Di mamma ce n’è una sola (e non sono io).

Per evidenti ragioni di età, ultimamente sono spesso a contatto con persone che hanno avuto figli, specie se da poco. Complice un cugino scout che snocciola un bambino l’anno, qualche amica o sorella di amici o cugina di sorelle di amici, un po’ di colleghe e affini, sento pronunciare sempre più spesso commenti sui pannolini dell’Esselunga, sui più efficienti cuscini anti-soffocamento, sulle pizzerie provviste di seggiolone, sulle culle da agganciare al letto matrimoniale; prima di entrare in questo mondo pensavo che la scelta di un passeggino fosse relativamente semplice, tipo andare in un negozio, vedere qualche modello e optare per quello col miglior rapporto qualità-prezzo: e invece, tra ruote piroettanti, maniglione unico per quando hai il pargolo in braccio ma devi comunque spostare il trabiccolo, capottina anti-neve e copertina termica per le gambe, l’impresa sembra complessa e meritevole di ricerche incrociate su internet, valutazione corale di pro-e-contro, richiesta di pareri in improbabili gruppi su Facebook. Assodato che non ho e non avrò figli, queste conversazioni hanno, per me, il fascino indiscusso di qualcosa che interessa vagamente, incuriosisce senza creare ansia, diverte moderatamente. Da forte lettrice di riviste da parrucchiere – dove, peraltro, non vado da decenni, ma alle riviste sono abbonata – posso a pieno titolo inserirmi decantando le virtù della culla next-to-me, fermo restando che, non dovendone comprare una, posso sorvolare sul fatto che costi quanto un brillante di buon taglio.

I bambini, soprattutto quelli a cui sono affezionata, mi divertono abbastanza: mi piace Robert, la mascotte dell’ufficio, mi piace Stefanuccio, il figlio della Fra’, mi piacciono abbastanza anche i miei semi-nipotini Generico e Brucovico, sebbene siano in profonda crisi da vicinanza di età e sorellina in arrivo; mi piace anche Pagnottino, il nipote di amicastorica, sebbene lo abbia visto poche volte. Mi piacciono meno, invece, i discorsi che sono, spesso, corollario della presenza di una madre o un padre nei paraggi. Non mi piace molto sentirmi dire che anche io vorrò un figlio, prima o poi: soprattutto se a dirlo è qualcuno che non mi conosce bene e che non sa che la mia scelta di non avere figli è profonda, radicale e molto pensata. Non mi piace sentirmi dire – e me lo sono sentita dire – che non essendo madre non posso sapere quali sono le esigenze o i limiti di un bambino, o come si distingue un pianto da un capriccio, come se fosse esclusiva capacità di chi ha partorito comprendere un essere di meno di tredici anni. Mi infastidisce sentirmi dire che non voglio un figlio solo perché non voglio rinunciare alle mie notti di sonno: e comunque, anche se fosse, penso che sarebbero esclusivamente fatti miei. Mi dispiace, soprattutto, sentire parlare molti genitori dei propri figli come se fossero una specie di condanna; bambini che non dormono, non mangiano, non fanno i compiti e rispondono male alla maestra – di fatto, normalissimi bambini, magari solo un po’ più viziati o capricciosi di mille altri – protagonisti di racconti dell’orrore in cui madri e padri si sentono succubi della loro presenza; una persona che conosco per lavoro – e che stimo, tra l’altro, e trovo anche piuttosto simpatica – è arrivata a paragonare i suoi bambini a un ergastolo, onde poi chiedermi, qualche quarto d’ora dopo, come mai non ne desideri uno anche io; penso che sarebbe stato offensivo dirle che le sue parole sono un potente contraccettivo: mi sono limitata a rispondere che, ecco, magari prenderemo un gatto. Al di là dell’episodio, mi sono chiesta e mi chiedo spesso se avere figli sia davvero una scelta personale, o se per qualcuno non sia soltanto un’imposizione sociale abbinata a un’esigenza ormonale; e comunque, anche noi, da bambini, eravamo così invisi ai nostri genitori? Perché molti fanno figli se poi, dopo una manciata di anni, ne hanno le tasche piene? E, se tornassero indietro nel tempo, li farebbero di nuovo? È davvero così frustrante e deludente la genitorialità? Ovviamente, mi tengo le mie domande senza risposta: non sono mica una madre, io.

Ho finito da poco Limonov di Emmanuel Carrère, e ne sono rimasta folgorata; la figura, affascinante e controversa, di questo scrittore, poeta, militante politico, mi ha a tratti esasperata, a tratti divertita, a tratti profondamente commossa; ho iniziato Il libro dell’acqua, da Carrère definito il più bello tra i libri di Eduard Limonov: devo dire che mi sta stupendo.

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Novità in cucina.

Ci sono alimenti che vanno di moda; quando ero bambina, per l’insalata si usava solo il pomodoro-da-insalata: che era grosso, rosso-verdastro, turgido e brillante, non costoluto, con un bel picciolo; aveva un sapore deciso, estivo: sapeva di sole e del sale sulle spalle al ritorno dal mare, del giardino innaffiato col tubo di gomma bianco, delle discussioni con la nonna sulla possibilità di giocare fuori prima delle cinque e sull’assoluta necessità di non disturbare il sonno altrui, pena l’immediato taglio del pallone. Si poteva servire a fette o a pezzettini, riempire di riso e tonno e olive, o mangiare a morsi, in piedi in cucina, aspettando che la doccia fosse libera. Poi, improvvisamente, sono diventati di gran moda i pomodorini; i ciliegini prima, e i datterini molti anni dopo, hanno soppiantato i pomodori insalatari: e si trovano tutto l’anno, in barba alla stagionalità, avvolti nel coppo di carta pesante beige del fruttivendolo o in igieniche vaschette di plastica trasparente sui banconi del supermercato; addirittura, chissà come mai, i datterini sono venduti in bizzarre confezioni a forma di poliedro a base triangolare, che non chiudono mai bene e si incastrano con difficoltà in mezzo alle altre confezioni. Non si possono fare ripieni, ovviamente, e hanno sempre la buccia un po’ troppo dura e sanno spesso d’acqua, di troppo poco sole, di serra.

Nella stessa maniera, da pochi mesi a Palermo si sono diffuse le patate rosse: che fino a una manciata di settimane fa non avevo mai visto e che ora, improvvisamente, sono ovunque – e, paradossalmente, costano meno delle care vecchie patate a pasta gialla. Le ho comprate, la prima volta, colma di aspettative; ho passato diversi giorni a scegliere il modo migliore per prepararle (bollite, in purezza, in modo da evidenziare il sapore? A sformato? Fritte?), per poi scoprire che non hanno molto di differente dalle patate “nuove”; sono solo, forse, un pochino più croccanti: o semplicemente, forse ho avuto più fortuna e mi sono venute meglio del solito. Ieri sera, comunque, le ho cotte al forno (e, di nuovo, sono diventate croccanti e invitanti senza che facessi niente di particolare); abbiamo cotto un carciofo in padella e abbiamo optato per la frittata carciofi-e-patate: che è venuta buona e gustosa e invitante e. Ma che si è orribilmente sfrantumata quando ho tentato di girarla: e no, non entrerò nel girone dantesco delle frittate arrotolate o cotte solo da un lato, la mia religione me lo impedisce e darei un orribile dolore a mia madre, che da me non se lo aspetta. Abbiamo mangiato, con mio sommo sconforto (e tra ottimistici mugolii di piacere della mia bella, che oltre che bella è anche molto dolce e trangugia qualsiasi cosa le prepari, anche tagliatelle funghi e marmellata di pesche, dicendo che buono!), una frittata orribilmente rappezzata. La prossima volta, ho deciso, divido il composto in due parti e cucino una piccola frittata a testa: vincerò io la battaglia contro la lobby delle palette-da-frittata, colpevoli almeno in parte della disfatta di ieri.

La app Raiplay Radio, che mi aveva resa, per qualche giorno, una felice ascoltatrice di audiolibri, in seguito a un insensato aggiornamento ha smesso di funzionare; sono rimasta a metà con Limonov di Carrére, e dovrò finirlo leggendolo e non ascoltando la bella voce di Elio De Capitani. Lo so, non è una tragedia, ma cheppalle.

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