Autorità o autorevolezza?

Mio padre è un ex sessantottino da manuale; ha la barba, un eskimo conservato nell’armadio, molti aneddoti da raccontare e un’indole indomita e fiera. Sa sfuggire a una carica della polizia senza inciampare nel loden, sa correre all’indietro con una bandiera in spalla cantando El pueblo unido jamás será vencido senza perdere il ritmo, riesce a fiutare da lontano una manifestazione che si rivelerà un pestaggio, ha coltivato una sana e duratura avversione per i fascisti, i picchiatori, i violenti. Mi ha cresciuta con valori corretti e concreti: mai andare a una manifestazione con una sciarpa lunga, mai mancare alla parola data, mai mescolare marmellata e acciughe, mai negare attenzione e ascolto a chi te li chiede, mai mancare di rispetto a qualcuno: a chicchessia, ecco, non a qualcuno che, per convenzione sociale, rappresenti per me una forma di autorità; per questo ho sviluppato una innocua passione per le sciarpe corte in pile, gusti alimentari non riprovevoli, se si esclude un’insana e insensata tendenza a ricorpire tutto con glassa di aceto balsamico, e una noiosa attitudine a trangugiare in silenzio dolori e paranoie altrui, insieme alla convinzione che tutti, da mio nipote treenne Generico a Mattarella, meritino la stessa considerazione.

In questi giorni, sembra che gli onori delle cronache vengano riservati con insolita frequenza alla notizia di insegnanti o personale medico e infermieristico in servizio fatti oggetto di violenze, ingiurie, percosse; al di là della capacità dei giornalisti di pompare o meno una notizia, creando un caso o una moda, sicuramente il problema esiste. Ne ho parlato con molte persone: mio padre, interrogato da me anche in qualità di ex medico di Pronto Soccorso, in servizio per trent’anni in un noto ospedale di Palermo, mi ha risposto inaspettatamente Forse è colpa nostra: abbiamo tanto lottato contro le autorità costituite che ormai nessuno riconosce più in un medico o un professore una figura di riferimento. Mi chiedo se sia vero, ma non ne sono molto convinta. Più che un attacco all’autorità, l’escalation di violenza a cui assistiamo mi sembra sintomo di una tendenza al solipsismo che sta raggiungendo livelli estremi; non è l’idea di autorità a mancare, ma la fiducia nelle capacità altrui, nella preparazione e buona fede e impegno e istruzione di chi ha studiato e si è formato per un ruolo, sostituita da una tendenza a ritenersi invincibili, infallibili, unici depositari della verità assoluta, sorte di super-eroi incastrati nel proprio personale fumetto, bravissimi e preparati in tutto; persone che ritengono di poter avere un’opinione corretta e non rivedibile su nulla, che si parli di vaccini o della pagella del proprio primogenito, che si presentano in ospedale o al ricevimento-genitori con la certezza che gli altri non siano adeguatamente preparati e che loro dovranno sbattere i pugni e litigare per ottenere di vedere rispettati i propri diritti. Persone che pensano di poter fare curare i propri cari o istruire i propri figli secondo il proprio personale modo di vedere, che pensano di dover correggere e bacchettare e ri-allineare pensieri e abilità altrui, non in virtù delle proprie competenze, ma del proprio insindacabile punto di vista: e che, se non riescono a farlo con le parole, lo faranno con le mani. Forse non è il rispetto per l’autorità, a mancare, ma il rispetto per la persona umana, e soprattutto il rispetto per lo studio, la preparazione, l’applicazione, l’esperienza; non è stata svuotata di autorità la figura del medico: è stata riempita di arroganza la figura dell’uomo-comune-che-si-è-fatto-da-sè, che ha studiato all’arcinota “università della vita”, che pensa che tutti gli altri, dall’autista di autobus al magistrato, dal salumiere all’ingegnere, non valgano nulla. Non sono sicura che la mia analisi sia corretta: anzi, spero di sbagliarmi, perché sarebbe davvero molto triste e allarmante.

Da tempo non consiglio un libro: sono afflitta da mancanza di tempo e il sonno mi schianta ogni sera, con il kindle in mano, dopo poche pagine. Ma ho letto con vero piacere una raccolta di racconti di Chris Offutt, Nelle terre di nessuno; sono racconti intensi, a tratti realistici, a tratti percorsi sotto traccia da una vena quasi fiabesca. Li lega l’ambientazione – all’inizio c’è una cartina del paese con la collocazione delle case dei protagonisti delle diverse storie – e una spiccata tendenza al particolare crudo e disturbante; nonostante questo, il libro mi è piaciuto molto: ha la freddezza e il rigore di una cronaca, non c’è pietà o coinvolgimento emotivo da parte del narratore, ma i singoli racconti sono pregni di un’umanità toccante.

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