Cose che ho imparato lavorando a un progetto grande-e-complesso.

piazza-belliniChe è bello sentirsi parte di un gruppo: e che è ancora più bello trovare dento il gruppo un alleato con cui condividere fatica e gioia, onori e oneri, timore e tremori ed esilaranti e sboccate telefonate di complimenti reciproci.

Che farsi prendere dal panico non è mai una buona idea: e che trascorrere un’intera serata a lagnarsi e chiedere aiuto a chicchessia e dire non ce la farò mai e dondolare ritmicamente sulla sedia è inutile e sciocco e avrà come unico risultato una notte insonne per la vergogna.

Che un buon team vale molto più di quanto sia intuitivo supporre, e che investire tempo nella formazione dei nanetti che mi staranno accanto è vitale per il mio sistema nervoso (e per il loro futuro).

Che il sonno è una cosa sopravvalutata, e che si può vivere senza rischi per la salute anche lavorando diciotto ore al giorno: ma che, superato il mese trascorso a questi ritmi, il pericolo dell’abbrutimento è dietro l’angolo.

Che senza la mia bella accanto non vado da nessuna parte: e che il suo tono di voce è davvero l’unica cosa che riesca a calmarmi, quando è mezzanotte e ancora devo caricare tonnellate di dati sul sito e la connessione salta e il pc fa vruuuum come se dovesse spiccare il volo.

Che niente è irritante come le notifiche di whatsapp e che, tra le piaghe d’Egitto, andava sicuramente indicata anche la chat di gruppo con novantasette persone che tirano su il pollicione ogni volta che qualcuno scrive qualcosa.

Che un gelato può essere una soluzione pratica ed economica per sostituire il pranzo, e che la delusione di non aver trovato il gusto mango si può rapidamente stemperare assaggiando il miglior cioccolato-e-vaniglia della città.

Che è difficile conciliare superlavoro e tentativo di tenere a bada la ciccia, e che una pizza ogni tanto ci vuole: e che non si può tornare al pc dopo cena avendo nella pancia solo insalata e robiola, per quanto la glassa di aceto fosse gustosa.

Che i complimenti, quando sono meritati, sono una gratificazione sufficiente a farmi pensare che l’anno prossimo, se mi richiamano, torno: e pace per una nuova estate rovinata da smartphone trillanti, riunioni il 16 agosto, pomeriggi di lavoro sotto il condizionatore acceso e neanche un bagno a mare di straforo.

Che sono davvero l’unica persona che ci tiene a portare a casa qualche ricordo del festival: e che la locandina staccata con cura dal muro e il cavaliere sottratto da un tavolo alla fine dell’incontro, che fanno bella mostra di sé nella mia libreria, sarebbero finiti inesorabilmente nel secchio della raccoltà differenziata.

Che tornare a ritmi normali è bello e rassicurante, e che una passeggiata con la mia bella, un giretto al parco con pupetto o una cena con amicastorica sono imprescindibili per la qualità della mia vita.

Che dormire oltre le otto il sabato mattina mi è mancato tanto.

Per ora ho letto molto poco, e in modo discontinuo e poco attento. Conto, in questi giorni, di recuperare: e quindi ci darò sotto con La distrazione di dio di Alessio Cuffaro, che mi è stato regalato un mese fa e di cui ho letto solo poche pagine; ne ho sentito parlare bene, è un consiglio del mio libraio di fiducia, quindi vedremo.

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Febbraio è il mese più dolce.

Mi piace il mese di febbraio. Custodisce una data importante, mi ricorda i momenti più belli e intensi e pieni di aspettative e sogni che abbia mai vissuto, quando avevo diciotto anni e non avrei saputo immaginare come sarebbe stato il mio futuro e assaporavo con stupore e tremore ogni giornata, col suo campionario nuovissimo e sconosciuto di sorrisi parole maninellemani, ed ero semplicemente felice e inconsapevole, attraversata da una corrente di gioia a millemila volt; a Palermo c’è odore di primavera, a febbraio, le giornate sono timidamente tiepide, si parla già di vacanze estive, e poi c’è il festival di Sanremo: e io, che ho un’anima inguaribilmente kitsch, adoro il festival di Sanremo. Ci comincio a pensare a gennaio: mi lagno perché il presentatore non mi sta simpatico e perché tra i cantanti in gara non ce n’è uno che mi piaccia, e non so per chi tifare, uffa: anzi, addirittura di solito non li conosco, o pensavo che fossero già morti – mi spiace, Zarrillo, ma ero convinta che non ci fossi più da qualche anno. Delle canzoni proposte ce ne sono un paio che ascolterò volentieri quando le incrocerò alla radio, e il resto è fuffa, va bene: ma Sanremo mi diverte un bel po’.

Mi attira, oltre allo spettacolo in sé, la dimensione sociale e social del festival: il senso di appagamento nel piazzarmi davanti alla tv e pensare che qualche altra lenzuolata di persone lo sta facendo, le serate trascorse mangiando cibo ipercalorico con amicastorica e la mia bella, i commenti seriali su Facebook su abiti scarpe arrangiamenti e stonature. E poi quelli che si ritengono grandi critici e propongono una lettura filologica del brano di Elodie, e le chiacchiere da ufficio – no, capo, Bianca Atzei proprio no! – e quell’inappropriato senso di unità nazionale nel constatare che ormai Al Bano non sta sullo stomaco solo a mema a buona parte del resto della nazione: e mi dispiace per Gigi D’Alessio, ma ormai anche lui ha fatto il suo tempo, avanti. Mi piacciono le dirette Twitter, i commenti caustici e l’apprezzamento collettivo, gli applausi a scena aperta, i ritornelli che rimangono subito in testa: l’idea di essere parte di un gruppo vario ed eterogeneo che sghignazza e canticchia, stronca e difende, si accapiglia sul look di Lodovica Comello (ma chi diamine è?) e ballonzola al ritmo di Francesco Gabbani.

Domani saremo ognuno per la propria strada, io e queste milionate di persone accomunate a me solo da un programma televisivo, il vincitore del festival sarà dimenticato nel giro di un paio di settimane, la sua canzone non ricorderemo nemmeno più come faceva (ma gli Stadio, l’anno scorso, che hanno cantato?): ma fino a stanotte, pace, c’è Sanremo.

Oggi – domani, in realtà – festeggeremo una data speciale: un anniversario tondo, di quelli che fanno quasi paura a sentirli nominare. La mia bella ed io saremo state insieme un numero di anni che non avevo mai pensato che potesse anche solo pronunciarsi: e mi fa strano che ormai, nella mia vita, è quasi più lunga la parte passata insieme di quella in cui c’ero solo io. Ecco, allora, questo post è per lei (che ama Sanremo non meno di me), insieme a tutto quel che di meglio ho, o posso sperare di avere: perché non merita niente di meno, ma solo pizze fumanti, risate a piena gola, corse in riva al mare, leccate di cane nell’orecchio, tisane bollenti quando fuori piove e bibite fresche in agosto; e gioia, serenità, felicità: di quella che ti prende la pancia e il cuore e il petto, e ti fa sorridere fino ad avere male alle guance. Tutto questo, e molto altro ancora: la sicurezza e la realizzazione, la consapevolezza di sé e l’appagamento, la stima di chi la circonda, il sostegno, il rispetto. E, in un angolino, tutto l’amore di cui sono capace.

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