Cosa facevate, in quel momento?

Ieri sono stata alla presentazione di un libro; non per scelta culturale o per inclinazione personale verso quel particolare saggio, che non ho letto e non ho in programma di prendere in mano a breve, ma in seguito a forzata precettazione – ‘non ci viene nessuno e modero io, quindi porta il culo al bar-libreria’ – ‘certo, capo’. Nel mucchio sconnesso delle imposizioni lavorative (ok, ora potete smettere di sghignazzare) la presentazione di ieri è stata una delle meno moleste: dedicate poche parole al libro, il dibattito si è rapidamente e prevedibilmente trasformato in una riflessione accorata su prospettive e speranze del movimento delle donne a Palermo. Le relatrici erano tre sorridenti sessantenni che del femminismo hanno fatto la propria peculiarità, il tratto precipuo della propria identità personale (‘io sono prima di tutto femminista, e poi comunista’, citando a braccio la più veemente delle tre). Il loro punto di vista, anche se attardato su posizioni un po’ auto-celebrative, era interessante, combattivo e non rinunciatario come quello della maggior parte dei venti-trentenni; è stato un bel pomeriggio, freddoumido e violaceo come un livido ma divertente come un’assemblea d’istituto, quando si urlava e non ci si ascoltava o ci si ascoltava troppo, in maniera discontinua e disattenta e appassionata. Erano, le sessantenni di ieri pomeriggio, le donne che, nell’estate del ’92, avevano occupato piazza Castelnuovo a Palermo per un lungo sciopero della fame a staffetta, un grido strozzato, esasperato, disperato contro tutto quello che era sangue e sporcizia, troppe parole e nessuna soluzione possibile. È cambiato molto, da allora, le stragi hanno lasciato il posto a silenziose, continue prevaricazioni, che ormai fanno così poco notizia da essere normali in maniera allarmante, oscena. Sono cambiate le condizioni sociali, è mutato il contesto, il movimento femminista deve riuscire a ricontestualizzarsi, a vivere nel qui e ora, ad adeguare il linguaggio alle contingenze: le soluzioni non le daranno tre sessantenni, ma è stato bello ascoltarle, e sentirsi dire, da loro, che non è prendendo il testimone dalle loro mani che andremo avanti: ma tracciando un’altra strada, diversa.

Nell’estate del ’92 avevo nove anni; ricordo perfettamente l’attentato a Falcone, gli elicotteri che volavano sulla città, il traffico da sabato pomeriggio e le macchine con l’autoradio accesa, e lo sgomento e le scene da telegiornale e l’autostrada squartata e la chiesa di San Domenico gremita, e ancor di più ricordo quello a Borsellino, di attentato, il mare di Mondello, molle e giallo e immobile nel dopo-pranzo afoso, e un botto forte e mio padre in bicicletta che ci veniva a dire di tornare a casa, che un altro giudice era morte. Ricordo il senso di allarme, di pericolo imminente, di non-tranquillità, e poi le saracinesche dei negozi abbassate, il lutto cittadino, il funerale in tv, i politici inginocchiati nei primi banchi.
E voi dove eravate, quel sabato, quella domenica, quell’estate? Cosa facevate, a cosa pensavate? E cosa è cambiato, da allora?

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