A distanza.

Sono quasi tre mesi che non vedo Mohamed. Le restrizioni per il Covid ci hanno allontanati, e il mio atteggiamento ansioso rende complicato il passaggio a una possibile futura fase 3 che comprenda la mia presenza al compound: temo che ci vorranno ancora parecchie settimane prima di riuscire a sentirmi nuovamente a mio agio in un posto in cui le più semplici regole igieniche sono interpretate creativamente, e in cui l’ultima volta in cui qualcuno si è lavato le mani col sapone era ancora presidente Pertini. Con tutta la buona volontà di cui è dotato, Mohamed si sforza di mantenere la sua tenda in ordine, di dividere accuratamente i sacchetti del cibo per i gatti da quelli del pane per i piccioni, di lavare i vestiti alla fontana e stenderli sulla recinzione di metallo che delimita l’aiuola, di mettere le coperte al sole: purtroppo, però, la sua routine di quotidiana non prevede la doccia, o un accurato lavaggio dei capelli, e quindi.

Per sopperire alla distanza, Mohamed ed io parliamo al telefono: o meglio, io grido, lui non sente, io urlo, lui biascica, io mi sgolo, lui posa il suo vecchio nokia per terra per dare la pappa ai gatti, abbandonandomi a strepitare Moha Moha, ma dove sei finito?, rispondi! con tono sempre più agitato. La conversazione è sempre faticosa, interminabile e tortuosa: ogni telefonata dura almeno mezz’ora, e si alternano lagnanze, Non ti fai vedere mai, ormai se ti incontro per strada non ti riconosco!, grandi risate, considerazioni generali sulla vita, sul rapporto con i genitori, Devi prenderti cura di loro!, con la religione, con le istituzioni, e poi succosi pettegolezzi su tutti i senzatetto della città e su tutti gli operatori di gruppi di assistenza ai senzatetto della provincia: peccato che io non conosca quasi nessuno di loro. Mohamed mi istruisce sulla corretta alimentazione, Devi mangiare la frutta, altrimenti i dolori non ti passano!, mi spiega come il Covid sia in realtà tutta una bieca manovra del capitalismo ai danni dei proletari, Anche se, hai visto, non colpisce le persone di colore, chissà come mai?, mi comunica che lui comunque sta benissimo, perché ha gli speciali anticorpi tipici dei persiani. Ma quindi in Iran non è arrivato, il Covid?, gli chiedo: e lì si rabbuia e mi spiega che sì, è arrivato, e un sacco di gente sta male, e infatti vorrebbe proprio sentire suo padre. A quel punto raggiungiamo il solito impasse: io gli spiego che i suoi familiari sono preoccupati per lui, lo chiamano ogni giorno ma non riescono a parlargli, il suo telefono non funziona; lui mi risponde che non può chiamarli, non ha soldi, dovrebbe fare la ricarica, è troppo lontano, si stanca, non se la sente di arrivare a piedi fino alla stazione, ormai c’è troppo caldo, non può camminare al sole: E quindi, vedi?, devi venirmi a trovare prima possibile, così facciamo una videochiamata dal tuo smartphone prima che sia troppo tardi. E in quel momento, sempre, inevitabilmente, mi sento uno schifo.

Con la mia proverbiale ansia, cerco sempre di sincerarmi che Mohamed abbia tutto quello che può servirgli: e quindi cibo, gel disinfettante per le mani, batterie per la torcia, tabacco, cartine, accendino e mascherine. Me ne hanno portate alcune, mi ha detto l’altra volta: tranquilla, le mascherine ce le ho. Ma le usi, Moha?, gli ho chiesto. No, no, poi si sporcano, mi ha risposto: però le ho conservate bene. E dove, di grazia?, gli ho chiesto trepidante. In un sacchetto di plastica nella cuccia dei gattini, mi ha comunicato trionfante.

E tant’è.

Per fortuna che ci sono i gatti a vigilare sulle mascherine.

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