19 luglio 1992.

La cosa che ricordo davvero bene del 19 luglio 1992 è che quando è successo il fatto ero a mare, ma proprio a mare, in acqua. Era domenica, il 19 luglio 1992, e c’era molto caldo, ed eravamo andati alla spiaggia tutti insieme, io e i miei genitori e gli zii e i cugini e i nostri amici soliti; era domenica, e c’era davvero caldo, e i miei genitori erano tornati a casa a pranzo, perché a mio padre stare a mare a pranzo non piaceva: non gli piacevano i calzoni fritti che prendevamo al bar della spiaggia, andando a piedi nudi sulla passerella di cemento rovente, e le prugne che mia zia portava in un contenitore di plastica e diventavano tiepide e molli, e il gelato al mellone e i ghiccioli al limone; non gli piaceva mangiare sulla sdraio, con le ginocchia in bocca, diceva, e dover aspettare due ore per fare il bagno. Erano andati a casa, i miei genitori, ricordo: ed io ero rimasta con gli zii, e avevamo mangiato e poi noi bambini, eravamo cinque, ci eravamo accoccolati sulla sabbia in riva al mare a fare un castello gigante. Era un buon compromesso: mia zia e la sua amica si sedevano con le sdraio vicino alla battigia, con i piedi in acqua, e noi resistevamo al caldo rotolando nella sabbia umida e bagnandoci spesso, con la scusa di dover prendere l’acqua per il castello, non vedi che sta crollando una torre? Ricordo che l’acqua era calda, quel giorno: tipica acqua del mare di Mondello, che il pomeriggio diventa tiepida e verde e stagnante come acqua di lago. Avevamo fatto qualche capriccio per fare il secondo bagno, ricordo: o forse questo non lo ricordo, ma so che è così, perché ogni domenica facevamo un capriccio per tornare in acqua, soprattutto mio cugino, che sapeva fare delle convincenti lagne rappoddiando le vocali, e da-ai, ma-amma, facci tornare in a-acqua. Alla fine i grandi avevano ceduto, e forse anche loro sentivano molto caldo: ma eravamo tornati tutti in acqua, tutti tranne la madre delle nostre amiche, perché lei il bagno non lo faceva mai; stavamo facendo il bagno tutti insieme, e prendevamo Federica, che era la più piccola, e ce la lanciavamo per farle fare dei tuffi e lei rideva, e abbiamo sentito un’esplosione molto forte, come un boom ma lungo, cupo, e noi eravamo in acqua e l’acqua non era profonda ma ha tremato, e mia zia ha detto svelti, tutti fuori, uscite, e noi non ci siamo lamentati anche se eravamo in acqua da pochissimo, non abbiamo detto niente, siamo solo usciti. Poi la madre di Federica, che non si era fatta il bagno, ha detto vado a telefonare a mia madre, perché sua madre, la nonna di Federica, era anziana e non veniva a mare, restava a casa sola e forse aveva sentito il boom molto forte e si era spaventata anche lei. Lei viveva in una strada dalle parti della Fiera, via D’Amelio: e al telefono non rispondeva, e la madre di Federica continuava a rimettere le duecentolire nel telefono a gettoni vicino alla spiaggia, mentre mia zia le diceva stai tranquilla e noi bambini ci facevamo la doccia e ci asciugavamo velocemente e cambiavamo il costume, e intanto mio padre è arrivato in bicicletta. Era venuto da casa ed era tutto vestito e ha detto sto andando a lavoro, perché lui lavorava al Pronto Soccorso, sto andando al lavoro perché ci hanno chiamati tutti, noi reperibili, perché c’è stato un attentato a Borsellino. Ricordo che io non sapevo chi fosse Borsellino, e pensavo che “attentato a Borsellino” fosse un modo di dire, un modo di fare gli attentati, tipo “attentato con la pistola”, e non capivo ed ero perplessa, ma non ho detto niente. Poi mia zia è tornata di corsa dal telefono e ha detto andiamo via tutti, perché la madre di Federica era riuscita a parlare con una vicina di casa che le aveva detto è scoppiata una bomba qua sotto, tua madre è al balcone e per questo non risponde, ma tornate a casa.

Ricordo che siamo tornati a casa a piedi, come tutte le domeniche, ma per strada non c’era nessuno, e si sentivano i televisori e brandelli di notizie, e poi hanno detto che di una ragazza era stato trovato il braccio sull’albero, e io mi sono spaventata moltissimo, ho pensato che gli “attentati a Borsellino” fossero delle cose orribili.

Ricordo che sono arrivata a casa e mia madre era in giardino, c’era la televisione accesa, e mia zia è entrata e lei ha detto ecco, questo è un altro Falcone, e si vedeva un palazzo distrutto e io ho avuto moltissima paura e pensavo ecco, adesso mettono una bomba pure qua e dai nonni e sotto tutti i palazzi della città e anche il mio braccio finirà su un albero, e mi sono messa a piangere. Poi mio padre è tornato, dopo molte ore, e alla televisione si vedeva sempre il palazzo distrutto, e siamo andati dai nonni e anche lì si vedeva il palazzo distrutto. Ricordo solo questo, e che quella notte non riuscivo a dormire e pensavo alle ragazze con le braccia sugli alberi. Poi non ricordo altro, credo, di quel giorno. Era il 19 luglio 1992.

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Dove eravate? E adesso, dove siete?

Il 19 luglio 1992 avevo compiuto da poco nove anni. Ero bassina e magretta e abbronzata, avevo una gran testa di capelli incolti e presto sarei andata in quinta elementare. Avevo una splendida bicicletta rosa con un piccolo portapacchi appeso al manubrio, mi piaceva giocare con i miei cugini e odiavo il mare. Ogni giorno, dal 15 giugno al 15 settembre, le mie nonne mi portavano alla spiaggia: a piedi, con lo zainetto a righe sulle spalle e le ciabattine Champ blu ai piedi. Tornavamo presto, per mezzogiorno eravamo già a tavola: tranne la domenica, quando, complice un enorme equivoco – alla bambina fa piacere restare con gli zii – ero costretta a restare a mare fino alle 19:00, con i capelli umidi, il costume bagnato e i piedi pieni di sabbia, ruminando fastidio e possiamoandareadesso? ogni pochi minuti.

Il 19 luglio 1992 era domenica, e io naturalmente ero a mare: c’era caldo, avevo mangiato un calzone al forno insieme ai miei cugini e alle bambine di una famiglia di amici, che abitava in una zona della città che conoscevo poco, e che mi sembrava lontanissima: dalle parti della Fiera del Mediterraneo, in via Mariano D’Amelio. Avevamo giocato a biglie, scambiato figurine, letto le barzellette di un giornalino che la nonna ci aveva comprato qualche giorno prima. Non vedevamo l’ora di fare il bagno, anche se l’acqua di Mondello è verde e immobile e odiosamente tiepida, dopo pranzo: ma l’aria era afosa e stagnante, e noi avevamo finito di trangugiare l’ultimo boccone alle 14:00. Avevamo ingaggiato una lotta con gli zii: potevamo fare il bagno alle 16:50? Per favore, eh? Giuravamo che non ci saremmo sentiti male. Presi per sfinimento, ci avevano detto di sì: e mentre sguazzavamo sulla riva, goffi e sciocchi come piccole otarie, abbiamo sentito un botto. Forte, sordo, cupo, quasi tangibile: qualcosa aveva fatto buuuum, da qualche parte. Poi, tutto è molto confuso: c’era mio padre, arrivato in bicicletta da casa ad avvertirci, che diceva Hanno ucciso Borsellino e poi correva in ospedale, ché lo avevano chiamato per dirgli di mettersi a disposizione, anche se non era di guardia. C’era mia madre che mi aspettava in giardino davanti alla tv, e gli amici di famiglia pigiati in una cabina telefonica che continuavano a chiamare casa, perché avevano lasciato nonna Franca da sola e sembrava che il buuuum venisse proprio da lì, da via D’Amelio, quella stradina sperduta che mi sembrava lontanissima e a un tratto era a un tiro di buuuum da me. C’eravamo noi che tornavamo a piedi sulla strada di sempre, i miei zii davanti e noi tre dietro, con i costumi fradici e la sabbia tra le dita dei piedi e i capelli grondanti, e la gente intorno alla fontanella diceva Murìu anche una fimmina, mischina, hanno trovato i pezzi su un albero, e non capivamo, e ci chiedevamo se anche a noi, un giorno, avrebbero messo una grande bomba sotto casa: magari sarebbe esplosa proprio mentre tornavamo dalla spiaggia, con le nonne e le ciabattine e gli zainetti, chissà, e avevamo paura.

Ventidue anni dopo, non vado a mare se non è strettamente necessario, lo zainetto a righe l’ho regalato a una bimba tamil, non sono più magretta e ho ancora paura: delle bombe, delle persone cattive, e dei castelli che occhieggiano dai monti, come nelle fiabe più nere.

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Cosa facevate, in quel momento?

Ieri sono stata alla presentazione di un libro; non per scelta culturale o per inclinazione personale verso quel particolare saggio, che non ho letto e non ho in programma di prendere in mano a breve, ma in seguito a forzata precettazione – ‘non ci viene nessuno e modero io, quindi porta il culo al bar-libreria’ – ‘certo, capo’. Nel mucchio sconnesso delle imposizioni lavorative (ok, ora potete smettere di sghignazzare) la presentazione di ieri è stata una delle meno moleste: dedicate poche parole al libro, il dibattito si è rapidamente e prevedibilmente trasformato in una riflessione accorata su prospettive e speranze del movimento delle donne a Palermo. Le relatrici erano tre sorridenti sessantenni che del femminismo hanno fatto la propria peculiarità, il tratto precipuo della propria identità personale (‘io sono prima di tutto femminista, e poi comunista’, citando a braccio la più veemente delle tre). Il loro punto di vista, anche se attardato su posizioni un po’ auto-celebrative, era interessante, combattivo e non rinunciatario come quello della maggior parte dei venti-trentenni; è stato un bel pomeriggio, freddoumido e violaceo come un livido ma divertente come un’assemblea d’istituto, quando si urlava e non ci si ascoltava o ci si ascoltava troppo, in maniera discontinua e disattenta e appassionata. Erano, le sessantenni di ieri pomeriggio, le donne che, nell’estate del ’92, avevano occupato piazza Castelnuovo a Palermo per un lungo sciopero della fame a staffetta, un grido strozzato, esasperato, disperato contro tutto quello che era sangue e sporcizia, troppe parole e nessuna soluzione possibile. È cambiato molto, da allora, le stragi hanno lasciato il posto a silenziose, continue prevaricazioni, che ormai fanno così poco notizia da essere normali in maniera allarmante, oscena. Sono cambiate le condizioni sociali, è mutato il contesto, il movimento femminista deve riuscire a ricontestualizzarsi, a vivere nel qui e ora, ad adeguare il linguaggio alle contingenze: le soluzioni non le daranno tre sessantenni, ma è stato bello ascoltarle, e sentirsi dire, da loro, che non è prendendo il testimone dalle loro mani che andremo avanti: ma tracciando un’altra strada, diversa.

Nell’estate del ’92 avevo nove anni; ricordo perfettamente l’attentato a Falcone, gli elicotteri che volavano sulla città, il traffico da sabato pomeriggio e le macchine con l’autoradio accesa, e lo sgomento e le scene da telegiornale e l’autostrada squartata e la chiesa di San Domenico gremita, e ancor di più ricordo quello a Borsellino, di attentato, il mare di Mondello, molle e giallo e immobile nel dopo-pranzo afoso, e un botto forte e mio padre in bicicletta che ci veniva a dire di tornare a casa, che un altro giudice era morte. Ricordo il senso di allarme, di pericolo imminente, di non-tranquillità, e poi le saracinesche dei negozi abbassate, il lutto cittadino, il funerale in tv, i politici inginocchiati nei primi banchi.
E voi dove eravate, quel sabato, quella domenica, quell’estate? Cosa facevate, a cosa pensavate? E cosa è cambiato, da allora?

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