Qual è la playlist della vostra vita?

Il semi-labrador ed io apparteniamo a pieno titolo alla categoria degli amanti della radio. Ascoltiamo i programmi e ridacchiamo alle battute dei presentatori e ciondoliamo la testa alle canzoni che non conosciamo, ci stupiamo di quanti personaggi che in televisione appaiono ottusi e insulsi e grondanti retorica in radio risultino piacevoli, simpatici, quasi-intelligenti. In questi giorni la nostra rete preferita dà molto spazio a una trasmissione il cui elemento centrale è mandare in onda una playlist (cinque canzoni, trenta minuti al massimo) composta da un ascoltatore, scelta tra decine di altre per la sua originalità e premiata con una maglietta e tre-quattro minuti di celebrità da autoradio. Mentre prestavo orecchio con aria scettico-invidiosa da pessima conoscitrice di musica (e chi sarebbero questi pink floyd, di grazia?!), mi chiedevo quale potesse essere la playlist della mia vita; una playlist di libri, intendo, cinque romanzi a comporre e delineare e descrivere la mia figura, quella che vorrei gli altri vedessero, quella che forse vedo solo io. Cinque libri, cinque motivazioni, cinque fasi, cinque sfaccettature. Cinque.
Il primo titolo non può che essere La casa degli spiriti, il mio primo libro da grande. Facevo la seconda media, avevo undici anni e una professoressa di lettere che, tentando di impedirmi di leggerlo, me lo fece amare ancor di più. Credo sia il libro che ho riletto più spesso. Il secondo nome, è ovvio, è quel Lessico famigliare di cui non smetto mai di parlare, il libro-tutto, l’idea platonica di libro, il libro per antonomasia. A seguire, Treno di panna di Andrea De Carlo, quello che, nel bene o nel male, credo sia il libro che ha influenzato di più il mio modo di scrivere, di parlare, di studiare un testo nuovo. In chiusura, due titoli che mi hanno piacevolmente colpita, stordita, sconvolta: Trilogia della città di K. e Il vangelo secondo Gesù Cristo, perché mi ricordano che niente è semplice e lineare e palese e privo di conseguenze. Niente è sicuro e ovvio e facile. Niente.

Alla radio, uno dei programmi in cui si inciampa più spesso è l’Ondaverde. Agostino Roi, il protagonista di Tornerai ogni mattina di Samuele Galassi, considera l’Ondaverde la sua personale ricetta per la serenità, la pace, una visione equilibrata del mondo. Stupito dalla scoperta che sua moglie, che lui uccide ogni giorno, la mattina dopo è di nuovo viva e in buona salute, tenta di sfruttare tutti i privilegi della situazione. Un romanzo cinico e ironico, gustoso e ben raccontato, surreale ma calato in uno stile iper-realtista ed estremamente attento ai dettagli che ricorda il De Carlo di Pura Vita e I veri nomi. Davvero da leggere.

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La formula matematica della serenità

Mi piace leggere. Mi rilassa e rasserena, mi culla e carezza e consola, addolcisce la piega amara delle mie labbra, il cipiglio corrucciato da giornata-no. In un oceano di contingenze ansiogene e nemici immaginari, di semi-labrador infangati e con il muso da senso di colpa e di volte a crociera che insistono su spazi quadrangolari di forma irregolare, di quasi-amici e non-più-amici, di delusione e tristezza e incomprensioni, di calzini a righe multicolor disperatamente bagnati e di capelli arricciati arruffati elettrizzati dall’umidità, la formula scientifica nota come libro&piumone continua a dare insperati risultati.

Mi piace leggere; ancor di più, mi piace scoprire libri leggendone altri. Mi piace che uno scrittore mi descriva un suo collega, o che citi il titolo di un romanzo che ha letto, che lo ha appassionato, che magari appassionerà anche me. Amo gli autori generosi, che mi presentano gli amici, mi consigliano il titolo di un saggio, mi raccomandano di ascoltare una canzone che dà loro i brividi, di provare un piatto che a loro fa venire l’acquolina.

Natalia Ginzburg, per esempio; mi ha fatto conoscere Pavese: me lo ha mostrato dolce e sfuggente, silenzioso e ombroso e triste, ormai stanco, privo di fiducia, di stimoli, di energia. Pieno di pena, ma attento, premuroso, schivo. Me lo ha indicato già di spalle, mentre andava via confuso e solo, turbato.

Mi ha presentato anche Leone, suo marito, ma di sfuggita e come a cenni; il tempo di affezionarmi e già non c’era più, sparito tra le sbarre di Regina Coeli e tra le righe di Lessico famigliare, sicuro e appassionato, coraggioso, impavido, solo e disperato, giovane e sofferente e già scomparso.

Enrico Brizzi mi ha confidato come per caso che Andrea De Carlo, per lui, era un grande scrittore; e che, dei suoi romanzi, il migliore era Treno di Panna, scabro e ruvido, acerbo, vivo. Starnone, invece, mi ha detto che stimava una ragazza che leggeva Pube angelicale di Puig. Mi ha fatto passare interi pomeriggi a cercarlo, e altri a leggerlo; ha finito per farmi comprare e amare tutti i libri di Puig, dal superbo Il bacio della donna ragno al coinvolgente Una frase, un rigo appena. Gliene sono grata. Murakami ha lasciato che Watanabe mi consigliasse di leggere La montagna incantata, Tabucchi, invece, ha permesso a Pereira di descrivermi L’ultima lezione di Daudet con un tono commosso e appassionato, partecipe e attento, da amico che ti sussurra all’orecchio di un racconto che ha amato. Infine, Harper Lee mi ha fatto sorridere di complicità quando ha descritto Truman Capote come solo una compagna di giochi poteva fare.

Ogni romanzo ha un sapore, un profumo, una ricetta tra le pagine. Scopritela, cucinatela, assaporatela.

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