Gli insegnanti sono dei privilegiati.
Quelli che lavorano da casa sono dei privilegiati.
Quelli che non hanno perso il lavoro sono dei privilegiati.

(Tutti noi che siamo qui, che parliamo, che stiamo bene, che non abbiamo perso nessuno dei nostri cari: noi, sì, siamo dei privilegiati).

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Fenomenologia del condominio, ovvero i vicini di casa all’epoca della quarantena.

Da quasi sei anni, Ste ed io abitiamo in un appartamento al settimo piano di un palazzo alto e molto assolato, in una zona di semi-periferia stretta tra un quartiere vagamente snob e la circonvallazione con le auto che sfrecciano sul sottopassaggio e gli autobus e i camion della spazzatura che accelerano e frenano e suonano il clacson a ogni ora. Ogni piano ospita tre famiglie: al nostro stanno Vicinainvadente e Vicinidistratti. Vicinainvadente è una donna in là con gli anni, che reputa normale bussare con insistenza alle otto di domenica mattina per chiedere aiuto nello svitare il tappo un po’ ostico di una boccetta di smalto rosso fragola. Dopo anni di pretese di assistenza quotidiane per risolvere problemi complessi e di fondamentale importanza come una cerniera lampo inceppata, Vicinainvadente ha improvvisamente deciso di giurarci odio, quando le ho fatto notare che aspettarci sul pianerottolo e impedirci di entrare in casa con i sacchetti della spesa perché aveva bisogno di noi per cancellare i messaggi del gestore telefonico dal suo vecchio Nokia non era un atteggiamento cordiale o urbano. Il risultato è che non vediamo Vicinainvadente da un paio di mesi, ma la sentiamo quotidianamente litigare al telefono con parenti lontani, fornitori incompetenti e ignari operatori di call center.

Vicinidistratti, invece, sono una coppia poco più grande di noi. Lui è burbero ma fondamentalmente gentile e una volta mi ha aiutata, sbuffando e lamentadosi, a caricare le casse di acqua in ascensore; ha un’insana passione per il karaoke, e la quarantena gli dà tempo a sufficienza per coltivare quotidianamente il suo hobby, con nostro sommo sgomento. Lei è simpatica, gentile e alla mano: e a Pasquetta abbiamo chiacchierato amabilmente, ai due lati del vetro smerigliato che separa i nostri balconi, mentre prendevamo il sole – lei su una sdraio, noi in bikini su un telo da mare, abbondantemente asperse di protezione solare. Ci siamo confessate reciprocamente oscuri timori per il futuro lavorativo e una generalizzata ansia: e abbiamo deciso di comune accordo di non andare a fare la spesa ancora per qualche settimana, ma di continuare a ordinarla a domicilio. Se avete bisogno di qualcosa, bussate!, ci ha detto: Tanto, sono sempre a casa, ha chiosato con una risata. E io non credo che le busseremo, ma il fatto che ci abbia esortate a farlo mi è sembrata una cosa molto dolce, e ne sono stata contenta.

Al piano di sopra abita una famiglia con due bambine: di loro sappiamo solo che sono appassionate di danza, perché prima della quarantena le vedevamo uscire ogni giorno, con tutù e chignon, serie e compunte come delle giovanissime e cicciottelle carlefracci. Per anni ci siamo stupite della loro capacità di non far rumore: non abbiamo mai sentito scalpiccìo di passi, piedini che saltellavano o giocattoli scagliati al suolo. Adesso, invece, sembra che l’intera famiglia Vicinidanzanti abbia come unico passatempo quello di spostare i mobili, far strusciare i tappeti, trascinare letti e divani. Ne ignoriamo il motivo.

Al piano di sotto abita una coppia piuttosto giovane. Hanno un bambino di pochi mesi, che piange costantemente. Loro urlano, il bambino strilla, loro gli intimano il silenzio, lui sbraita. La quarantena non c’entra, facevano così anche prima. Comprendo la loro fatica, riesco a sentire il loro disagio, ma non ho idea di come aiutarli. I Viciniesasperati sono anche francamente esasperanti.

Dal 9 marzo non usciamo di casa se non per buttare la spazzatura o andare in farmacia, e tutti i nostri rapporti con gli altri vicini si svolgono dal balcone o in fugaci incontri nel portone. Il palazzo è molto più rumoroso del solito, e io non posso mai annaffiare le piante perché tutti stanno sui terrazzini e sbirciano per capire se quelle sette sparute gocce d’acqua sono cadute dai nostri vasi o da quelli della famiglia al nono piano, i Vicinidranti che allagano l’intero palazzo ogni volta che bagnano il loro ficus.

Merita una menzione speciale il Vicinoconlamascherina: pensionato, sfaccendato, che ogni mattina va a compare il pane e ogni pomeriggio scende a portare giù i sacchetti per la raccolta differenziata. Indossa sempre la mascherina, un modello costoso, di quelli con la valvola. La mette sempre, rigorosamente, con il naso fuori. Chissà che qualcuno, un giorno, non gli spieghi che così ha poco senso.

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Amici (quarantine edition).

Quando è iniziata la quarantena, Ste ed io siamo state colte di sorpresa. Il giorno stesso eravamo andate al supermercato: era lunedì e noi, che siamo prevedibili e abitudinarie come criceti, facciamo sempre la spesa il lunedì. Dobbiamo prendere qualcosa in più del solito?, mi aveva chiesto lei: e si riferiva al fatto che un paio di settimane prima, dato che sembrava che la gente stesse dando l’assalto ai generi di prima necessità, avevamo aggiunto qualche confezione di legumi in più alla nostra solita lista della spesa. No, ma figurati!, le avevo risposto: ed eravamo tornate a casa con i nostri usuali quattro sacchetti con dentro una bottiglia di cocacola, svariate monodosi di stracchino, yogurt magro, mele rosse e petti di pollo e una confezione di detersivo per i piatti e molti crackers integrali. La sera stessa la tv ci aveva comunicato che bell’e buono dal giorno dopo saremmo dovuti rimanere tutti a casa: e io, nella mia ansia di capire come organizzarmi per il lavoro, avevo temporaneamente accantonato l’idea che fossimo parecchio carenti di approvvigionamenti.

Superato il temporaneo choc delle prime quarantotto ore di reclusione, abbiamo iniziato a capire quanto possa essere faticoso fare la spesa in periodo di quarantena; vicino casa nostra non ci sono supermercati a buon prezzo: quello a cui andiamo di solito dista circa un chilometro. Raggiungerlo a piedi, attraversando la circonvallazione con i sacchetti in mano, era inconcepibile: e poi, fino a due giorni fa, non avevamo neanche mascherine, e quindi. In zona ci sono solo negozi per ricchi, di quelli che vendono la frutta già tagliata, gli acini d’uva pelati, le arance divise a spicchi: e noi abbiamo pochi soldi, e siamo in grado di sbucciarci autonomamente la frutta o tagliare a cubetti una zucchina già da molti anni, e dunque.

Dopo dozzine di telefonate, molti consulti telefonici con genitori e suoceri, ché tanto stiamo tutti nella stessa zona e abbiamo esigenze simili, e con il consueto e provvidenziale aiuto di Ale da Roma, siamo riuscite a trovare un supermercato che porta la spesa a domicilio; abbiamo anche recuperato una farmacia (anzi, tre) che porta le medicine direttamente a casa inviando per email la ricetta dematerializzata del medico, un negozio di sigarette elettroniche ci ha fatto avere il liquido per la sigaretta di Ste, uno di cibo per animali ci ha riforniti di croccantini monoproteici per Nando e pappa-tredici-semi per Anastasia. Non siamo riuscite a ottenere solo una cosa: un plettro per Ste, che in questi giorni suona moltissimo la chitarra e che pensava di avere un plettro blu nella tasca esterna della custodia, e invece non lo ha trovato, e quindi da un mese alterna i polpastrelli con plettri fatti in casa. Siamo passate da un triangolo ritagliato dalla mia confezione di merendine al doppio cioccolato e ricoperto di scotch marrone a uno strano accrocchio costruito con una vecchia ricarica telefonica e uno spesso strato di attack. I risultati erano mutevoli: lo scotch era scivoloso, la scheda telefonica troppo flessbile, e il barré non viene bene, e quindi No, basta, non te le suono più le Spice Girls. E poi.

E poi abbiamo una chat di cazzeggio & sostegno morale, con Mirella e Ale e Massimo e Leone, e facciamo insieme un giochino online, un quiz di quelli che due volte al giorno ti arriva la notifica sullo smartphone e devi rispondere a dodici domande. Noi lo facciamo, e poi ci diciamo quante ne abbiamo sbagliate: e qualche giorno fa io e Ste abbiamo vinto, e riceveremo 37 centesimi in buoni Amazon. Siamo state molto fiere di noi, abbiamo anche fatto un discorso tramite vocale su whatsapp in cui ci dicevamo commosse ma desiderose di restare umili.

Ce n’eravamo scordate. Poi, qualche giorno fa, un corriere ci ha bussato al citofono e ci ha detto che avrebbe messo nella cassetta un pacchetto. E dentro c’era un biglietto scritto da tutti e quattro, Ale e Massimo e Leone e Mirella, e poi un porta-plettri, e millemila plettri colorati, di misure e spessori diversi, bellissimi. Ste è rimasta senza fiato, io ho rischiato di piangere nella mscherina, e poi ecco, adesso abbiamo moltissimi plettri. Ma soprattutto, abbiamo splendidi, splendidi amici.

[A latere: non avevo mai saputo che esistesse una cosa di nome porta-plettri, e questo oggetto rotondo e ignoto mi era sembrato un trita-erba, e mi chiedevo con viva curiosità che ci facesse a casa nostra, dove a fumare c’è solo Ste che usa sigarette elettroniche senza nicotina. E non sapevo neppure che i plettri avessero spessori diversi. Ma non ricordi che Carmen Consoli ne usa tanti diversi?, mi ha chiesto Ste. E sì, mi ricordo che ne usa tanti, e che li getta dietro le spalle durante i concerti, e che una volta, a fine concerto, ci siamo avvicinate al palco e abbiamo cercato di prenderne uno, ma non pensavo che c’entrasse niente lo spessore. Pensavo che li lanciasse perché non andavano più bene, come i tennisti quando cambiano le palline, o perché era stufa di usarli, o chissacciu. Si vede che non ne capisco nulla di musica].

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